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Pratiche sociali e rivoluzione attiva

di Francesco Piobbichi - Membro del CPN del PRC

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“Anni difficili davanti per tutti i figli di Di Nanni…” Assalti Frontali

Impegnarsi nella costruzione del conflitto sociale e nella costruzione di pratiche mutualistiche utili a resistere all’attacco al lavoro e ai diritti sociali. Noi dobbiamo costruire una nuova politica di sinistra basata sull’autorganizzazione dei soggetti sociali su tutti i terreni – sociale, culturale e politico – e su una matura critica delle politiche neoliberiste. A tal fine è decisivo collocare il partito all’interno dei conflitti sociali operando per la loro estensione e per il loro coordinamento.
Parto da questo passaggio, votato nell’ultimo documento dalla direzione nazionale, per rimettere al centro della nostra riflessione il tema del “partito come classe” di Marx, ovvero quello di un modello di “partito” interno al soggetto “sociale”, che diviene strumento per l’auto emancipazione collettiva delle classi popolari, in grado di coniugare forme di resistenza sociale e di iniziativa politica.
Lo faccio perché sento la necessità, dopo anni di lavoro in questo campo, di aprire una discussione pubblica, interna ed esterna, al nostro partito, tentando di valutare i punti di forza e di debolezza delle cose fatte fino ad oggi. Queste pagine, scritte dopo l’intervento del terremoto in Emilia, sono infatti rivolte principalmente al PRC ed ai suoi militanti, ma si rivolgono anche ai tanti che con il PRC e con i suoi militanti fanno pratiche sociali in comune.

Crisi e conflitti senza movimento
La questione dalla quale parto è che questo modello di lavoro politico, in cui i compagni del PRC hanno operato attraverso le pratiche sociali, non si è sviluppata in maniera lineare e verticale come avevamo ipotizzato. Aver pensato allo sviluppo di questo processo dentro le pratiche di resistenza sociale e nei conflitti, ha determinato di fatto uno spostamento teorico e pratico del nostro modello d’intervento rendendolo molto fluido e reticolare. Siamo stati costretti a doverci misurare con “conflitti sociali senza movimento”, spesso isolati tra loro, con rivendicazioni che pur agendo sul piano classico dello scontro capitale-lavoro non hanno determinato una rivendicazione ricompositiva sul piano politico generale. Alla crisi del capitalismo e al feroce processo di ristrutturazione operato dalle classi dominanti non si è contrapposta nel nostro paese la crescita di un movimento anti-sistemico.

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