CAMBIARE PELLE AL PARTITO, PER NON DIMENTICARCI CHI SIAMO E GRIDARLO A VOCE ALTA.

Sulle pratiche sociali e la nostra organizzazione
di Andrea Giudici e Chiara Fornoni – coordinatori provinciali Giovani Comunst* Bergamo

Era l’inverno del 1945. L’Italia da nord a sud aveva sofferto per i bombardamenti, la miseria e per la violenza degli eserciti stranieri, nemici o alleati che fossero; un’Italia stremata, affamata, ma con un’incredibile voglia di rinascita e fame di futuro.
Era un’epoca di emergenze per far fronte alle quali, immediatamente dopo la Liberazione, in ogni città sorgevano comitati per risolvere i problemi contingenti come la distribuzione dei viveri, lo sgombero delle macerie belliche, la tutela dell’infanzia. Tanti infatti i bambini abbandonati a se stessi, orfani o, come in gran parte del meridione, residenti in zone distrutte dalle bombe, da calamità naturali, soggette ad epidemie, dove la fame e la disoccupazione erano quotidianità.
A Milano Teresa Noce, battagliera dirigente comunista e partigiana da poco rientrata dal campo di Ravensbrük, intuisce che solo un gesto di solidarietà può risolvere almeno temporaneamente la drammatica situazione di bisogno dei bambini. Con ciò che rimane dei Gruppi di difesa della donna, poi confluiti nella nascente Udi – Unione donne italiane, la Noce chiede ai compagni di Reggio Emilia, realtà prevalentemente agricola e quindi con maggiori risorse alimentari rispetto a Milano, di ospitare in quei mesi alcuni bambini.
«La risposta fu al di là di ogni legittima speranza. Tanto generosa che si decise di estenderla e radicarla nel Mezzogiorno (…) Furono trasferiti così, nei due inverni immediatamente successivi alla fine del conflitto, alcune decine di migliaia di bambini che lasciarono le loro famiglie per essere ospitati da altrettante famiglie contadine, nei paesi del reggiano, del modenese, del bolognese. Lì vennero rivestiti, mandati a scuola, curati».
Ma quelle donne, che avevano tessuto la Resistenza e svezzato la Repubblica, non si fermarono raggiunto il loro primo obiettivo. Così, dal 1945 al 1952, anni duri per tutto il Paese, furono ospitati nel centro-nord ben 70.000 bambini, grazie anche all’appoggio del Pci, dei Cln locali, delle sezioni Anpi, delle amministrazioni e della popolazione in genere. Un numero sorprendente.
E’ con questo piccolo pezzo di storia che vogliamo cominciare questo nostro documento. Documento che vuole essere uno strumento per comprendere le pratiche messe in atto in Emilia durante l’emergenza terremoto, che vuole essere uno strumento per tutti quei compagni che non sono venuti a conoscenza dell’incredibile esperienza dall’efficacia oltre le speranze.
Iniziamo con questo pezzo di storia del nostro paese e del nostro partito perché crediamo che la solidarietà e le pratiche sociali siano radici fondanti della nostra comunità di comunisti. Non a caso il Pci, già nel 45, rese possibile questa meravigliosa esperienza di mutualismo, capendo come solo dando risposte concrete ai bisogni immediati si possa cercare di creare una comunità forte e cosciente. I protagonisti dei “treni della felicità”, bambini e ospiti, quando raccontano la loro esperienza, non si limitano a raccontare della gioia dello scappare dalla guerra, dalle macerie e dalla fame delle metropoli, di accogliere bambini in casa, ma raccontano anche di politica, raccontano di aver interiorizzato il sentimento di mutuo aiuto che non li ha mai più abbandonati, non perché in credito con la società, ma perché certi della sua forza nel processo di cambiamento dello stato di cose presente.
Iniziamo con questo pezzo di storia del nostro paese e del nostro partito per ricordare a tutti i compagni che anche l’iperpolitico PCI aveva la sua vera forza non nel proletariato industriale della grande fabbrica, ma nel tessuto molecolare del mutualismo/municipalismo locale, sedimentato in decenni.

Intervento in Emilia
Poche ore dopo il sisma eravamo a Cavezzo per cercar di capire come i Giovani Comunisti, le BSA e le fasce rosse potessero muoversi nella gestione dell’emergenza. In quei primi giorni di caos, di insediamento dei campi della protezione civile, di disperazione della popolazione, cercavamo di capire come potevamo essere utili. Da subito centinaia di compagni da tutta Italia si resero disponibili per portare il proprio aiuto. Cavezzo era un via vai continuo di furgoni che da tutta Italia portavano tonnellate di aiuti di prima necessità. Abbiamo da subito installato uno spaccio, dove la popolazione potesse venire a ritirare i beni di prima necessità. Volanti rosse, così abbiamo deciso di chiamarle, partivano cariche di pasta, riso, beni per l’igiene etc.. alla volta di quelle migliaia di persone che vivevano nelle tende dei propri giardini, abbandonate dal circuito istituzionale della gestione dell’emergenza. In questi viaggi abbiamo cominciato a mappare la situazione, a incontrare campi auto organizzati, la dove protezione civile e croce rosse non erano arrivati. Abbiamo cominciato a creare rapporti con questi campi, a cercare di essere punto di riferimento per la risoluzione dei problemi di approvvigionamento e di convivenza. Uno di questi era il campo di Fossoli, sorto spontaneamente nei campi da calcio della polisportiva Fossolese. Una trentina di tende. Decidemmo di intervenire in modo stabile in questo campo, installando uno spaccio.
In pochi giorni siamo arrivati a 260 persone, 70 tende, una mensa attiva che distribuiva 600 pasti caldi al giorno, una ludoteca con 3 educatori, 3 lavatrici, un maxi schermo per la proiezione degli europei, un punto d’ascolto e di supporto psicologico per il superamento del trauma da terremoto e l’ansia da rientro in casa, grazie anche ad un ottimo rapporto, almeno inizialmente con il comune, a sottolineare ancora una volta che lo strumento del partito sociale non rifiuta il livello istituzionale rifugiandosi nell’autonomia del sociale, a chi lo dice diciamo che questa è una falsità, pensiamo ad esempio che dovremmo prendere spunto rispetto a come il movimento socialista agli inizi del 900 affrontò il terreno della presa dei municipi come spazio d’intervento politico in cui coniugare forme di mutualismo che alludevano ad un pubblico non statale e che oggi, in qualche modo, sembra ritornare fuori rispetto alla questione dei beni comuni ed alla dimensione della crisi. .
Tutte le sere alle 22, gli sfollati partecipavano all’assemblea del campo; inizialmente l’intento era quello di risolvere i problemi di convivenza dovuti alla situazione, successivamente è divenuta un’assemblea di discussione proto politica, punto centrale dell’attività del campo. L’assemblea è sovrana, tutte le decisioni prese collegialmente diventano il decalogo delle regole di convivenza del campo e sono insindacabili. Il momento assembleare assume anche importanza fondamentale per la gestione dei problemi e per la risoluzione dei conflitti nati dalla convivenza forzata nel campo.
Il rapporto di fiducia che si è creato tra noi e la popolazione ci permetteva di gestire il campo con una marcata impostazione politica, senza nascondere le nostre provenienze e le nostre impostazioni di metodo, di contenuto e di pratiche. La solidarietà non è solo sentita, ma anche teorizzata e praticata nell’ ottica di una riorganizzazione sociale in previsione anche della fine dell’emergenza e della ricostruzione di reti sociali che potranno fungere da volano nella ripartenza della vita “normale”.
Il campo è la dimostrazione che un altro modello di gestione dell’emergenza non solo era possibile, ma anche necessario. Le psicologhe dell’ASL, l’amministrazione, il parroco e tante altre realtà che abbiamo incontrato, hanno sottolineato la straordinaria esperienza del campo di Fossoli che è diventata per tutti un modello di gestione dell’emergenza funzionante e auspicabile, con metodologie di gestione tutte nuove, sperimentali, ma ormai consolidate in questa straordinaria esperienza di auto organizzazione consapevole.
Quando il comune ha deciso di chiudere il campo gli abbiamo chiesto di venire in assemblea e spiegare alla gente le motivazioni. Noi il campo non volevamo venisse chiuso perché credevamo che prima fosse necessaria la sistemazione di tutti gli sfollati. All’assemblea erano presenti un’ottantina di persone. Gente che dal campo era passata ma che non viveva più li, sfollati che ancora vivevano il campo e persone del paese.
Non siamo stati noi i primi a prendere parola per difendere il campo durante l’assemblea. Erano i cittadini stessi a reggere il confronto con i rappresentati del Comune, a spiegare che le motivazioni che portavano non erano sufficienti a convincerli che andarsene fosse la soluzione migliore. “Noi qui stiamo bene, nelle difficoltà e nei disagi, ma stiamo bene”. Così hanno risposto, non solo le famiglie con casa inagibile ma anche quelle che erano ormai rientrate in casa, quelle che avevamo conosciuto al campo i primi tempi e poi se n’erano andate, che con nostra piacevole sorpresa sono tornate a difendere i diritti degli altri perché tutti parte di una stessa collettività solidale. Il campo quel giorno non ha chiuso. Quel giorno la comunità che si era creata tra gli sfollati ha vinto e ha rimandato la chiusura di un mese, tempo necessario perché tutti potessero trovare un’alternativa abitativa. E cosi è stato.
Oggi, fine settembre, il campo di Fossoli ha chiuso, ma i volontari sono ancora attivi nelle zone terremotate. Il campo base di Cavezzo si è spostato ed è tuttora attivo. Le volanti rosse attraversano ancora il territorio portando quello di cui ancora c’è bisogno. L’emergenza non è ancora finita. E ci staremo fino alla fine.

Le pratiche sociali e giovani comunisti
Non c’iscriviamo nel listone dei “vecchi nuovisti” che oggi vedono i partiti politici come un’ingombro da sostituire con le agenzie di marketing ed appaltano il sociale ai terzi finendo per assumere dopo qualche stagione il punto di vista dell’avversario. Se il partito di massa vecchio modello, gerarchico ed omologante non è più utile, la risposta che dobbiamo mettere in campo non è il partito delle cariche pubbliche, plebiscitario, e mediatico, ma un partito sociale. Sappiamo che esiste una dialettica seria tra il partito sociale e il partito politico e che spesso questo rapporto è letto come quello di Penelope con la sua tela: una contraddizione apparentemente irrisolvibile se non si attua una vera rifondazione della politica.
Il Partito Comunista si regge su tre pilastri, azione politico-istituzionale, lotta di classe, pratiche sociali. Questi tre elementi sono profondamente intrecciati in un percorso dialettico finalizzato all’emancipazione delle classi subalterne; l’azione istituzionale è arida burocrazia senza lotta e pratica sociale, la lotta è settarismo senza traduzione politica e sociale, così come le pratiche di mutualismo sarebbero umilianti e caritatevoli senza una prospettiva di classe e una traduzione politica.
A partire da questa premessa fondamentale sposiamo del tutto la linea che il Partito si è dato al congresso di Chianciano e che ha ribadito con forza e convinzione a quello di Napoli, cioè: esperienze di mutualismo e solidarietà di classe come pratica dell’obbiettivo.
I GAP, i gruppi d’acquisto popolare, nati in tanti circoli e federazioni in tutta Italia sono uno strumento concreto di lotta al carovita e contemporaneamente un mezzo di denuncia dei meccanismi perversi che il capitale impone con le reti della grande distribuzione, le multinazionali, le leggi di un mercato scellerato e lo sfruttamento della classe lavoratrice;
Se è vero che si è determinato un processo aggregativo di pratiche che cominciano a coinvolgere oltre noi stessi, è del tutto evidente che stiamo parlando di una piccola cosa rispetto al potenziale che possiamo mettere in campo. Esistono intere provincie, regioni, che non si misurano su questa sfida, e anche dove queste pratiche sono state fatte la separazione che spesso si registra tra i vari livelli del partito è enorme.
Ma ce ne sono altre che di fatto hanno cambiato radicalmente pelle al nostro partito e sono in campo tutti i giorni pratiche inscritte nelle pratiche sociali: GAP, picchetti antisfratto, interventi nelle calamità naturali, presidi permanenti davanti alle fabbriche, dove i compagni, dai militanti alla dirigenza, hanno ripreso strade abbandonate, riparlato linguaggi comprensibili davanti ai cancelli delle fabbriche, ascoltato e capito le contraddizioni, la sfiducia nella politica e nell’azione collettiva. Il partito sociale si pone quindi come un’inchiesta “calda”, nella quale si sta formando una generazione di militanti, un intervento che indaga e costruisce, lavoriamo “con” i soggetti più che “per” i soggetti.
Ma sappiamo che un conto sono le sperimentazioni positive del partito sociale, un conto è il funzionamento complessivo del nostro partito, e della nostra organizzazione, in partito sociale. Fino ad oggi, come già detto, è stato un settore di questo partito ad investire in questa dimensione insieme ad una vasta comunità di militanti sociali; non possiamo pensare che questo investimento ricada sulle spalle dei soliti ma dobbiamo far si che diventi patrimonio di tutti i militanti e che diventi modus operandi necessario per reintrodursi dentro un tessuto sociale, il nostro tessuto sociale, che abbiamo abbandonato da tempo, se non nella teoria, sicuramente nella pratica.
La campagna referendaria sull’art18 che il nostro partito, e quindi i giovani comunisti, sta cominciando ad imbastire in questi giorni, per esempio, è necessaria e importantissima, ma non può partire da sola. Deve essere accompagnata da un lavoro nelle fabbriche che non si può limitare alla raccolta firme o a banchetti all’esterno delle fabbriche, ma deve spingersi oltre, deve trovare la forza necessaria per far quel salto qualitativo che ci permetta di parlare agli operai. E allora che si moltiplichino presidi permanenti, che si moltiplichino assemblee di fabbrica, che i compagni e le compagne stiano fianco a fianco degli operai nelle lotte, si costituiscano casse di resistenza, si costituiscano GAP ai cancelli delle fabbriche perché noi, oltre che lamentarsi del carovita, diamo ai disoccupati, ai cassaintegrati, ai pensionati la possibilità di arrivare a fine mese.
Dobbiamo rispondere ai bisogni immediati delle persone da una parte, e lavorare per riunificare realmente in nostro blocco sociale di riferimento (studenti, lavoratori, disoccupati, pensionati, migranti, …) e perché davvero una sinistra di alternativa reale si costituisca dal basso, con l’autorganizzazione di persone all’interno delle dinamiche del bisogno imposte dalla crisi, dall’altra.
Occorre aprire le nostre sedi e farle diventare utili, ricodificare le nostre strutture. Investire senza paura nel processo aperto che la socializzazione delle pratiche ci offre quindi senza troppe esitazioni, sarà un duro lavoro il cui esito non è scontato, ma non possiamo esimerci dal farlo. Il partito è in una fase di difficoltà strutturale (non ci fermiamo a declinarne i motivi) e ha bisogno di un cambiamento repentino. Non della teoria, di cui siamo fermi sostenitori, ma delle pratiche, di come trasmettere quella teoria alle persone.
Ormai l’autosufficienza della nostra organizzazione e del nostro partito si è ridotta. Abbiamo continuo bisogno di misurarci con altre strutture, altre realtà. Crediamo che sia nel campo della lotta e degli interventi sociali che ciò possa avvenire in modo trasversale, creando una rete di soggettività paritetiche, che si misurano, non su un documento, una linea o un punto di vista, ma su un obiettivo concreto, su un percorso di intervento solidaristico.
Crediamo che la condivisione di una cosa fondamentale come il lavorare per un obbiettivo condividendo le pratiche dovrebbe essere il modus operandi per il reale superamento di qualsiasi divisione correntizia interna: solo con la pratica per un obbiettivo si riporta al centro la discussione politica superando qualsiasi forma di politicismo o peggio ancora individualismo .
Chiediamo quindi che si apra all’interno della nostra organizzazione, in quell’organizzazione che per anni è stato il motore degli innovamenti all’interno del partito tutto, di fare uno sforzo epocale. Di lasciarsi alle spalle le pratiche politicistiche e di aprire un confronto immediato su una nuova metodologia di lotta. Chiediamo che la dirigenza dell’organizzazione si esprima su questo tema, che si confronti con le centinaia di compagne e di compagni che hanno fatto di tutto questo la loro idea di politica e che, generosamente, lavorano quotidianamente per abolire lo stato di cose presenti.
Tutti questi compagni si trovano soli, dentro un’idea di lotta quotidiana alla crisi aperta dalla ristrutturazione di un capitalismo sempre più aggressiva. Non lasciamo che questo patrimonio di esperienze e conoscenze si riducano a piccole avanguardie su alcuni territori. Estendiamo le pratiche sociali, creiamo GAP in ogni mercato di Italia, creiamo reti per l’autorganizzazione popolare in ogni regione, ogni provincia ogni territorio.
Restituire al patrimonio di militanza delle comuniste e dei comunisti percorsi di inchiesta nelle trincee del conflitto sociale, dopo anni di sciagurata teorizzazione e pratica dell’autonomia tra politico e sociale, non può che arricchire la formazione dei gruppi dirigenti del futuro. Un partito che si impantanasse in una dimensione autoreferenziale di costruzione di gruppi dirigenti per “affinità di corrente” ripercorrerebbe una strada fallimentare ampiamente esperita con le vicende che dall’Arcobaleno hanno portato all’esclusione della sinistra dalla rappresentanza parlamentare.

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