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Partito della Rifondazione Comunista – Bergamo | October 20, 2019

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(24.12.18) Ancora su Antonio Locatelli e l’eredità del fascismo a Bergamo

(24.12.18) Ancora su Antonio Locatelli e l’eredità del fascismo a Bergamo

Il compagno Cristiano Poluzzi, storico, scrive al direttore di Bergamonews.it

Gentile direttore,

pochi giorni fa il giornale che lei dirige ha pubblicato un interessante articolo, a firma di Marco Cimmino, intitolato: “Antonio Locatelli e quella sinistra che coltiva odio”. L’articolo, lo ripeto, è interessante; non tanto per il contenuto (un miscuglio, un po’ caotico, di idee confuse) quanto, piuttosto, per l’obiettivo che si prefiggeva di raggiungere.

Prima di procedere nell’argomentazione, mi permetta una precisazione. Sono un giovane (under 30) laureato in Storia, residente in provincia (motivo per cui, con la presente, non intendo entrare nel merito della questione politica sul calendario del Locatelli) e, sì, membro di quella “risicata pattuglia di Rifondazione Comunista”. Le scrivo qui non nelle vesti di militante comunista (fiero d’esserlo), ma di giovane storico (oltremodo e ingiustamente precario).

Come scrivevo in apertura, l’articolo del Cimmino è interessante. Per quale motivo? Perché è un articolo ideologico. La prego di non offendersi. Il giornale che Lei dirige (al pari di tanti altri) svolge, editorialmente e storicamente, una precisa funzione ideologica che, nel caso dell’articolo del Cimmino, è emersa in tutta la sua potenza: la difesa della “bergamaschità”, intesa come elemento culturale della borghesia orobica (in questo caso la sua fazione più particolaristica) a partire da una delle sue figure emblematiche, per quanto contraddittorie, quali Antonio Locatelli.

Partirei proprio da qui. Cimmino difende la “bergamaschità”, arrivando goffamente a delinearne alcuni tratti peculiari che restano, inesorabilmente, generici poiché all’autore non è del tutto chiaro il terreno su cui poggia il parametro ideologico da lui individuato: quello dei rapporti di produzione. La borghesia orobica, nella sua componente più particolaristica, è contenta perché il Locatelli, emblema della “bergamaschità” è stato doppiamente tutelato: politicamente, da Tentorio e affini con l’interrogazione in Comune, e culturalmente, dal Cimmino (il quale è pure contento, avendo goduto del suo quarto d’ora di celebrità senza aver capito d’essere stato usato come galoppino dalla borghesia).

Veniamo ora al tema della guerra. Cimmino scrive, entusiasticamente: “Un soldato combatte: e lo fa con spirito battagliero, se non con gioia vera e propria”. Forse sono io ad essere duro di comprendonio, ma temo d’aver capito che la guerra è per sua essenza qualcosa di gioioso. L’unica gioia certa, in tutta questa triste faccenda, è quella che il Locatelli trasmetteva ai cari nelle sue lettere, in perfetta coerenza con lo spirito del fascismo (un’ideologia politica nata dal e col culto della violenza). La guerra non produce gioia alcuna. Non bisogna per forza essere dei pacifisti alla Jean Jaurès per capirlo, ma persone di buonsenso. A tal proposito, visto il passaggio sul bombardamento di Dresda citato dal suo giornalista, consiglio al Cimmino la lettura di “Mattatoio numero cinque”, piccolo grande capolavoro della letteratura di fantascienza scritto da Kurt Vonnegut, testimone oculare, come prigioniero di guerra alleato, della distruzione della città tedesca nella seconda guerra mondiale.

Cimmino scrive, ricordandosi una buona volta d’essere uno storico, che “la storia è materia plastica, complessa, difficilmente decifrabile”. Peccato che poi, nel tortuoso incedere delle sue bislacche tesi, lo stesso utilizzi toni perentori nel classificare, come fascisti tout court, alcune fra le migliori personalità politiche e culturali del nostro Paese, “colpevoli”, nel 1943-44, di essere stati inquadrati nelle organizzazioni totalitarie del regime. A differenza di Locatelli, Ingrao non rivendicò mai, con orgoglio, la propria appartenenza al fascismo. Se il Cimmino può ipotizzare un perentorio e repentino cambiamento d’opinioni del Locatelli dinanzi agli orrori della seconda guerra mondiale (ma la guerra non produce gioia?), perché non può fare altrettanto con gli Ingrao e i Bobbio? La storia non è, forse, “materia plastica, complessa, difficilmente decifrabile”? Il punto vero che, ahinoi, gli storici devono spiegare al Cimmino è l’assenza, nel suo ragionamento, di qualsiasi tentativo di storicizzare gli avvenimenti per meglio comprenderli. Lo si nota chiaramente quando l’autore scrive, in riferimento agli antifascisti italiani durante il Ventennio: “gli antifascisti furono pochissimi e disperatamente solitari”. Forse Cimmino intendeva dire “soli” perché l’antifascismo, storicamente, non fu mai un movimento “solitario”, cioè distaccato, politicamente e socialmente, dalle masse popolari. Le reti clandestine degli antifascisti in Italia avevano invece contatti limitati con Parigi, città in cui si radunarono, in prevalenza, gli antifascisti in esilio, e, non potendo più godere delle strutture partitiche organizzate (i partiti d’opposizione, come sicuramente il Cimmino saprà, furono messi al bando nel 1926), in molti casi si sfaldarono. Soltanto i socialisti e, in misura maggiore, i comunisti riuscirono a tenere in vita una rete clandestina degna di nota per numero di aderenti: poche migliaia di militanti.

Mi consenta, ora, di affrontare la “questione Burioni” che oggi va tanto di moda. Cimmino, pur detestandolo, si comporta esattamente come l’immunologo che non sopporta. Infatti scrive: “Mi viene da pensare che, davvero, sarebbe meglio che, su certi temi, prima di esprimersi, si esibissero titoli accademici adeguati”. Cimmino non può saperlo, essendo lui uno scribacchino della componente particolaristica della borghesia orobica; tuttavia è vittima, anch’egli, della contraddizione che colpisce i Burioni di turno. Dando diritto di parola solo a chi può esibire adeguati titoli in merito, Burioni (e di riflesso Cimmino) si mettono nel solco della contraddizione di ogni filosofia idealista, come ben descritto dal filosofo francese Louis Althusser. L’affermazione del Cimmino presuppone non soltanto la divisione sociale del lavoro (lavoro manuale e lavoro intellettuale), ma il dominio (di classe) dei lavoratori intellettuali su tutti gli altri. Per cui, in soldoni, se non hai titoli da esibire non puoi parlare di nulla poiché non sai nulla. Servi solo a farti sfruttare dai proprietari dei mezzi di produzione (e dai loro aedi alla Cimmino) i quali, tramite lo sfruttamento del tuo lavoro, estraggono un bel po’ di plusvalore. La cosa triste è che i Burioni (figuriamoci i Cimmino) non si avvedono di come e quanto la borghesia, tramite l’ideologia, se ne serva.

Infine, una parola su quella sinistra coltivatrice di odio. Cimmino scrive, scioccato: “Eppure, ogni volta che venga messa alla prova, certa sinistra italiana dimostra di coltivare come propria unica ragion d’essere un odio feroce ed inestinguibile verso tutto ciò che sia, in qualche modo, contrario o anche semplicemente estraneo alla sua primitiva e deteriore Weltanschauung, che pure ha evidenziato, ad abundantiam, tutti i propri limiti di fronte alla storia”. Forse qui per il Cimmino vale il consiglio amichevole che un giovane Marx dava agli hegeliani di destra nel confronto con Feuerbach sulla critica alla dialettica di Hegel: “La grandezza della sua opera e la semplicità senza chiasso con cui Feuerbach l’ha offerta al mondo, stanno in uno stupefacente contrasto col procedimento inverso degli altri”. Quindi, caro Cimmino, meno paroloni e più chiarezza.

Tornando all’odio. Se la sinistra, rancorosa aggiungeremmo noi, sa solo odiare, la destra che fa? La storiografia conservatrice, nella sua distorta critica al socialismo reale, ha scalato la vetta dell’Everest della conoscenza producendo addirittura quel “Libro nero del comunismo”, che ho avuto la sfortuna di leggere per interesse personale (non voglio coltivare l’odio senza essermi prima informato), nel quale, passando da una pagina alla successiva, i dati storici si contraddicono con amorevole serenità. Allora di che stiamo a parlare? Purtroppo la destra italiana, in tutte le sue componenti, non ha mai voluto fare seriamente i conti con parte del proprio passato (il fascismo) e, anziché riconoscere pubblicamente gli orrori e le storture dei suoi beniamini (anche locali), preferisce ridurre “l’intero movimento storico al rapporto tra il resto del mondo […] e se medesima” risolvendolo “nell’unica opposizione dogmatica tra la propria furberia e la stupidità del mondo”.

Sperando di averle fatto cosa gradita,

un caro augurio di Buone Feste a Lei, ai suoi lettori e, naturalmente, anche al Cimmino.

Cristiano Poluzzi, storico

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