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Partito della Rifondazione Comunista – Bergamo | September 28, 2020

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(03.09.20) “A CHI I SOLDI? A NOI! – A CHI DISOCCUPAZIONE, PRECARIATO, SALARI BASSI ETC…? A LORO!”

(03.09.20) “A CHI I SOLDI?  A NOI! – A CHI DISOCCUPAZIONE, PRECARIATO, SALARI BASSI ETC…?  A LORO!”

Analisi semi-seria, ma tremendamente reale, delle recenti esternazioni del Presidente di ConfIndustria, della serie: cerchiamo di ridere per non piangere.

di Marco Brusa

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Una premessa è d’obbligo: il gruppo dirigente attuale di ConfIndustria presenta una concentrazione fino ad ora senza precedenti di cosiddetti “Economisti”, vale a dire di laureati e di, perdonate il neologismo, “masterizzati” presso la London School of Economic, l’Università Commerciale Luigi Bocconi e l’Università Cattolica di Milano; gli ingegneri, i chimici, i medici e financo gli avvocati presso ConfIndustria sono una razza se non in via di estinzione sicuramente in riduzione drastica.

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Due parole su queste “prestigiose a livello globale” scuole di economia che stanno prendendo il sopravvento in tutti i settori.

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La London School of Economic è nota per avere fatto esclamare alla Regina Elisabetta a proposito della crisi finanziaria del 2008: “Why did nobody notice the awful financial crisis earlier? – Perché nessuno non ha previsto prima questa terribile crisi finanziaria? Ricevendo come risposta da Mr. Sujit Kapadia, Head of Research for the Bank of England: “Perché, Vostra Maestà, le crisi finanziarie sono simili ai terremoti e alle pandemie virali (sic – tutto vero) avvengono così raramente che sono difficili da prevedere”. Ad onore dei Reali inglesi è necessario riferire che la Regina rimase talmente interdetta da questa risposta che il Principe Filippo, non esattamente un esponente di un partito popolare, si sentì obbligato ad intervenire con un perentorio: “Don’t do it again! - Non lo fate più”.

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L’Università Commerciale Luigi Bocconi, quasi nessuno se lo ricorda, ma prende il nome dal figlio di un imprenditore milanese, noto per essere stato un convinto anti-sindacale ed anti-socialista, che fuggì letteralmente di casa per andare a fare il giornalista coloniale e, ancora molto giovane, ci rimise la ghirba nella battaglia di Adua. Il padre, inconsolabile, gli dedicò l’università da lui fondata allo scopo di “promuovere socialmente i ragionieri” (sic). Questa università porta quindi, fin dall’istituzione, un solido legame con una tremenda e vergognosa sconfitta.

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L’Università Cattolica del Sacro Cuore non ha bisogno di presentazioni, ci limitiamo a ricordare come entrambi i suoi corpi docente e discente siano in contatto a dir poco intimo con organizzazioni molto laiche ed assai poco trascendenti quali Comunione e Liberazione, la Compagnia delle Opere, etc. Organizzazioni da cui proviene l’attuale Presidente di ConfIndustria.

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Non siamo noi a dovere fare queste analisi così elevate e complesse, ma risulta evidente come il Capitale in questa fase stia agendo con almeno due strategie parallele e complementari (questo si può dire, dire “convergenze parallele” invece non si può). Da un lato tende a separare la produzione di credito dalla produzione industriale con la cosiddetta “finanziarizzazione dell’economia”, in volgare: creazione di bolle speculative destinate sempre prima o poi a sgonfiarsi velocemente e senza preavviso (dopo questo lo scriviamo alla Regina Elisabetta, è una risposta indubbiamente migliore di quella datale dal bonzo della Bank of England). Dall’altro, ad estrarre plusvalore non più solo dalla produzione e vendita di merci, ma dalla contrazione dei salari.

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Non occorre essere dei “masterizzati” in una “prestigiosa” università economica per capire che si è in presenza di un “Uroboro”, serpente o cane che si morde la coda: la contrazione dei salari provoca una contrazione della domanda e quindi, soprattutto quando gli apparati industriali sono di notevoli dimensioni, una crisi economica di sovraproduzione, quale è quella che viviamo al giorno d’oggi. Si può dire quel che si vuole, ma in una situazione del genere sono possibili solo due soluzioni, antitetiche tra loro, e sono quelle che vediamo realmente applicare oggi ai due capi del mondo: intervento statale in economia con lo stato che dà le linee guida e che lascia al privato la possibilità di starci dentro, come avveniva nell’Italia del “Boom” economico e come avviene nelle economie in espansione, dalla Cina all’India passando per la Russia ed il Brasile di prima di Bolsonaro; oppure creazione di nuova “finanziarizzazione dell’economia” (bolle speculative) mirante sia a rastrellare denaro non solo più dal “parco buoi” dei piccoli risparmiatori, o lavoratori che cercano comunque di risparmiare in condizioni sempre più difficili per tirare su famiglia che dir si voglia, ma anche e soprattutto dagli interventi, ormai inevitabili, dello Stato o di gruppi di Stati, per finanziare l’economia ormai asfittica dopo decenni di “finanza creativa”.

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Questa ultima soluzione comporta un arricchimento notevole, e spesso indebito, per gli autori delle varie bolle finanziarie ed un analogo impoverimento per coloro che hanno il loro lavoro come unica fonte di ricchezza. Non è quindi un caso che una economia “finanziarizzata” dia la massima importanza ai contabili che, da semplici consuntivisti, vengono trasformati in decisori strategici e vengono promossi al rango di “economisti”. Non è nemmeno un caso che venga ripetuta in continuazione la duplice falsa affermazione ossimorica che il lavoro è un costo e che i costi devono essere tagliati. Affermazioni estremamente aleatorie da contestare con decisione alla radice: per tutti i lavoratori il lavoro è l’unica ricchezza ed il taglio dei costi comporta un analogo taglio dei profitti per le aziende che si ritrovano a vendere robaccia che il mercato proprio non vuole (o forse è l’incapacità ad ottenere profitti che, per i contabili nominati economisti, deve automaticamente e contabilmente originare il taglio dei costi, come dire: se brucio la casa dopo il fumo tornerà indietro e me la ricostruirà da solo; alla London School of Economic il Terzo Principio della Termodinamica non viene insegnato…). Se mai si dovrebbe parlare di eliminazione (eliminazione, non taglio) degli sprechi. Ma da questo orecchio i membri delle “elites” finanziarie ed i vari loro fedeli e sciocchi servelli proprio non ci sentono…

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La scelta tra l’una o l’altra soluzione alla crisi economica non dipende solo da leggi macro-economiche (perdonami Carlo Marx, ma ai tuoi tempi certi studi non erano ancora stati effettuati e, comunque, integrano e non sono in contrasto con i tuoi), ma anche dalla percezione e dalle capacità di coloro che in Teoria dei Giochi sono chiamati essere i “decisori supremi” e, piaccia o no sentirselo dire, ConfIndustria è indubbiamente uno di questi “decisori supremi” anche se non l’unico (per fortuna!).

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Tra le industrie italiane stiamo assistendo ad una trasformazione del padronato estremamente interessante: è finita da decenni l’era dei “Sciür Brambilla”, artigiani divenuti imprenditori e fondatori di aziende (notare come questa genìa abbia conosciuto il suo massimo splendore nell’Italia del “Boom” economico e delle Partecipazioni Statali), ed è finita anche l’era dei “generi” o dei figli “bocciati agli esami del primo anno” che avevano ereditato. Questa categoria di discendenti o è scappata in Libano con in tasca un miliardo dopo aver fatto fallire la poco prima floridissima azienda paterna, oppure è rimasta nello yacht ancorato in un porto turistico dopo essersi sbarazzata della comunque troppo impegnativa azienda di famiglia vendendola ad una multinazionale, o ad una finanziaria, come si dice adesso.

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Gli imprenditori di nuova formazione odierni sono pochi e quei pochi molto spesso sono esponenti di gruppi che non vogliono essere nominati, molto materialisti ed assai poco trascendenti, attivi in nicchie che non sono propriamente di Libero Mercato e che godono comunque di finanziamenti pubblici notevoli, quali la sanità, le apparecchiature medicali, etc. La loro funzione è ormai principalmente quella di assicurare un guadagno ai gruppi di cui sono esponenti mentre i guadagni alle loro imprese sono subordinati all’ottenimento di questo risultato prioritario, risultato da ottenere sempre e comunque con tutti i mezzi.

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Queste premesse sono necessarie per inquadrare l’operato del nostro beneamato Presidente di Confindustria, per capire quali sono i suoi (o meglio: dei gruppi che non vogliono essere nominati a cui aderisce) obbiettivi e come fare per non farsi fregar… Ooops!… per non condividere prese di posizione sfavorevoli all’economia italiana nel suo complesso.

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Teniamo presenti anche le due condizioni al contorno delle recenti esternazioni: finanziamenti massicci dell’Unione Europea in arrivo con relativa cupidigia di chi se li vuole accaparrare (e magari portare direttamente ai Caraibi) e referendum a breve sul taglio dei parlamentari e sulle conseguenti sempre più ridotte possibilità delle “minoranze” di farsi sentire e della democrazia in genere.

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Veniamo all’analisi di alcune di queste “esternazioni”, tra parentesi caratterizzate da frequenti errori di ortografia e di punteggiatura.

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1. Una prima osservazione preliminare non può che partire dai dati, dice il nostro e snocciola, da bravo contabile, una raffica di dati sui PIL europei e su quello italiano che dimostrano che siamo in recessione.

Meno male che ce lo ha detto, altrimenti non ce ne accorgevamo…

Non c’è comunque da stupirsi se il suo argomento primo è il PIL. Fosse stato un burocrate di un Piano Quinquennale Sovietico sarebbe stato la produzione di acciaio, fosse stato un ministro del saggio re del Bhutan sarebbe stato l’indice di felicità dei Bhutanesi, etc.

Dati alla mano il nostro dimostra che stiamo andando meno bene degli altri paesi del Nord-Europa (della Grecia non parla), però non dice che l’industria italiana è diventata la “Contoterzista” dell’Unione Europea e che non abbiamo più grandi aziende dal momento che, ad eccezione di quelle produttrici di armi rimaste saldamente statali, sono state tutte vendute a multinazionali/finanziarie estere per rispettare le prescrizioni di Maastricht (allo stesso scopo i Francesi hanno venduto le loro grandi aziende ai Fondi Pensione dei dipendenti pubblici e i Tedeschi alle banche dei Lander che essendo enti locali non ricadono nei parametri di Maastricht, cioè si sono inventati trucchetti per vendere senza vendere, meglio dei luoghi comuni sui Napoletani…).

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2. La prima riflessione è che, malgrado tutto, le imprese industriali hanno risposto al blocco con più fermezza , tenacia e sangue freddo, di quanto molti immaginassero, continua il nostro.

Però non dice che le aziende non sono né entità astratte né cavalli da tiro, ma sono composte da da lavoratori e da lavoratrici che hanno, loro sì, tenuto duro. Comandati/e al servizio in fabbrica, oppure lavorando da casa durante le ferie obbligate o, addirittura, durante la stessa Cassa Integrazione per difendere il proprio posto di lavoro da comportamenti arroganti.

Le medie imprese industriali l’utile lo hanno comunque fatto risparmiando, tra ferie obbligate e Cassa Integrazione, due o tre mesi di retribuzioni. Poi bisognerà vedere come andrà con il fatturato annuale… Ma è quasi certamente per ottenere questo tramite denari pubblici della UE e della BCE che il nostro sta esternando.

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3. La seconda riflessione riguarda invece il complesso delle misure pubbliche (…) che ci hanno visto esprimere una forte criticità (…) priorità strategiche (…) decollo del paese, etc.

Mah!,,,

Ma cosa vogliono questi? Viene da dire.

A parte che l’uso della parola “decollo” nel testo è estremamente ambiguo per il suo duplice significato di “prendere il volo” o di “tagliare la testa”, di seguito si afferma che “le imprese sono state aspramente criticate per avere osteggiato la chiusura di alcune aree del paese a fronte della diffusione del covid-19. E’ un falso assoluto (sic)”.

Forse si tratta di un “falso assoluto” l’affermazione che questo sia un “falso assoluto”,

O forse il nostro non ha visto i filmati prodotti da ConfIndustria Bergamo…

Sarebbe interessante sentire su questo l’opinione degli abitanti di Nembro e di Alzano Lombardo.

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4. Dopodichè il nostro va avanti con due pagine di recriminazioni burocratiche e generiche degne di una chiaccherata al Bar Sport su come deve essere composta la Nazionale di calcio su cui non riteniamo si debba perdere tempo ed arriva ad uno dei due punti fondamentali.

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5. Vengo ora al punto più rilevante per noi e per le nostre imprese: il lavoro e gli ammortizzatori sociali.

E giù con un attacco pesante agli ammortizzatori sociali, dimenticandosi di dire quanti sono stati i lavoratori in Cassa Integrazione che hanno comunque effettuato “Smart Working” a gratis da casa, sempre per difendere il proprio posto di lavoro da comportamenti arroganti che, puntualmente, sono arrivati.

Viene citato che “La quota di italiani (sic – con la minuscola) sotto l’ombrello della protezione statale oltrepassa quota 8 (sic – in cifre) milioni di cittadini”. Chiunque a questo punto si aspetterebbe l’esternazione di una seria preoccupazione per la sorte di questi otto milioni di cittadini.

E invece no.

Parte l’affondo nel più puro stile della lotta di classe padronale:

Per noi imprese restare ancorati all’idea della cassa integrazione cioè (sic) tentare di congelare il lavoro dov’era e com’era – è in molti casi un errore profondo perché ritarda le riorganizzazioni aziendali i nuovi investimenti e le nuove assunzioni che pur son (sic) necessarie e a cui dobbiamo pensare. (…) Più si protrae nel tempo il binomio “Cig per tutti – no licenziamenti”, più gli effetti di questo congelamento potrebbero essere pesanti in termini sociali e per le imprese”.

A buon intenditore poche parole. In linguaggio volgare questo significa: lo Stato deve essere solo al servizio delle imprese, o meglio dei gruppi che contano di imprese, e non al servizio dei cittadini. Libertà di licenziamento e possibilità di assunzioni solo con contratti a termine e precari; la presenza di una massa di disoccupati farà scendere ulteriormente l’importo dei salari; i disoccupati si fottano.

Se queste fossero le richieste di un esponente della Compagnia delle Indie ad un Marajà dell’Hindustan nel XVIII secolo non se ne stupirebbe nessuno, essendo, nonostante le citazioni di riforme del lavoro in Germania (che non è “contoterzista”) le richieste di un personaggio che si vocifera appartenere alla Compagnia delle Opere al Primo Ministro della Repubblica Italiana…

… forse è meglio reagire accettando di fare una sana lotta di classe.

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6. Deve essere netta la differenziazione tra crisi d’impresa aventi piani di sviluppo industriale e reindustrializzazione, rispetto alle ristrutturazioni che possono trovare soluzione puntando sulla ricollocazione dei lavoratori. (…) Anche nel caso di eccedenze strutturali al termine di una ristrutturazione d’impresa con diminuzione della componente lavoro (..)”.

Più chiaro di così.

In volgare: “Le grandi aziende che vogliono ristrutturare riducendo i posti di lavoro (interessante come si dia per scontato che si giocherà solo al ribasso, il nostro non sembra proprio essere un imprenditore da “Boom” economico) potranno farlo accampando come scusa la crisi dovute all’epidemia. Le piccole imprese che non riescono a stare a galla si fott… Ooops!… Si friggono e con loro anche i loro dipendenti”.

Si vede che il nostro è stato eletto Presidente di ConfIndustria con un televoto a maggio e si capisce perchè l’altra candidata si fosse chiesta: “Sono sorpresa molto più che amareggiata per l’esito del voto. Il mio pensiero costante è per le imprese che lottano per la sopravvivenza ma non posso non chiedermi dove siano finiti i voti dei tantissimi che mi avevano espresso formale sostegno”.

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7. “.e politiche attive del lavoro non possono essere attuate con il Reddito di Cittadinanza. (…) avviare un sistema di politiche attive con il più esteso coinvolgimento possibile delle Agenzie private per il lavoro che sono le uniche ad avere, professionalmente, contezza delle domande e delle competenze di cui le imprese hanno bisogno”.

E qui si vede l’esponente di un gruppo più ampio, visto che la Compagnia ha il monopolio di queste “Agenzie private” in Lombardia e lo zampino in tutto il resto d’Italia.

Altra considerazione: se qualcuno per qualsiasi ragione, anche solo per antipatia irrazionale, finisce in “black list”, è meglio se emigra; le “Agenzie private” filtreranno sempre la sua candidatura ad un posto di lavoro.

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.8. “Non sono parte accessoria ma fondante dei nuovi contratti di lavoro, le nuove politiche del lavoro, (…) l’adozione di nuove metriche per la produttività, l’innalzamento della qualità di capitale umano impiegato, (…) l’adozione su vasta scala dello smart working, laddove tecnologia e modalità lo consentano sempre più ampiamente riscrivendo i vecchi mansionari dell’epoca fordista. Questa è la proposta complessiva che abbiamo inoltrato a Governo e parti sociali, a fondamento della richiesta di non prorogare il blocco dei licenziamenti. (…) il Governo non ci ha risposto ed ha confermato il divieto”.

Una volta questa si chiamava arroganza.

Adesso magari si utilizza un termine di “understatement” anglosassone per confondere le idee, tipo “Jobs Act” per dire eliminazione dello Statuto dei Lavoratori.

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9. E si finisce con una bella pappardellata sui 209 (sic – in cifre) miliardi di euro che stanno per arrivare e che è giusto dare alle imprese giuste, altrimenti la BCE si vendicherà. Però una nota onesta c’è: si ricorda che l’Italia è passata grazie alla sua decrescita pluriennale da finanziatore a beneficiario netto della UE.

Chissà come mai, viene da chiedersi, ma il nostro non lo fa.

In compenso chiede al Governo come saranno distribuiti quei soldi prendendosela con le inevitabili future nazionalizzazioni di Alitalia e di ILVA, con quota 100, con la Cassa Integrazione, con la “demagogia che rischia di essere la più fraudolenta delle seduzioni” (ma con chi ce l’ha? Con se stesso allo specchio?) e citando un fantomatico “rovinoso falò di risorse delle Partecipazioni Statali che obbligò alle privatizzazioni di inizio anni Novanta” (sic – il nostro ha una concezione strana delle maiuscole e delle minuscole).

Veramente non era andata proprio così…

Se non ricordiamo male le Partecipazioni Statali avevano reso possibile il “Boom” economico ed il lavoro italiano nel mondo ed è stato con la loro eliminazione che siamo andati in crisi economica ed il PIL, come il nostro lagna continuamente, ha cominciato a slittare.

In ogni modo gli consigliamo di non andare a dire queste cose nell’altra parte del mondo, lo guarderebbero strano.

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In conclusione riteniamo che questa lettera inviata al Governo rappresenti un qualcosa di molto pericoloso non solo per i cittadini, ma soprattutto per l’economia del sistema Italia.

Colui che la scrive è sì il Presidente di Confindustria, ma è anche e soprattutto l’esponente di gruppi che non vogliono rivelarsi (la Compagnia di cui si vocifera faccia parte è solo un tramite commerciale) e che hanno scelto il sistema industriale italiano come contoterzista e come strumento per la loro “finanziarizzazione dell’economia”, vale a dire per ricevere i fondi UE a fondo perduto e poi farli sparire ai Caraibi lasciandosi alle spalle solo disoccupazione, aziende fallite e filiali di multinazionali che fanno “contoterzismo” a basso costo.

Un esempio di questo è costituito dalla affermazione, ribadita più volte nel testo, che il Governo italiano non ha alcun piano industriale. Su questo possiamo essere d’accordo, visto che trenta anni di Neo-Liberismo hanno impedito la preparazione di una qualsivoglia programmazione economica. Però a questo punto sorge spontanea la domanda: “E il piano industriale di ConfIndustria dov’è?”.

Sono possibili solo due risposte: o questo piano non esiste, e allora la signorina ConfIndustria è colpevole di tutto quello di cui accusa il Governo italiano ed è gentilmente pregata di starsene zitta e di darsi da fare con un occhio di riguardo ai propri lavoratori e non di ostilità; oppure questo piano esiste, ma non è divulgabile. Quest’ultima ipotesi è molto peggio della prima sia per il popolo italiano che per le aziende italiane che non fanno parte di quei gruppi che non vogliono rivelarsi.

La concezione dell’economia che i gruppi che non vogliono rivelarsi fanno enunciare al Presidente di Confindustria non è concettualmente diversa da quella di una Compagnia delle Indie e pensiamo proprio che non sia il caso di lasciarla passare, soprattutto considerando che tutto il sistema mediatico (che ha dei padroni) si è scatenato nel sostenerla acriticamente.

E senza pubblicarne il testo con rilevanza…

 

https://sindacalmente.org/wp-content/uploads/2020/08/Il-testo-completo-della-lettera-di-Bonomi_Linkiesta.pdf

 

Ponte Tresa (VA), 30 agosto 2020.

Ing. Marco Brusa

 

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