FINANZIARIE, IMPRESE, TITOLI TOSSICI, PIANI INDUSTRIALI INESISTENTI E TUTELA DEL LAVORO

Si viene sempre più spesso a sentire di aziende con il bilancio in attivo che vengono chiuse perché la loro proprietà è una finanziaria che, in base a misteriosi ragionamenti contabili, decide che guadagnerà di più speculando nell’altrettanto misterioso sistema della “Borsa Internazionale”; oppure che aziende per decenni stabili ed attive finiscono nelle mani del “figlio/genero del padrone” o di una qualche cordata (più o meno ai limiti della legalità) che prima le svuota completamente e poi le chiude perché “non si può fare altrimenti visto che le banche non fanno più credito”.

In entrambi i casi la conclusione per i lavoratori è il licenziamento.

Qualcuno sarà più abile e fortunato e riuscirà a trovare un altro lavoro analogo prima del licenziamento vero e proprio, ma la maggior parte cadrà nella situazione di “mobilità” tanto oggi decantata in cui l’assegno di “Naspi” o di Cassa Integrazione, comunque a tempo, finirà con l’essere tolto se non si accetterà un nuovo posto di lavoro che verrà offerto, insieme alle nuove condizioni da accettare obbligatoriamente, qualunque esso sia e ammesso che ci sia. Il tutto condito dalle ultime richieste della associazione degli industriali di “introdurre una competizione alla pari tra centri per l’impiego pubblici e agenzie per il lavoro private”, visto che il “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – PNRR” – stanzia quattro miliardi di euro per i servizi di collocamento al lavoro e non è per niente definito come saranno allocate queste risorse che fanno gola a tanti.

Le aziende non sono né entità astratte né cavalli da tiro, ma sono composte da lavoratori e da lavoratrici che si danno da fare sul lavoro per potere tirare su famiglia (o fare qualsiasi altra attività gli garba) nel privato e questo non è accettabile che venga dimenticato o rimosso. Per il 2021 il CENSIS (istituto di ricerca socio-economica) parla di 460.000 piccole imprese italiane a rischio di sopravvivenza per la crisi economica dovuta alla pandemia, oltre a quelle di dimensioni maggiori male gestite.

Questa crisi del lavoro è comune dalla Sicilia a Brescia, da Napoli a Torino, da Taranto a San Paolo d’Argon, etc. e nessuno può credere di esserne immune; anche se il sistema mediatico tende a ridimensionare queste notizie non è possibile nascondere l’esistenza di questa crisi.

Risulta evidente come il Capitale in questa fase stia agendo con almeno due strategie parallele e complementari. Da un lato tende a separare la produzione di credito dalla produzione industriale con la cosiddetta “finanziarizzazione dell’economia”, in volgare: creazione di bolle speculative destinate sempre prima o poi a sgonfiarsi velocemente e senza preavviso. Dall’altro ad estrarre plusvalore non più solo dalla produzione e vendita di merci, ma dalla contrazione dei salari, dall’ottenimento di quote di PNRR e dagli utili delle società di erogazione di servizi indispensabili (luce, gas, acqua,…).

Non occorre essere dei “masterizzati” in una “prestigiosa” università economica per capire che si è in presenza di un “Uroboro”, serpente o cane che si morde la coda: la contrazione dei salari provoca una contrazione della domanda e quindi, soprattutto quando gli apparati industriali sono di notevoli dimensioni, una crisi economica di sovrapproduzione, quale è quella che viviamo al giorno d’oggi. Si può dire quel che si vuole, ma in una situazione del genere sono possibili solo due soluzioni, antitetiche tra loro, e sono quelle che vediamo realmente applicare oggi ai due capi del mondo: intervento statale in economia con lo Stato che dà le linee guida e che lascia al privato la possibilità di starci dentro, come avveniva nell’Italia del “Boom” economico, come avviene nelle economie in espansione, dalla Cina all’India passando per la Russia e come proponiamo noi ora; oppure creazione di nuova “finanziarizzazione dell’economia” (bolle speculative) mirante sia a rastrellare denaro non solo più dal “parco buoi” dei piccoli risparmiatori, o lavoratori che cercano comunque di risparmiare in condizioni sempre più difficili per tirare su famiglia, ma anche e soprattutto dai vari interventi PNRR, ormai inevitabili, dello Stato o di gruppi di Stati, per finanziare l’economia ormai asfittica dopo decenni di “finanza creativa”.

Questa ultima soluzione comporta un arricchimento notevole, e spesso indebito, per gli autori delle varie bolle finanziarie ed un analogo impoverimento per coloro che hanno il loro lavoro come unica fonte di ricchezza.

Non è quindi un caso che una economia “finanziarizzata” favorisca al massimo le società finanziarie dei cosiddetti “Paradisi Fiscali”, dal Libano (dove c’era chi partiva per Beirut con in tasca un miliardo e diecimila famiglie mandate sul lastrico, ora ha raggiunto i più anche lui…), alle Cayman Island, all’isola di Man, alle “Channel Islands” (tutte di proprietà feudale e coloniale della Regina Elisabetta, capito perché hanno fatto la Brexit?), alle colonie olandesi delle Antille (alla faccia degli “Stati Virtuosi” con cui la menano tanto…), etc.

Inoltre risulta evidente come, nel mondo senza regole dei paradisi fiscali, non ci sia soluzione di continuità tra gruppi finanziari e associazioni a delinquere: la vendita di droghe pesanti o l’organizzazione di truffe diventano semplici attività finanziarie che producono profitto e che giovano al bilancio di impresa. La legge in questi casi è quella della giungla, vale a dire ai grandi predatori la proprietà ed i bilanci delle finanziarie, ai piccoli aspiranti predatori le microattività, le improbabili finanziarie delle Antille Olandesi o del Libano e titoli tossici con cifre “piccole” sempre inferiori alla cinquantina di milioni…

Viene ripetuta in continuazione la duplice falsa affermazione ossimorica che il lavoro è un costo e che i costi devono essere tagliati. Affermazioni estremamente aleatorie da contestare con decisione alla radice: per tutti i lavoratori il lavoro è l’unica ricchezza ed il taglio dei costi comporta un analogo taglio dei profitti per le aziende che si ritrovano a vendere robaccia che il mercato proprio non vuole (o forse è l’incapacità ad ottenere profitti che, per i contabili nominati economisti, deve automaticamente e contabilmente originare il taglio dei costi, come dire: se brucio la casa dopo il fumo tornerà indietro e me la ricostruirà da solo; alla London School of Economic il Terzo Principio della Termodinamica non viene insegnato…). Se mai si dovrebbe parlare di eliminazione (eliminazione, non taglio) degli sprechi. Ma da questo orecchio i membri delle “elites” finanziarie ed i loro lacchè proprio non ci sentono,,,

Da notare come il gruppo dirigente attuale dalla associazione degli industriali presenti una concentrazione fino ad ora senza precedenti di cosiddetti “Economisti”, vale a dire di laureati e di, perdonate il neologismo, “masterizzati” presso la London School of Economic, l’Università Commerciale Luigi Bocconi e l’Università Cattolica di Milano; gli ingegneri, i chimici, i medici e financo gli avvocati presso questa associazione sono una razza se non in via di estinzione sicuramente in riduzione drastica.

Non c’è quindi da stupirsi se l’argomento primo dell’associazione degli industriali sia sempre il PIL. Fossero burocrati di un Piano Quinquennale Sovietico sarebbe la produzione di acciaio, fossero ministri del saggio re del Bhutan sarebbe l’indice di felicità dei Bhutanesi, etc.

Dati alla mano la nostra beneamata associazione dimostra che stiamo andando meno bene degli altri paesi del Nord-Europa (della Grecia di solito non parlano), però non dicono che l’industria italiana è diventata la “Contoterzista” dell’Unione Europea e che non abbiamo più grandi aziende dal momento che, ad eccezione di quelle produttrici di armi rimaste saldamente statali, sono state tutte vendute a multinazionali/finanziarie estere per rispettare le prescrizioni di Maastricht (allo stesso scopo i Francesi hanno venduto le loro grandi aziende ai Fondi Pensione dei dipendenti pubblici e i Tedeschi alle banche dei Lander che essendo enti locali non ricadono nei parametri di Maastricht, cioè si sono inventati trucchetti per vendere senza vendere, meglio dei luoghi comuni sui Napoletani…).

È da rimarcare anche come né il Governo italiano, né l’associazione degli industriali abbiano il benché minimo piano industriale dal momento che trenta anni di Neo-Liberismo hanno inibito la preparazione di una qualsivoglia programmazione economica.

Inoltre il Neo-Liberismo dell’Unione Europea è diventato ormai solo un obbligo ideologico da cui non si può sgarrare, allo stesso modo in cui nella fu Unione Sovietica non si poteva sgarrare dall’Economia di Stato. Questo Neo-Liberismo non è una teoria economica che, con verifiche di matematica statistica, dimostra la propria validità; anzi, le analisi economiche neutrali stanno dimostrandone l’esatto opposto: utilizzando come criterio di valutazione la parità del potere di acquisto, l’Unione Europea è passata dal 21% del PIL mondiale nel 1981 al 12% nel 2019.

Non è quello che si suole definire un brillante successo…

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Quanto sopra è la descrizione per sommi capi del panorama economico attuale e a questo punto la domanda è sempre la solita: che fare?

L’associazione degli industriali è oggi incredibilmente propositiva e non c’è da stupirsi visto che sono in ballo oltre duecento miliardi di PNRR. Vediamo di essere anche noi all’altezza con proposte unitarie e praticabili, altrimenti ai lavoratori potranno arrivare solo duecento miliardi di pernacchie in stile Alberto Sordi nei Vitelloni di Fellini.

Constatiamo che istituzioni come l’IRI sono state liquidate (anche da colui che attualmente è Presidente del Consiglio), mentre altre come la Banca d’Italia e finanche la Zecca di Stato sono state trasformate in SpA neo-liberisticamente in mano a chissà chi (la Zecca è SpA, ma è rimasta al 100% in mano al Ministero, giro societario assurdo…). Questo in nome di una ideologia che, specularmente, non ha nulla da invidiare a quella dell’URSS di Breznev.

Ne consegue che, se anche la risposta popolare alle chiusure aziendali e ai licenziamenti fosse un energico “adesso nazionalizziamo l’azienda, diamo una pedata nel (omissis) alla finanziaria e/o al padrone, entrambi incapaci, e si prepara un piano di risanamento tutelando i lavoratori e (perché no?) ristabilendo il profitto aziendale”, ci sentiremmo dire che non ci sono gli strumenti tecnico-amministrativi per attuare un commissariamento del genere e per salvare l’occupazione (e magari anche una fetta di PIL italiano).

Allora la domanda diventa: perché gli enti statali riescono a fare i commissariamenti per realizzare le grandi opere (vedasi il treno per Orio) e non per garantire il lavoro a coloro che lo hanno come unica fonte di reddito?

Le possibilità di darsi da fare in questo senso esistono ed i precedenti sono noti, da MPS, ad ILVA, ad Autostrade, ad Alitalia: ritorno allo Stato imprenditore che interviene quando il mercato, lasciato a se stesso, non è capace di offrire soluzioni accettabili in un’ottica di interesse pubblico.

L’ideale sarebbe che questo intervento avvenisse alla luce del sole. Tuttavia, visto che l’ideologia dell’Unione Europea è simile, anche se speculare, a quella della fu Unione Sovietica e visto che nessuno augura ai nostri governanti di finire come “una deviazione alle norme di comportamento accettate nella società, spesso causata da una disfunzione psichica” (sic – Nikita Chruscèv, 1959) con la conseguente necessità di un trattamento in una idonea struttura ospedaliera (magari una privatizzata della Regione Lombardia), allora anche una cosiddetta e di moda  “mano invisibile” può andare. Purché ci sia “attenzione per il bene collettivo e se la spesa di risorse di tutti si traduce in occupazione,  maggiore equità e miglioramento economico” (Federico Caffè, relatore della tesi di laurea di Mario Draghi).

La nostra proposta è che lo Stato ed il Governo tornino a farsi carico dei propri doveri nei confronti della popolazione e ufficializzino a livello di normativa di legge che, quando un’azienda in attivo viene minacciata di chiusura per “misteriosi” giochi contabili o per inettitudine padronale, la “mano pubblica” ha il dovere di intervenire a tutela dei lavoratori espropriando, o comunque rilevando, la proprietà e gestendo il risanamento dell’impresa.

Vari strumenti, non dissimili da altri in uso nella UE da parte di “Stati Virtuosi” (e furbi…), sono disponibili, dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, alla Cassa Depositi e Prestiti; per non parlare su scala locale di quelli regionali.

La Cassa Depositi e Prestiti, creata nel 1850 dall’allora Regno di Sardegna, opera essenzialmente come una banca di Stato, avendo fra le sue diverse attività principali anche la partecipazione nel capitale delle imprese nazionali ritenute strategiche per lo sviluppo del Paese. Il suo attivo consolidato totale ammonta a 512 miliardi di euro. È una SpA, ma all’epoca delle privatizzazioni, il Ministero non è stato per nulla poco accorto e si è tenuta la grande maggioranza (83%) delle azioni.

Circa i possibili finanziamenti regionali ricordiamo solo come nella prossima legge finanziaria regionale sia previsto per la l’autostrada pedemontana un prestito da 900 milioni, da aggiungere ai 1.200 milioni già versati dallo Stato, e a mezzo miliardo di defiscalizzazione. In pratica, questa opera non necessaria la pagherà al 70% la finanza pubblica, ennesima dimostrazione che il “project financing” serva solo a fare guadagnare brutta gente.

Quindi i soldi per garantire l’occupazione, se si vogliono trovare, ci sono.

È ovvio, tuttavia, che così come l’associazione degli industriali è iper-attiva per assicurarsi i soldi del del PNRR, allo stesso modo i partiti, i sindacati e le associazioni di base di tutela del lavoro e dei lavoratori dovranno essere altrettanto attive nel pretendere e nell’ottenere che queste risorse siano destinate alla tutela del lavoro e non alla sparizione nei paradisi fiscali.

Sono queste le nostre proposte.

Francesco Samuele Macario – Segretario Provinciale PRC Bergamo

Marco Brusa – BergamoinComune