CIAO DANTE


E’ morto all’età di 79 anni Dante Belotti, un proletario, un comunista, un militante vero. Dante ha cominciato a lavorare come apprendista idraulico all’età di 14 anni per poi entrare nel ‘61 alla Magrini, una delle fabbriche metalmeccaniche più importanti della città dove ha operato su torni, frese e macchinari vari. Durante questo periodo si diploma agli esami della terza media con i corsi serali per i lavoratori detti delle “150 ore”. Dopo un periodo di cassa integrazione dalla Magrini Dante viene assunto nell’87 dall’Anas dove svolge per quindici anni attività di manutenzione ordinaria prima di andare in pensione. Dante ci teneva a rimarcare la sua estrazione operaia così come il suo percorso di militanza politica. La sua militanza inizia a cavallo degli anni ’60/70 nei Comitati Unitari di Base e poi in Avanguardia Operaia. A partire da quegli anni costante è la sua partecipazione alle lotte sindacali e politiche. “Rimpiango gli anni settanta per la grande partecipazione dei lavoratori e dei giovani alla vita politica” scrive Dante in una nota di qualche tempo fa. Ma al di là dei rimpianti per una stagione di lotte e di conquiste politiche, civili e sindacali l’impegno di Dante continua ininterrottamente prima in Democrazia Proletaria e poi ancora a Rifondazione Comunista. Per tantissimi anni Dante presta quotidianamente la sua opera come volontario nella gestione delle attività operative che si svolgono nelle sedi provinciali prima di Dp e poi del Prc . In quegli anni ho avuto modo di lavorare con Dante fianco a fianco. Un compagno burbero dal cuore grande, di infinita disponibilità. Con lui c’era un rapporto speciale. E’ vero, ogni tanto capitava che nel trambusto dell’attività politica perdesse anche la pazienza con qualche compagn@. Ma lui rimediava sempre alla sua maniera, portando in dono le trote da lui pescate nei torrenti della Valle Seriana per un qualche buon pasto. Caro Dante tu sei stato una dei compagn@ che ha dato tutto, sino alla fine, per realizzare un mondo più giusto e di eguali. Dobbiamo esserti molto grati per quello che hai fatto. Che la terra ti sia lieve. (Ezio Locatelli)

Il compagno Dante è morto nella casa di riposo di Torre Boldone a mezzanotte di domenica. I funeralisi terranno presso la chiesa del cimiter di Bergam oggi (11.06.24) alle ore 15.00

Spese militari occidentali: 4 volte quelle di Mosca

 Consiglio la lettura SPESE MILITARI OCCIDENTALI. 4 VOLTE QUELLE DI MOSCA – Francesco Vignarca – <Economia a mano armata> Sbilanciamoci! e Greenpeace Tipo: ebook Editore: SbilanciamociLa spesa militare aggregata dell’ue e dei Paesi europei della Nato ha raggiunto i 346 miliardi di dollari nel 2022, con un aumento dell’1,9% in termini reali rispetto al 2021 e del 29,4% rispetto al punto di minimo del 2014.

È quasi quattro volte la spesa della Russia e l’1,65% del Pil totale. Ciò può sembrare logico in tempo di guerra. Ma le cose sono davvero così semplici? In Europa spesso rivendichiamo l’umanesimo e l’illuminismo come principi centrali. Questi ci impongono di valutare una politica in termini di contributo al progresso dell’umanità, da un lato, e della ragione, dall’altro. È quindi legittimo, anzi essenziale, chiedersi in che misura questo aumento delle spese militari risponda alle sfide che l’umanità deve affrontare oggi, e quali ne siano la logica e le conseguenze, al di là della legittima emozione suscitata dall’ingiustificabile invasione dell’ucraina da parte della Russia. Oltre alle spese militari nazionali, la stessa Unione Europea ha aumentato esponenzialmente il proprio bilancio in armamenti in pochi anni.

Mentre i Trattati europei per lungo tempo hanno escluso l’uso del bilancio comunitario per attività di questo tipo, oggi L’UE destina almeno il 2% del suo bilancio a scopi militari. A parte gli aiuti militari all’ucraina, si tratta principalmente di finanziare l’industria degli armamenti attraverso il Fondo europeo per la difesa (EDF) o il Fondo per le nuove munizioni (ASAP), ma anche attraverso l’accesso facilitato alla maggior parte dei fondi strutturali europei, Erasmus+ per rendere il settore più attraente per i giovani laureati, o il programma ambientale LIFE per sviluppare armi “verdi”. Il fatto che il Fondo EDF e L’ASAP si basino sulla competenza dell’ue in materia industriale, e siano guidati dal Commissario responsabile del mercato interno e dell’industria, illustra già la logica sottostante: si tratta innanzitutto di sovvenzioni per sostenere la competitività dell’industria militare europea, anche a livello internazionale. Cioè, sostenere le esportazioni di armi che poi alimentano la corsa agli armamenti globale e i conflitti in tutto il mondo.

Non sorprende, quindi, che solo 4 Paesi ricevano quasi i 2/3 del budget stanziato finora dal Fondo per la Difesa: Francia, Italia, Spagna e Germania, ovvero le 4 principali potenze militari dell’ue e i maggiori esportatori di armi al mondo.Eppure, l’aumento delle spese militari e il commercio globale di armi hanno un impatto diretto sulla pace. Un recente studio empirico ha confermato che sia la spesa militare che le esportazioni/importazioni di armi influenzano il coinvolgimento degli Stati nei conflitti armati: l’aumento della spesa militare o delle esportazioni/ importazioni di armi di uno Stato aumenta la probabilità che questo Stato sia coinvolto in uno o più conflitti armati. PIÙ SOLDI IN ARMI PIÙ AUMENTA IL COINVOLGIMENTO NEI CONFLITTI. Inoltre, più alta è la spesa militare di un Paese, più alte tendono ad essere le sue esportazioni e/o importazioni di armi. (…)E a beneficiare in modo tangibile del drastico aumento della spesa militare europea sono soprattutto le industrie belliche. (…)

L’industria degli armamenti ha approfittato dello shock generato dall’invasione russa per posizionarsi, contro ogni evidenza, come attore indispensabile, “sostenibile” e “pacificatore”, alimentando ancora di più la corsa agli armamenti e il ciclo economico militare. Dal punto di vista politico, ciò si riflette anche in un nuovo preoccupante sviluppo della narrazione nell’ambito dell’unione Europea, che era già passata dallo “sviluppo per la sicurezza” alla “sicurezza per lo sviluppo”: oggi,la sicurezza si limita alla difesa e “la difesa inizia con l’industria”. (Ezio Locatelli)

IL LIBRO Article Name:Spese militari occidentali: 4 volte quelle di Mosca

Publication:Il Fatto Quotidiano Author:» Francesco Vignarca

RIVOLTA NEGLI ATENEI CONTRO I CRIMINI DI GUERRA. L’OBBEDIENZA NON E’ PIU’ UNA VIRTU’

Ezio Locatelli

Circa duemila studenti arrestati in almeno sessanta università e college americani per aver protestato contro il genocidio in corso a Gaza, per aver chiesto che vengano sospesi i legami scientifici e finanziari tra Atenei e Israele. Agenti in tenuta antisommossa che entrano nei campus universitari, abbattono tende e cartelli pro-Palestina, manganellano e arrestano migliaia di studenti alla faccia di Biden, faccia tosta, che dice “non siamo un paese autoritario”. Una rivolta che sta dilagando in tante scuole e università europee e italiane.

E’ la rivolta dei giovani contro le complicità dei governi occidentali nei crimini di guerra a Gaza e Cisgiordania, è la protesta contro il militarismo, la corsa agli armamenti, i doppi standard umanitari, la falsa democrazia delle classi dirigenti asservite alle dinastie del denaro, alle economie predatorie e della guerra. Siamo in presenza della nascita di un movimento giovanile che rimette radicalmente in discussione il falso mito di superiorità e supremazia su cui si sono rette sinora le società capitalistiche occidentali.

Questo movimento, a cui va tutto il nostro appoggio, nel rifiuto di percepire l’ordine e l’obbedienza come fatti coercitivi – come diceva don Milani “l’obbedienza non è più una virtù” – ci fa ben sperare nella possibilità di costruire un futuro diverso, di pace e giustizia sociale.

(senza titolo)

Elezioni europee 8 / 9 giugno 2024: VOTA

Rifondazione: nel 2023 record di lavoratori poveri. Salario minimo subito

La narrazione trionfalistica delle destre sull’occupazione è stata demolita dai dati forniti ieri dall’Istat che fotografano il record dell’incidenza della povertà assoluta in Italia, in particolare tra le persone che lavorano stabilmente.
L’aumento significativo dell’incidenza della povertà tra le famiglie con un lavoratore dipendente, passata dall’8,3% del 2022 al 9,1% del 2023,svela cosa c’è dietro l’occupazione in crescita: lavori precari o a part time, spesso sottopagati, un inflazione che ha continuato ad erodere il potere d’acquisto di salari e pensioni, più della metà dei contratti scaduti e non rinnovati. Non è un caso che il maggior aumento del numero di famiglie in povertà assoluta si registri nel nord dove l’incidenza della povertà è passata nell’ultimo anno dall’ 8,5 al 9%.
In generale la fotografia dell’istituto mostra un paese sempre più povero, ben diverso da come lo dipingono le destre al potere: sono 5 milioni e 700 mila le persone in stato di indigenza assoluta, il 9,8% del totale nazionale; ancor più grave la situazione al sud dove la povertà arriva al 12% e quella dei giovani tra i 18 e i 34 anni sui quali l’incidenza è dell’11,9%; il dato più desolante è quello che riguarda la condizione dei minori tra i quali l’incidenza della povertà assoluta individuale è giunta al 14% e colpisce 1,3 milioni di ragazze e ragazzi, il valore più alto della serie storica dal 2014.
La drammaticità della situazione trova riscontro in un nuovo calo dei consumi di circa il 2% rispetto al 2022 a causa del maggiore aumento dei prezzi rispetto alla spesa delle famiglie.
I dati mostrano come anche col governo delle destre prosegua la corsa dell’aumento della povertà e alla riduzione dei consumi misurate dal 2014 spinta anche dall’abolizione del reddito di cittadinanza decisa dal governo Meloni.
Nei dieci anni assunti a riferimento la povertà assoluta è passata dal 6,9 del 2014 al 9,8% del 2023, la spesa delle famiglie nello stesso periodo, pur essendo sostenuta da una significativa erosione dei risparmi, è diminuita in termini reali del 10,5%.
Tutto ciò è il prodotto delle politiche liberiste che durano da tempo e che questo governo prosegue anche rifiutando di calendarizzare la discussione della proposta di salario minimo a 10 euro l’ora che abbiamo depositato in Senato. Chiediamo a tutte le forze politiche e sociali che credono davvero nella necessità dell’introduzione di questa legge per contrastare il disastro sociale in atto di mobilitarsi con noi perché sia discussa e approvata.

Antonello Patta, responsabile nazionale lavoro del Prc

(05.04.24) Grumello del Monte

Dissenso-repressione-democrazia. DOVE STIAMO ANDANDO?

BOLOGNA. Divieto di dimora nella Città metropolitana di Bologna per sei attivisti – tra cui il nostro compagno Tiziano di Luzzana (bg9 che vive e lavora a Bologna – a ottobre scorso insieme ad altri furono sgomberati perché occuparono illecitamente uno stabile, per dare alloggio a persone e famiglie sfrattate.

Il documento dei 6 attivisti

Proprio perché abbiamo viaggiato più volte in Ucraina per vedere con i nostri occhi la guerra e la resistenza. Proprio perché viviamo nella regione con l’aria più inquinata d’Europa. Proprio perché stiamo vivendo sulla nostra pelle l’allontanamento dalla nostra città per motivi politici. Non diremo cose come: in Italia non si può più manifestare liberamente; non c’è alternativa alla crisi climatica; la guerra nucleare ci distruggerà tutt*. Non diremo che abbiamo raggiunto il punto di non ritorno. Il catastrofismo e il vittimismo sono privilegi che non ci appartengono.

Vogliamo raccontare la repressione che stiamo subendo per farci nuove domande insieme su come si cambia questa società, democratici e ribelli. La punizione che ci hanno inferto è l’attacco ad un progetto politico.

Siamo 6 attivisti, cittadini bolognesi. Martedì 27 febbraio 2024 siamo stati allontanati dalla città metropolitana di Bologna con un divieto di dimora – di fatto un confino politico fascista – perché considerati socialmente pericolosi per esserci schierati e aver difeso un’occupazione a scopo abitativo, dove viveva chi una casa non l’aveva. Nello specifico, parliamo dell’occupazione dell’Istituto Santa Giuliana, in via Mazzini 90, in pieno centro città, di proprietà della Chiesa e illo tempore in vendita. Occupata il 6 ottobre e sgomberata con grande violenza della polizia il 17 ottobre 2023.

Durante l’occupazione abbiamo scoperto che l’acquirente dell’Istituto era Aedes s.r.l., una holding immobiliare legata a Comunione e Liberazione. Presumibilmente, lo stabile in questione andrà in gestione a Camplus, la più grande rete di student housing in Europa, e diverrà l’ennesimo studentato privato della città di Bologna. Nel frattempo, più di 40 persone avevano trovato casa in via Mazzini e la lista di persone che avevano espresso necessità allo sportello organizzato per raccogliere le esigenze, contava più di 100 persone: studentesse e studenti fuorisede e internazionali, lavoratori della logistica, drivers, riders, lavoratrici della ristorazione e del sociale, precari/e sociali della città della conoscenza e nell’indotto del Tecnopolo. Questo mosaico di vite differenti è il sintomo di un evidente problema sociale. Punto e a capo.

Siamo accusati di essere i capi dell’occupazione. Lo siamo? Certo che no.
Il mosaico si tiene insieme grazie ai Municipi Sociali. Non 6 capi ma centinaia di persone schierate politicamente che ogni giorno fanno attività sociale radicata nel territorio. Il segreto di Pulcinella è che noi siamo sei attivisti riconosciuti dei Municipi Sociali, ma questo è solo un motivo in più per indignarsi, nulla cambia al progetto politico. Altr* attivist* stanno già nascendo.

Ma veniamo al sodo. Nei Municipi Sociali ci si incontra non solo per risolvere i propri problemi ma per condividere le ambizioni e i desideri su come vorremmo la città: una città più giusta, più verde, più accogliente, più tech, più lenta e accessibile, più resistente ai venti di guerra, più confederata con altre città europee e meno razzista. Il progetto è chiaro.

Ribelli e democratici insieme cospirano per un futuro diverso. Siamo stati allontanati da Bologna, con il pretesto dello sgombero del Santa Giuliana, per indebolire e dare un segnale a questo programma di trasformazione della società.

Il nostro confino fascista sarebbe passato inosservato, come spesso è accaduto negli anni in cui è stata applicata questa misura. Ma la storia si è rimessa in cammino e infatti succedono cose impreviste.

Proprio mentre la DIGOS ci svegliava nelle nostre case il paese iniziava a parlare di Polizia, conflitto, ribellione e dissenso. Sottotraccia nello scontro istituzionale in atto c’è il problema della democrazia. La democrazia si fa con il conflitto o senza? E poi, quale conflitto è accettabile e quale no? Quello contrario al green deal può passare.
Invece quello delle libertà sessuali, riproduttive, e contro la violenza di genere? Quello per il diritto di circolazione e di soggiorno? Quello per meno concentrazione di capitale tecnologico e per una maggiore distribuzione delle risorse a persone e comunità? Il conflitto sindacale? Quello per il reddito e per la casa? Quello contro la guerra e per il cessate il fuoco a Gaza? L’Europa si sta interrogando su questi temi cambiando la sua costituzione materiale.

Allora, sulla soglia dell’ottantesimo anno dalla Liberazione dal nazifascismo, nel paese dei manganelli, nella parte di Europa senza guerra ma per il diritto alla resistenza, dall’esilio di Reggio Emilia, ci piacerebbe rivolgere queste domande a tutte le persone e le realtà con cui stiamo costruendo territori di cambiamento. A chi si occupa di casa e a chi di tecnologie, guardando all’incontro nazionale del Social Forum per l’Abitare e al festival di Reclaim The Tech che si terrà a Bologna dal 17 al 19 maggio, da chi fa conflitto sindacale a chi opera nel sociale a chi progetta città diverse, da amministratori ad attivisti, da chi lavora nelle associazioni a chi fa ricerca sociale, da chi agisce nella cultura e fa arte a chi costruisce città accoglienti, a chi continua ad indignarsi, ai ribelli e ai democratici chiediamo:
Dove stiamo andando? Come si afferma un progetto di cambiamento nel conflitto intorno a noi? Come usciamo dall’illusione che tutto andrà bene o, viceversa, che tutto sarà una catastrofe, inventando pratiche ibride dove il conflitto è tra gli elementi che servono al progetto? Come ci riconosciamo in un progetto di democrazia radicale per cui combattere insieme?

Domande molto aperte. É tempo di trovare le risposte o almeno il processo per praticarle unendo oltre Bologna
saperi e approcci diversi. Troviamo il modo di parlarci, anche a distanza, anche se, torniAMO presto.

I 6 di Reggio Emilia

P.S.
Mentre torna Chico Forti ma Ilaria Salis rimane nel carcere di massima sicurezza a Budapest, mentre emerge dalle cronache quanto lo Stato sia sempre un apparato buio di gestione del potere, sorge un’ultima domanda: chi pagherà poi il costo di procedimenti penali farlocchi come il nostro o come quello contro la ONG Juventa, del quale celebriamo il non luogo a procedere?

(26.02) BERGAMO: la scomparsa dell’anniversario della pandemia e le responsabilità rimosse

di Ezio Locatelli* e Francesco Macario** –

Ricorre in questi giorni l’anniversario della tragedia del Covid scoppiata in bergamasca. Una tragedia tramutatasi in una vera e propria strage che a partire dalla fine del febbraio 2020 ha mietuto migliaia e migliaia di morti. Non sapremo mai realmente quante morti ma certamente molte di più di quelle che sono state riconosciute ufficialmente.

Questo è il periodo in cui nei due anni precedenti si sono istituiti i giardini della memoria ai “caduti”. In cui le autorità cittadine, regionali, nazionali hanno promosso cerimonie paludate in memoria dei defunti il cui accesso veniva impedito con l’uso della forza pubblica ai familiari delle vittime. Cerimonie che hanno consentito di lucrare il riconoscimento a Bergamo e Brescia di “città della cultura 2023”, con iniziative cosiddette culturali che hanno consentito solo di accelerare i fenomeni di gentrificazione delle due città.

Quest’anno nulla, niente cerimonie, niente lacrime di circostanza. Forse perché lentamente, troppo lentamente, stanno emergendo gravi responsabilità e cointeressenze che in quel periodo, in avvio di pandemia, sono intercorse tra amministratori locali e regionali e l’imprenditoria orobica confindustriale. Quella imprenditoria che con tutta probabilità il Covid lo ha propagato in Val Seriana non interrompendo gli stretti rapporti con la Cina in piena emergenza sanitaria quando questi rapporti erano tassativamente vietati. Si è ricorsi a ogni sotterfugio possibile pur di non rinunciare ai propri profitti privati. Siamo gli unici che fin dall’inizio hanno denunciato questo quadro di rischio estremo, di insipienza e di malafede.

Grazie alle intercettazioni telefoniche e ambientali operate dalla magistratura, che indagava per un’altra vicenda, si può ora fare la ricostruzione (forse parziale ma comunque indicativa) di quei primi spaventosi giorni nella bergamasca, all’insegna del caos totale. La classe politica di governo locale e nazionale si è mossa senza sapere dove dirigersi e come comportarsi, le comunicazioni erano difficili e confuse. Di utilizzare gli strumenti adeguati – ovvero i piani pandemici – nemmeno a parlarne. Si è andati avanti improvvisando, basandosi sull’emotività più che sulla ragione, sotto la pressione degli interessi economici degli industriali. Ne esce un quadro di una classe dirigente complessivamente incapace, meschina, supina agli interessi imprenditoriali, poco sensibile alle conseguenze sui ceti popolari.

Attorno al 24 febbraio, il Sindaco di Bergamo Giorgio Gori (Pd) che evidentemente era già cosciente della situazione di rischio, parlando con il direttore dell’Eco di Bergamo, auspicava: «che Bergamo non venga inquadrata in zona rossa, ma solamente gialla». Ciò nonostante il Sindaco pochi giorni dopo dichiarava ai giornali che non vi erano pericoli e per dimostrarlo cena, assieme all’intera giunta, in una nota pizzeria di Città Alta. Invita altresì nel fine settimana (sabato 28 febbraio e domenica 1 marzo) a recarsi in centro a fare compere, mettendo a disposizione viaggi gratuiti sui mezzi pubblici. Da parte sua Confindustria orobica produceva filmati per garantire che a Bergamo non c’erano problemi che l’economia correva come sempre.

Il 25 febbraio, il primo cittadino di Nembro, Claudio Cancelli (Pd), riferisce al sindaco Gori di essere stato contattato da Pierino Persico (grande sostenitore di Renzi), presidente dell’omonimo gruppo industriale di Nembro, famoso per aver realizzato lo scafo di Luna Rossa, «in quanto preoccupato per la chiusura dell’attività produttiva».

A questo punto entra in gioco Elena Carnevali, già deputata Pd (ora candidata a sindaco di Bergamo) che il 4 marzo del 2020, a pandemia esplosa e con decine di morti al giorno, telefona al sindaco Gori e lo informa di essere stata raggiunta sempre da Persico, «il quale la esortava di far sì che le zone industriali venissero escluse dal provvedimento di chiusura». E’ la stessa Carnevali che assieme al leghista bergamasco Alberto Ribolla e l’onorevole bresciano Paolo Formentini si fa promotrice nel giugno 2021 di emendamenti al provvedimento di istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta sul Covid 19 che ne limita non casualmente i compiti «con riferimento al periodo antecedente alla dichiarazione dell’emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale da parte dell’Oms, risalente al 30 gennaio».

L’11 marzo Gori rassicura il patron della Brembo Bombassei (suo grande sponsor elettorale con 50 mila euro versati tramite la moglie a sostegno della campagna per le comunali di Bergamo) che ci “sarebbe un accordo tra Fontana e Bonometti” – il primo presidente della Giunta lombarda, il secondo presidente della Confindustria lombarda – “in cui veniva definito quali aziende chiudere e quali no”, accordo che salvaguardia alcune grandi imprese come la sua Brembo e la Tenaris dei Rocca, chiudendo solo le medie e piccole imprese. Svelando che anche il centrodestra lombardo subiva e accettava pressioni politiche dal padronato.

Il 21 marzo Gori in una telefonata sintetizza “le difficoltà nel dichiarare la Val Seriana zona rossa” sono dipese “dalle pressioni ricevuta da Confindustria” e che la volontà di non chiudere partiva anche dal sindaco leghista di Alzano Lombardo unitamente ad alcuni industriali della zona tra cui la ditta Persico.

Un vero e proprio ricatto da parte del grande padronato che ha ritardato colpevolmente l’istituzione della zona rossa in Val Seriana decretando invece la zona arancione in tutta Italia che a differenza della zona rossa non chiudeva tutte le attività produttive, col risultato di una repentina e incontrollata diffusione della pandemia e migliaia e migliaia di bergamaschi che hanno perso irrimediabilmente la vita. Una strage che si poteva e doveva evitare. Se migliaia di persone, di lavoratrici e lavoratori si sono potuti salvare è perché di propria iniziativa si sono rifiutati di recarsi e immolarsi sui posti di lavoro.

Ecco perché i familiari delle vittime e le cittadine e i cittadini non hanno mai potuto accedere alle cerimonie di commemorazione dei loro morti. Ecco perché in questo anno elettorale a Bergamo non ci saranno cerimonie ufficiali a ricordo delle vittime di una strage. Tantissime morti e sofferenze che di colpo sono diventate scomode, da rimuovere insieme alla montagna delle responsabilità politiche ed economiche. Per lorsignori di deve andare avanti come prima, peggio di prima privatizzando la sanità, riducendo la prevenzione, mercificando la vita umana.

Ma il re è nudo, e noi non intendiamo né tacere né dimenticare. Più che mai vi è la necessità di costruire l’opposizione a un sistema liberista che disprezza la vita umana, che considera l’esistenza fisica una variabile dipendente dagli interessi del capitale.

*segreteria nazionale Prc-Se
**segretario provinciale Prc-Se Bergamo

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(26.02) BERGAMO: la scomprasa dell’anniversario della pandemia e le responsabilità rimosse

di Ezio Locatelli* e Francesco Macario** –

Ricorre in questi giorni l’anniversario della tragedia del Covid scoppiata in bergamasca. Una tragedia tramutatasi in una vera e propria strage che a partire dalla fine del febbraio 2020 ha mietuto migliaia e migliaia di morti. Non sapremo mai realmente quante morti ma certamente molte di più di quelle che sono state riconosciute ufficialmente.

Questo è il periodo in cui nei due anni precedenti si sono istituiti i giardini della memoria ai “caduti”. In cui le autorità cittadine, regionali, nazionali hanno promosso cerimonie paludate in memoria dei defunti il cui accesso veniva impedito con l’uso della forza pubblica ai familiari delle vittime. Cerimonie che hanno consentito di lucrare il riconoscimento a Bergamo e Brescia di “città della cultura 2023”, con iniziative cosiddette culturali che hanno consentito solo di accelerare i fenomeni di gentrificazione delle due città.

Quest’anno nulla, niente cerimonie, niente lacrime di circostanza. Forse perché lentamente, troppo lentamente, stanno emergendo gravi responsabilità e cointeressenze che in quel periodo, in avvio di pandemia, sono intercorse tra amministratori locali e regionali e l’imprenditoria orobica confindustriale. Quella imprenditoria che con tutta probabilità il Covid lo ha propagato in Val Seriana non interrompendo gli stretti rapporti con la Cina in piena emergenza sanitaria quando questi rapporti erano tassativamente vietati. Si è ricorsi a ogni sotterfugio possibile pur di non rinunciare ai propri profitti privati. Siamo gli unici che fin dall’inizio hanno denunciato questo quadro di rischio estremo, di insipienza e di malafede.

Grazie alle intercettazioni telefoniche e ambientali operate dalla magistratura, che indagava per un’altra vicenda, si può ora fare la ricostruzione (forse parziale ma comunque indicativa) di quei primi spaventosi giorni nella bergamasca, all’insegna del caos totale. La classe politica di governo locale e nazionale si è mossa senza sapere dove dirigersi e come comportarsi, le comunicazioni erano difficili e confuse. Di utilizzare gli strumenti adeguati – ovvero i piani pandemici – nemmeno a parlarne. Si è andati avanti improvvisando, basandosi sull’emotività più che sulla ragione, sotto la pressione degli interessi economici degli industriali. Ne esce un quadro di una classe dirigente complessivamente incapace, meschina, supina agli interessi imprenditoriali, poco sensibile alle conseguenze sui ceti popolari.

Attorno al 24 febbraio, il Sindaco di Bergamo Giorgio Gori (Pd) che evidentemente era già cosciente della situazione di rischio, parlando con il direttore dell’Eco di Bergamo, auspicava: «che Bergamo non venga inquadrata in zona rossa, ma solamente gialla». Ciò nonostante il Sindaco pochi giorni dopo dichiarava ai giornali che non vi erano pericoli e per dimostrarlo cena, assieme all’intera giunta, in una nota pizzeria di Città Alta. Invita altresì nel fine settimana (sabato 28 febbraio e domenica 1 marzo) a recarsi in centro a fare compere, mettendo a disposizione viaggi gratuiti sui mezzi pubblici. Da parte sua Confindustria orobica produceva filmati per garantire che a Bergamo non c’erano problemi che l’economia correva come sempre.

Il 25 febbraio, il primo cittadino di Nembro, Claudio Cancelli (Pd), riferisce al sindaco Gori di essere stato contattato da Pierino Persico (grande sostenitore di Renzi), presidente dell’omonimo gruppo industriale di Nembro, famoso per aver realizzato lo scafo di Luna Rossa, «in quanto preoccupato per la chiusura dell’attività produttiva».

A questo punto entra in gioco Elena Carnevali, già deputata Pd (ora candidata a sindaco di Bergamo) che il 4 marzo del 2020, a pandemia esplosa e con decine di morti al giorno, telefona al sindaco Gori e lo informa di essere stata raggiunta sempre da Persico, «il quale la esortava di far sì che le zone industriali venissero escluse dal provvedimento di chiusura». E’ la stessa Carnevali che assieme al leghista bergamasco Alberto Ribolla e l’onorevole bresciano Paolo Formentini si fa promotrice nel giugno 2021 di emendamenti al provvedimento di istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta sul Covid 19 che ne limita non casualmente i compiti «con riferimento al periodo antecedente alla dichiarazione dell’emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale da parte dell’Oms, risalente al 30 gennaio».

L’11 marzo Gori rassicura il patron della Brembo Bombassei (suo grande sponsor elettorale con 50 mila euro versati tramite la moglie a sostegno della campagna per le comunali di Bergamo) che ci “sarebbe un accordo tra Fontana e Bonometti” – il primo presidente della Giunta lombarda, il secondo presidente della Confindustria lombarda – “in cui veniva definito quali aziende chiudere e quali no”, accordo che salvaguardia alcune grandi imprese come la sua Brembo e la Tenaris dei Rocca, chiudendo solo le medie e piccole imprese. Svelando che anche il centrodestra lombardo subiva e accettava pressioni politiche dal padronato.

Il 21 marzo Gori in una telefonata sintetizza “le difficoltà nel dichiarare la Val Seriana zona rossa” sono dipese “dalle pressioni ricevuta da Confindustria” e che la volontà di non chiudere partiva anche dal sindaco leghista di Alzano Lombardo unitamente ad alcuni industriali della zona tra cui la ditta Persico.

Un vero e proprio ricatto da parte del grande padronato che ha ritardato colpevolmente l’istituzione della zona rossa in Val Seriana decretando invece la zona arancione in tutta Italia che a differenza della zona rossa non chiudeva tutte le attività produttive, col risultato di una repentina e incontrollata diffusione della pandemia e migliaia e migliaia di bergamaschi che hanno perso irrimediabilmente la vita. Una strage che si poteva e doveva evitare. Se migliaia di persone, di lavoratrici e lavoratori si sono potuti salvare è perché di propria iniziativa si sono rifiutati di recarsi e immolarsi sui posti di lavoro.

Ecco perché i familiari delle vittime e le cittadine e i cittadini non hanno mai potuto accedere alle cerimonie di commemorazione dei loro morti. Ecco perché in questo anno elettorale a Bergamo non ci saranno cerimonie ufficiali a ricordo delle vittime di una strage. Tantissime morti e sofferenze che di colpo sono diventate scomode, da rimuovere insieme alla montagna delle responsabilità politiche ed economiche. Per lorsignori di deve andare avanti come prima, peggio di prima privatizzando la sanità, riducendo la prevenzione, mercificando la vita umana.

Ma il re è nudo, e noi non intendiamo né tacere né dimenticare. Più che mai vi è la necessità di costruire l’opposizione a un sistema liberista che disprezza la vita umana, che considera l’esistenza fisica una variabile dipendente dagli interessi del capitale.

*segreteria nazionale Prc-Se
**segretario provinciale Prc-Se Bergamo