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Partito della Rifondazione Comunista – Bergamo | January 29, 2020

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(18.12.19) BERGAMO. PIU’CASE POPOLARI E PIU’ RISPETTO PER CHI CI VIVE!

(18.12.19) BERGAMO. PIU’CASE POPOLARI E PIU’ RISPETTO PER CHI CI VIVE!

* Note a cura Unione Inquilini – Bergamo / dicembre 2019

Si è svolto quest’oggi (mercoledì 18 dicembre – ndr) il presidio di Unione Inquilini davanti al Centro Congressi in Viale Giovanni XXIII, mentre si teneva il convegno di Aler Bg e Regione Lombardia (doveva intervenire il presidente Fontana, che poi non è venuto).
Ai partecipanti – per lo più “controparte – abbiamo distribuito il documento “PIU’ CASE POPOLARI e PIU’ RISPETTO PER CHI CI VIVE”, dove abbiamo ricordato il grave problema della mancanza di alloggi pubblici nella nostra provincia (malgrado la domanda in continua crescita) e quali siano le condizioni abitative nell’edilizia residenziale pubblica, fra carenze drammatiche nelle manutenzioni, l’aumento degli affitti e delle spese condominiali, lo stato di degrado di diversi caseggiati e il rischo di sfratto per le famiglie povere che non riescono a pagare. ( a cura Unione Inquilini Bergamo)

1. Impietoso il numero delle richieste di alloggi di edilizia pubblica – per come emerge dall’esito degli ultimi bandi – a fronte della irrisoria quantità di alloggi disponibili e dalla crescita continua del disagio abitativo nella nostra provincia, che nel 2018 – in controtendenza rispetto ai dati nazionali – ha visto aumenatare in modo significativo il numero degli sfratti. Di seguito alcuni esempi:
Nell’Ambito Territoriale di Bergamo (6 comuni con oltre 150.000 abitanti), quello più “generoso”, già tre settimane prima della chiusura del bando, le famiglie che avevano fatto richiesta di un alloggio erano circa 400, per 62 alloggi.
Nell’ambito della Valle Cavallina (20 comuni con circa 55 mila abitanti), 8 gli alloggi assegnabili, mentre i casi di sfratto segnalati dai servizi sociali dei comuni erano non meno di 23.
Nell’ambito di Dalmine (17 comuni con 145 mila abitanti), gli alloggi disponibili sono 16. I servizi sociali di uno di questi comuni ci hanno detto – con tanta amarezza – che le famiglie che stanno perdendo casa sono più di 20 in quel comune, uno solo dei 17 dell’ambito.
L’ambito del Basso Sebino (12 comuni per 33 mila abitanti all’incirca), comprensivo di parte del distretto industriale della gomma, con molte famiglie di recente immigrazione, gli alloggi messi a disposizione sono nel bando che scadrà tra qualche giorno sono… 1 (uno!), nel comune di Vigolo, in montagna sopra il lago d’Iseo.

2. Secondo le nuove procedure previste dal regolamento  4/2017 della Regione Lombardia, le domande si sono fatte  on-line mettendo in difficoltà la maggior parte dei richiedente, con un meccanismo ferreo che blocca chiunque sia privo anche di uno solo dei numerosi requisiti richiesti.
Per ogni alloggio ci sono decine e decine di richieste, elenchi infiniti, malgrado molte persone non siano riuscite materialmente a presentare la domanda per il bando; solo uno potrà accedere, mentre a tutti gli altri non rimarrà che prendersi di nuovo la briga di fare altre pratiche – non semplici e non gratuite – per il prossimo bando-lotteria (ne sono previsti 2 all’anno, anche se diversi Ambiti territoriali non hanno presentato ancora niente), senza nemmeno poter contare sull’assegnazione in deroga in caso di sopraggiunti “disastri” lavorativi o esistenziali che abbiano portato alla perdita della casa.
I meno abbienti, che ovviamente più hanno bisogno di una casa a canone sociale, vengono classificati come “indigenti” nel caso il loro Isee sia inferiore a 3.000 euro. Per queste famiglie viene riservato il 20% degli alloggi disponibili, ma possono fare domanda solo nel comune o nell’ambito di residenza. Le richieste eccedenti il 20% non vengono prese in considerazione  e le famiglie indirizzate al sistema del cosiddetto housing sociale che dovrebbe essere predisposto dai comuni: il che conduce inevitabilmente a prolungare indefinitamente la precarietà abitativa delle famiglie e delle persone.
La Regione Lombardia vuole essere certamente sicura che gli alloggi dell’Aler o dei comuni siano abitati da un numero limitato da persone o famiglie povere a rischio di insolvenza!
Ma il sistema dei punteggi introdotto penalizza anche in altro modo le famiglie più povere: sono esclusi dai bandi – come noto – coloro non risiedono da 5 anni nella Regione e gli immigrati non Ue con permesso solo biennale che si trovino all’atto della presentazione della domanda  privi di una occupazione. I punteggi assegnati per la continuità della residenza nel comune sopravanzano – ad esempio – quelli che derivano dal disagio abitativo (per esempio sfratto, alloggio inadeguato).

3. Le nuove tecnologie informatiche o le ridondanti terminologie anglosassoni adottate nella comunicazione degli enti che gestiscono l’edilizia residenziale pubblica si scontrano poi con la dura realtà di un patrimonio abitativo pubblico e sociale che è per consistenza agli ultimi posti in Europa.
Rispondendo recentemente ad una interpellanza parlamentare, il Ministero delle infrastrutture e trasporti ha ricordato che al 30 settembre di quest’anno vi erano- dopo quasi 25 anni -  ancora 970 milioni di euro di fondi ex-Gescal ancora inutilizzati, di cui 81 milioni nella Regione Lombardia, fondi che secondo la Corte Costituzionale devono essere investiti nell’edilizia residenziale pubblica oppure restituiti ai lavoratori che li hanno versati.
Si sono persi quasi due decenni (altro che efficienza) per costruire i 107 alloggi Aler di Via Borgo Palazzo, che – come annunciato dalla stampa – saranno messi a disposizione solo nella primavera del 2020, ma – si badi bene – quelli a canone moderato (i meno richiesti) per il 70%; quelli a canone sociale (i più richiesti) solo per il 30%.

4. Negli ultimi decenni, a fronte dei notevoli flussi migratori nemmeno nella nostra provincia non è stato dato corso ad adeguati interventi di edilizia residenziale pubblica; anzi diversi comuni hanno provveduto perfino a svendere il loro patrimonio abitativo pubblico, cioè a ridurlo, puntando scientemente ad alimentare la contrapposizione tra residenti e nuovi venuti!

 

Ancora numerosi gli alloggi pubblici vuoti e disabitati, malgrado almeno nel capoluogo e in pochi altri comuni  – a seguito delle numerose proteste e denunce – dopo anni di incuria si sia cominciato a metterli a disposizione delle famiglie.
A causa delle dinamiche socio-economiche cresce invece il numero di famiglie che non possono accedere al mercato privato della casa – visti anche i processi di gentrificazione avanzata in atto nella nostra città – e che pertanto possono soddisfare i loro bisogni abitativi solo affidandosi all’edilizia residenziale pubblica.
Aumentano i bisogni, ma diminuiscono gli investimenti e gli impegni delle istituzioni tanto che il tema della casa – malgrado le aperture dichiarate nell’ultimo programma di governo, poi lasciate lettera morta – è stato stralciato da tempo dall’agenda politica.

5. Da quando sono cominciate le “riforme” nel campo dell’edilizia residenziale pubblica, particolarmente pesanti come nella Lombardia o nel Veneto, anche la gestione del patrimonio pubblico ha visto diminuire di efficienza scivolando talora nel degrado: assenza di manutenzioni e una gestione del patrimonio – forse volutamente – fallimentare.
L’obiettivo perseguito scientificamente sembra essere quello di motivare la ineluttabilità della privatizzazione e della vendita del patrimonio.
Al degrado manutentivo – inoltre – si è aggiunta la continua riduzione delle politiche sociali a sostegno delle persone in difficoltà da parte delle Amministrazioni comunali che perseguono sempre più – per scelta o perché costrette dalle ristrettezze di bilancio – un progetto di disinvestimento e di taglio dei servizi.
Da qui l’evidente peggioramento della vivibilità nei caseggiati dell’edilizia residenziale pubblica e l’aumento della conflittualità tra gli inquilini.  Da anni i sindacati degli inquilini promuovono campagne di denuncia, rivolte verso le Amministrazioni comunali e l’ALER, sia per l’insufficienza del patrimonio Erp, ma anche per la carenza di manutenzioni.
Ultimamente Aler e qualche comune, anche in bergamasca, hanno cominciato a dare corso a sfratti nell’edilizia residenziale pubblica nei confronti di persone e famiglie morose che non hanno altra alternativa abitativa degna di questo nome.
Sono cresciuti i canoni nell’edilizia residenziale pubblica e sono cresciute anche in misura maggiore le spese  condominiali che le famiglie devono sostenere. E ciò avviene in conseguenza dello stato di vetustà o obsolescenza di buona parte dei caseggiati e degli alloggi riguardo l’adozione di  tecniche per il risparmio energetico.
Non servono a questo punto né dismissioni né espulsione dei più poveri (per garantire redditività di bilancio) né delega all’edilizia privata o al Terzo settore: servono fondi certi per ampliare il patrimonio edilizio pubblico e fondi certi e continuativi  per rigenerarlo, come ha riconosciuto in un suo recente documento la stessa Federcasa tra i promotori del convegno odierno. (Unione Inquilini Bergamo, 18.12.19)

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