Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image

Partito della Rifondazione Comunista – Bergamo | November 13, 2019

Scroll to top

Top

No Comments

(29.09.19) Bergamo. Dal convegno sui 50 anni del Manifesto – Bergamo racconta

(29.09.19) Bergamo. Dal convegno sui 50 anni del Manifesto – Bergamo racconta

 

Si è tenuto ieri, domenica 29 settembre, l’incontro promosso dalla biblioteca “di Vittorio” e  dedicato ai 50 anni de “Il Manifesto”, esperienza fondamentale e innovativa nella storia della sinistra e del movimento comunista italiano, che nella nostra città e nella nostra provincia ebbe una notevole presenza e influenza a partire dalle lotte dell’autunno caldo fino a tutti gli anni Settanta e anche oltre. Ne hanno parlato alcuni fra gli esponenti “nazionali” più conosciuti, come Luciana Castellina, Lidia Campagnano, Aldo Garcia, Massimo Serafini, insieme a quelli che allora furono tra quadri e i militanti più impegnati a Bergamo, come Luciano Ongaro, Evaristo Agnelli, Bruno Ravasio e il nostro compagno Vittorio Armanni, del quale riportiamo l’intervento integrale (che poi nell’incontro pe ragioni di tempi ha potuto leggere solo in parte).

.

Bergamo racconta i 50 anni del Manifesto – “29 settembre 2019 – Elav Circus” – Intervento di Vittorio Armanni

Mi è stato affidato il compito di raccontare del movimento comunista il Manifesto di Bergamo a partire dal 11° Congresso di Roma dal 23/31 gennaio 1966 fino alla presentazione del documento di dimissioni, radiazione (30.09.1970) del gruppo di 16 compagni membri del Comitato Federale del Partito Comunista bergamasco.

Ci provo.

Io mi sono iscritto al Partito Comunista Italiano nel 1964 alla Sezione Centro della città, sita in Via Zambonate, primo piano, a lato del Mutuo Soccorso.

Ero operaio della SIP membro della Commissione Interna. Dal 1966 al 1973 sono stato segretario provinciale dei lavoratori telefonici e telecomunicazioni della CGIL. Mai distaccato.

Dal 1975 al 1995 ho fatto 3 mandati nel Consiglio comunale di Bergamo e dal 1995 al 2009 due mandati come consigliere provinciale.

Alla sezione Centro era iscritto il compagno Lucio Magri. Segretario di Sezione è stato Tino Zanetti, lavoratore licenziato dalla Rumi, che gestiva una cartoleria a Loreto con la sua compagna Lidia Peliccioli.

Una sezione molto articolata con la presenza di compagne e compagni operai delle Arti Grafiche, della Filati Lastex (Sandro Ginami), della Magrini (Corrà), del Gres, Sace, Reggiani, del pubblico impiego (Comune e Inps), artigiani (Giorgio Scarpellini, Pasini), SIP (io,Battaglia detto Taia e altri, dipendenti degli ospedali, infermieri e medici (Nava, Mamoli), studenti, lavoratori della scuola, insegnanti (Laura Bufano), avvocati (Ongaro), bancari (Beppe Belotti), Medici (Taino, il medico dei poveri, per molti anni consigliere comunale a Bergamo), liberi professionisti, architetti tra i quali Giorgio Zenoni che è stato anche segretario cittadino. Il compagno, unico e indimenticabile, Carlo Leidi, Consigliere comunale fino al 1973, notaio dei soci fondatori de “Il Manifesto”.Cooperativa editrice SRL, il 14 febbraio 1971. Mi scuso con le compagne e compagni che non cito ma l’età può fare anche scherzi peggiori.

Una sezione che agiva con determinazione e passione, in una città democristiana, dentro le contraddizioni dello sviluppo capitalistico.

E a proposito dell’agire determinato della sezione ricordo un aneddoto: il Direttivo di sezione mi aveva affidato la diffusione domenicale dell’Unita, 20 copie da diffondere da inizio via San Bernardino fino a Colognola, possibilmente nei bar e trattorie per rendere possibile una lettura più diffusa. Il costo dell’Unità era di 15 lire. il costo del caffè 15 lire. Il più delle volte per lasciare la copia dell’Unità bevevo il caffè. Io lasciavo l’unità e io mi prendevo il caffè, si pareggiava. A fine percorso mi ero sorbito una quantità di caffè.

Il Partito in città disponeva di altre 8 sezioni distribuite nei quartieri periferici e Città Alta.

Ricordo Giulio Alborghetti, dipendente licenziato di un ristorante in Città Alta; Oliviero Colleoni e Silvio Carrara, tra i promotori, con il sottoscritto e altri, del rilancio del Circolino della Malpensata nei primi anni ’70, ancora oggi un punto di incontro e di riferimento di quello che rimane di sinistra.

Segretario provinciale era Eliseo Milani che molto ha dato alla causa del comunismo bergamasco e de “Il Manifesto”, la cui vicenda politica è ben raccontata da un opuscolo di Bruno Ravasio.

I primi “ruggiti” di dissenso nel partito si sono verificati con il Congresso del 1966, l’undicesimo, dove si scontrarono due versioni del togliattismo.

Da una parte Amendola: una posizione moderata sul piano sociale; autoritaria in fatto di vita interna e di disciplina internazionale.

Dall’altra Ingrao che critica la via riformista, che apre sui temi della democrazia interna; Ingrao evidenzia il rischio di un graduale scivolamento verso posizioni socialdemocratiche e ritiene si debba costruire un nuovo blocco storico di forze sociali fondato su alleanze anticapitaliste. Cito: “I comunisti devono costruire e organizzare lotte di massa per realizzare riforme di struttura e guidare nuove agitazioni nei posti di lavoro, soprattutto nelle grandi fabbriche, creare una rete di poteri locali e centri di democrazia diretta “.

Ingrao pone l’esigenza di fare i conti con i processi di modernizzazione della società collegandoli all’esigenza di un socialismo diverso e un modo diverso di essere del partito.

Le due posizioni si riversarono a livello locale .

In Federazione, di Via Guglielmo D’Alzano, il clima era rovente (si mise in discussione il costume secondo cui si aprivano gli interventi con la formula “concordo con la relazione del compagno segretario o chi altro per esso” ), al punto che i rapporti avevano assunto caratteri deteriori di scontro e rivalità personali.

Va evidenziato che dall’uscita del primo numero della rivista “Il Manifesto”, nel giugno 1969, alle dimissioni dei compagni di Bergamo, il 30 settembre 1970, trascorrono 15 mesi nel corso dei quali si era iscritti al Partito e si svolgeva attività a sostegno del Manifesto. E’ stato uno dei periodi più difficili ma entusiasmanti.

Provo a esporre uno schematico elenco di fatti ed eventi succeduti nel paese e nel mondo successivamente al 11° Congresso per avere un idea del contesto politico più generale in cui si era chiamati ad agire:

- Il 21 Agosto 1964 muore Palmiro Togliatti e lascia il testamento politico del Memoriale di Yalta.

- 1966, Cgil,Cisl e Uil presentano una piattaforma unitaria per il rinnovo del Contratto nazionale che apre la stagione rivendicativa dei metalmeccanici e poi di altre categorie;

- Il 27 aprile le università sono percorse da un movimento di massa antifascista. Durante una aggressione di teppisti neri muore Paolo Rossi;

Febbraio 1967 gli studenti a Pisa occupano l’università;

- il 21 aprile c’è il colpo di Stato del Colonnelli in Grecia;

- dal 5 al 10 giugno si combatte la guerra dei 6 giorni di Israele contro Egitto, Giordania e Siria;

- 15 gennaio 1968: la Sicilia nel Belice è colpita da un devastante terremoto;

- Il 1 marzo alla facoltà di Architettura a Valle Giulia ci sono scontri violenti tra studenti e polizia;

- 7 marzo la Cgil proclama lo sciopero generale per le pensioni;

- Il 4 aprile viene assassinato Martin Luter King;

- 6 maggio a Los Angeles viene ucciso Robert Kennedy. Era candidato alla Casa Bianca;

- il 10/11 maggio le barricate al quartiere latino di Parigi danno vita al Maggio Francese;

- 20/21 agosto l’Unione Sovietica occupa la Cecoslovacchia per reprimere il nuovo corso di Dubcek, la “primavera di Praga”. Il Manifesto esce con il titolo “Praga è sola”; Il PCI esprime Grave dissenso e riprovazione. Giudica questo atto inconciliabile con i principi di autonomia e dell’indipendenza di ogni partito comunista , con l’esigenza di una difesa dell’unità del movimento operaio e comunista. Riafferma la propria solidarietà con l’azione di rinnovamento condotto dal Partito Comunista Cecoslovacco;

- 8/15 febbraio 1969 a Bologna si svolge il 12° Congresso del PCI. Viene confermato segretario Luigi Longo; Enrico Berlinguer è il vice. Nel corso del dibattito emergono posizioni contrastanti; l’idea del Manifesto nasce nel 1968 ma viene congelata in vista del 12° Congresso.

- Il 9/10 aprile a Battipaglia nel corso dello sciopero del tabacchificio la polizia provoca 2 morti e 200 feriti;

-25 aprile 69: bomba alla Fiera campionaria di Milano e alla Stazione Centrale;

Nel giugno 1969 Esce il Primo numero del de “Il Manifesto”, 75 pagine, diretto da Magri e Rossanda assieme a Pintor, Castellina,Natoli, Zandegiacomi, Parlato, Caprara, Maone e altri.

Il primo numero fu ristampato più volte raggiungendo circa 80.000 copie vendute. Uscirono 10 numeri.

L’ultimo numero uscì nel dicembre del 1970 annunciando la sua trasformazione in quotidiano il cui primo numero esce il 28 aprile 1971. 50 lire, 4 pagine.

- Ottobre/novembre 1969: in tutte le fabbriche esplodono le lotte rivendicative. A Bergamo viene assaltata l’Italcementi. Volano macchine da scrivere dai piani superiori. I crumiri vengono fatti uscire (volontariamente e gentilmente); I lavoratori della Dalmine organizzano cortei che partono dalla fabbrica per unirsi alla manifestazione a Bergamo, in Piazza Vittorio Veneto.

E’ il tempo dei 3 giorni di Woodstock al festival di Jimi Hendrix, Joan Baez, Joe Cocker… Ma è anche il tempo delle bombe al napalm in Vietnam.

- 26 Novembre 1969 Il Comitato centrale del Pci decide la radiazione del gruppo del Manifesto, Rossanda, Pintor, Parlato, Magri, Castellina, Natoli, per avere dato vita alla rivista Il Manifesto;

- 12 Dicembre 1969, alle 16,30 scoppia una bomba nel salone centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano in Piazza Fontana provocando 16 morti e 90 feriti. E’ la strategia della tensione.

Comincia la caccia ai rossi. Vengono arrestati Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli. Pinelli viene suicidato facendolo precipitare dalla finestra della questura durante l’interrogatorio. Per un certo tempo alle partite di calcio allo stadio di Bergamo i tifosi inveivano contro l’arbitro gridando “assassino e Valpreda”. La pista nera è totalmente trascurata.

- 1970, 20 maggio. Entra in vigore lo Statuto dei Lavoratori . Il PCI si astiene.

Il 14/15 luglio la rivolta di Reggio Calabria per 8 mesi sconvolge la regione. Si tratta di un movimento egemonizzato dalla destra, dei “Boia chi molla”. Poi c’è la manifestazione dei lavoratori con attentati ai treni lungo il tragitto ferroviario.

Il 30 settembre a Bergamo 16 membri del Comitato Federale del PCI depositano un documento di dimissioni dal Partito Comunista. Nei giorni successivi seguono le dimissioni di iscritti delle sezioni della città e della Provincia. In particolare della Sezione Centro della Città, Seriate, Dalmine, Alzano, Nembro, Scanzorosciate, Ponteranica, San Pellegrino, Trescore e Valle Cavallina, Lovere , Castro, Costa Volpino,Torre Boldone, Levate, Cividate, Treviglio, Caravaggio, Ponte San Pietro e zona Isola, Cisano, Caravaggio, Romano, Ghisalba,ecc.. ( Nella tesi di laurea della compagna Roberta Maltempi, consultabile, sono riportati puntualmente dati e notizie).

Le compagne e i compagni si riunivano a casa di Carlo Leidi; altre volte a casa di Luciano Ongaro in Città Alta, altre volte ancora in un locale brutto, buio e umido della piazzetta interna tra via Borfuro e via Sant’Orsola, a lato del vecchio cinema Diana. A quegli incontri prima delle dimissioni vi partecipavano anche compagni che all’ultimo momento hanno deciso di rimanere nel partito (Gigi Marchi, segretario della Camera del lavoro, Cavalli funzionario del partito e altri)

Subito dopo le dimissioni/radiazione, abbiamo utilizzato per un paio di mesi i locali sotterranei della stamperia del partito in Via Guglielmo D’Alzano. Successivamente, e per un paio d’anni, si sono affittati i locali di Via Paglia, fino a dopo la sconfitta delle elezioni del 1972, quando abbiamo acquistato la sede di Via Quarenghi 34, con i soldi richiesti, donati e/o prestati dai compagni più abbienti e da sottoscrizione.

Va ricordato che Eliseo Milani era impegnato a Roma in quanto eletto dal 68 al 72 alla Camera dei Deputati.

E’ mia convinzione che buona parte dei meriti del radicamento territoriale e nelle fabbriche del Manifesto sia stato certamente da attribuire al carisma di Eliseo, alle compagne e compagni direttamente presenti nella loro realtà. Ma va riconosciuto l’instancabile e grande lavoro di coordinamento politico svolto dal compagno Vittorio Moioli prima e dopo le dimissioni dal partito .

Nel 1971 le adesioni al Manifesto bergamasco superano la quota di 800 militanti.

Non si trattava di fare la rivoluzione ma di costruire un passaggio fondamentale, cioè la saldatura tra fabbrica e territorio in una prospettiva di lotta di lunga durata.

Il rinnovo del Contratto nazionale dei metalmeccanici è stata l’occasione per dare forza ad una serie di lotte di fabbrica. Alla Dalmine , alla Magrini, alla Sace, alla Reggiani, alla SIP, nelle fabbriche tessili della Valle Seriana e nrlle fabbriche chimiche gli operai affermano i loro diritti e, di fatto, si organizzano per costruire e contrastare l’organizzazione capitalistica del lavoro creando una sorta di contropotere.

L’autunno caldo bergamasco, anche se per certi aspetti ha vissuto di riflesso gli eventi milanesi, è stato il punto di confluenza delle lotte di fabbrica per affermare la voce operaia nel mondo della politica e delle istituzioni. Non mancò l’avvento dirompente delle compagne femministe per il riscatto delle condizioni di genere – (“Tremate, tremate le streghe sono tornate” e le riunione di autocoscienza).

Penso anche al Comitato Vietnam a Bergamo. In una realtà Bergamasca che subiva l’egemonia democristiana sul piano politico ma anche per una presenza operaia è stato uno strumento eccezionale per rompere l’isolamento della sinistra. Al Comitato Vietnam, che ha visto come protagonisti tessitori Eliseo Milani e Vittorio Moioli, aderiscono altri partiti e sindacati, personaggi della cultura bergamasca fino a Padre Turoldo, ed è stata la grande occasione per interloquire e lottare con l’area che poi si chiamerà Cristiani per il socialismo .

Le lotte del ’68 e’ 69 hanno cambiato profondamente la fabbrica e di riflesso l’insieme dei posti e le condizioni di lavoro.

Prima di quei contratti gli operai stavano davvero male.

- Subordinati all’autoritarismo delle gerarchie aziendali e dall’inquadramento, con un sindacato che non poteva varcare i cancelli aziendali, con i ritmi di lavoro determinati dai tempisti e con salari di fame.

- Si guadagnava 438 lire all’ora, lavorando 2032 ore l’anno.

Mentre il collega tedesco lavorava 1847 ore e guadagnava il valore di 723 lire ora.

- L’autunno caldo ha cambiato quella condizione ma dopo 200 milioni di ore di sciopero.

- Ogni operaio e impiegato si era astenuto per oltre 180 ore e ogni metalmeccanico ha scioperato per 25 intere giornate.

Prima i sindacati erano collaterali ai partiti.

Prima c’erano gli operai di linea, operai venuti dal sud che lavoravano alla catena di fabbriche regolate dal sistema fordista. Operai che subivano mansioni sempre più parcellizzate, ritmi sempre più veloci, cottimo, condizioni di nocività.

Quei mesi hanno parlato il linguaggio dell’uguaglianza, della lotta all’ingiustizia e di democrazia diretta;

- Aumenti uguali per tutti

- Uguale trattamento di malattia tra operai e impiegati

- Hanno parlato di antiautoritarismo pretendendo il controllo dei ritmi di lavoro.

- Hanno contestato un ordine e una organizzazione che non era neutrale.

- Ha parlato e praticato l’autonomia e la solidarietà attraverso nuove forme di organizzazione attraverso i Consigli di Fabbrica. Lotte che si sono estese ai settori chimici, tessili e con un pò più di difficoltà agli edili.

- Quelle lotte hanno cambiato la fabbrica, hanno contagiato e coinvolto studenti , intellettuali, operatori della salute.

Si può dire che la rivoluzione egualitaria è uscita dai cancelli aziendali e le rivendicazioni hanno avuto una sostanziale omogeneità culturale e di intenti.

Si è posto il problema di come estendere il fermento e i contenuti dei cambiamenti in fabbrica, nella società e nelle istituzioni.

Si sono realizzati i Consigli di Zona per far fronte ai problemi della casa, del caro affitto rivendicando la quota massima di affitto al 10% del salario e il problema della nocività e della salute affermando la non monetizzazione.

Si è messo in discussione il ruolo della medicina. Da lì nacquero medicina e psichiatria democratica.

Si è chiesto che non fossero solo gli operai i protagonisti delle lotte, ma tutti i diseredati di una società sempre più diseguale.

La posta in gioco non è stata solo l’aumento dei salari e una migliore normativa del lavoro.

La posta in gioco è stata il potere in fabbrica e il controllo dell’organizzazione del lavoro.

L’obiettivo era allora (ed è a maggior ragione ancora oggi) la promozione del conflitto sociale sul territorio, nei quartieri popolari.

Chiudo riprendendo un titolo del Manifesto dell’8 giugno 1971 citando.

Avere una casa è un diritto in nome del quale ci si può ribellare alle leggi e alle istituzioni della borghesia. L’obiettivo è tradurre questo diritto in un movimento di massa. Oggi resta pesante come un macigno il problema della crisi della democrazia rappresentativa e la necessità di affermare la democrazia partecipativa.”

Possiamo però dire con orgoglio di essere stati, ognuno secondo le proprie capacità e disponibilità, compagne e compagni che hanno tentato la scalata al cielo. Siamo stati sconfitti. Ma rimane ancora in ognuno di noi la volontà e la convinzione che chi lotta può vincere. Chi non lotta ha già perso. Seguimos .

Hasta la victoria siempre

V.A.

Submit a Comment


sei × = 48

взять кредитзаймы на карту онлайн