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Partito della Rifondazione Comunista – Bergamo | November 17, 2018

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(22.10.18) Bergamo. “Le mura oltre le mura”

(22.10.18) Bergamo. “Le mura oltre le mura”

Relazione di Francesco Macario tenuta il 22 ottobre scorso nel Salone Furietti della Biblioteca A. Mai, nel ciclo di conferenze “La città che sarà” organizzato da Iconemi Bergamo

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Introduzione

Ogni sistema economico e ogni società produce una propria tipologia di spazio. È questo, in estrema sintesi, il punto di vista attraverso il quale il sociologo francese Henry Lefebvre cercava di comprendere il più importante sistema di organizzazione che l’umanità è stata in grado di darsi: la città.

In questa prospettiva è possibile guardare all’evoluzione di ogni città come il susseguirsi e lo stratificarsi di spazi prodotti da vari tipi di società che l’hanno abitata. Gli spazi fisici che attraversiamo quotidianamente sono quindi molto più del semplice addossarsi di strade, piazze ed edifici; sono il risultato di una produzione sociale, una stratificazione frutto dei fatti sociali che vi si sono svolti.

La città assume nella fase attuale un carattere nuovo.

Oggi la città si trasforma per assicurarne la circolazione e per offrire un’immagine accogliente e prestigiosa di sé, un’immagine essenzialmente concepita per l’esterno, per attirare capitali, investimenti e turisti. Da un altro punto di vista, geograficamente, la città si estende e si disloca. I «centri storici», studiati per sedurre i visitatori venuti da lontano e i telespettatori, non sono più abitati che da una élite internazionale. I sobborghi si infittiscono, compaio città satelliti. A volte, come a Brasilia, la suddivisione è straordinaria: si può distinguere la città iniziale, dove si trovano gli uffici e vivono le classi superiori, le città satelliti, dove risiedono le classi medie, e la zona intermedia, la zona delle bidonvilles e degli insediamenti precari progressivamente occupata dalle classi povere. L’urbanizzazione esprime dunque tutte le contraddizioni del sistema della globalizzazione, il cui ideale di circolazione di beni, idee, messaggi ed esseri umani, come sappiamo, è sottomesso alla realtà dei rapporti di forza che si esprimono nel mondo (Marc Augé)

In effetti oggi viviamo nel mondo imposto dal predominio del modello economico liberista, un mondo dove coesistono i mega ricchi e gli strapoveri, e dove la classe media può essere presa dal timore di cadere nella seconda categoria, generando paure e insicurezza. Un mondo globalizzato che abbiamo appena imparato a conoscere nelle sue profonde implicazioni sociali.

La città come luogo delle contraddizioni sociali e del conflitto.

Oggi la città storica ci appare come un’inestricabile stratificazione di edifici e spazi frutto dei fatti sociali che vi si sono svolti. Proprio riflettendo, per esempio, su Piazza Vecchia possiamo osservare come la piazza e il suo intorno non sia altro che ciò che la vita cittadina (sociale ed economica) e i conflitti che l’hanno caratterizzata hanno alla fine determinato.

Fine XII secolo. La concordia civica (Palazzo della Ragione) e la discordia (Palazzo Suardi poi del Podesta).

Il Palazzo della Ragione venne edificato dal comune di Bergamo nella seconda metà del XII secolo. Esso rappresenta l’affermarsi a fianco della Chiesa e del Vescovo di un nuovo potere quello dei cittadini, cioè il Comune. E infatti sorge a fianco del duomo in fregio alla piazza di San Vincenzo, l’antica piazza della città.

Quasi contemporaneamente la più rilevante consorteria famigliare della città, i Suardi-Colleoni, edificò lì vicino un proprio edificio di rappresentanza dotato di una torre.

Ma alla fine del XII secolo i contrasti esistenti tra le grandi famiglie e quelle popolari tenevano tesi i rapporti politici nella città e abbiamo infatti notizia che spesso le esercitazioni militari che si svolgevano nelle vie cittadine degeneravano in scontri di fazione. In uno di questi fu addirittura bruciato il campanile della cattedrale di San Vincenzo.

In questo clima di contrasti economici e sociali nel 1206 si ebbe un furibondo scontro, che il console della vicinia di San Pancrazio, Lanfranco Biffa, definì “guerra Suardorum et Communis Pergami”. I Suardi ebbero la peggio e il loro complesso edilizio fu espropriato, incamerato tra i beni del Comune di Bergamo e adibito a sede definitiva del Podestà. Infatti già negli statuti del 1237 la torre del complesso già dei Suardi-Colleoni appare ricordata come “Turris Nova Comunis Pergami”.

Inizia la formazione della piazza Nuova (ora Vecchia).

Nel 1296 due fazioni contrapposte capeggiate rispettivamente dai Suardi (ghibellini) e dai loro cugini Colleoni (guelfi), divenuti ormai acerrimi nemici, si accapigliarono nuovamente. Nello scontro l’area dove sorge ora Piazza Vecchia, tra il palazzo del Podestà e quello Vescovile, fu incendiata.

In seguito a questi incendi si decise, volutamene, di non riedificare una serie di edifici che si trovavano a nord dell’attuale Palazzo della Ragione (la casa dell’Ufficio delle bollette comunali e le botteghe dei canonici di San Vincenzo e altre), creando un primo spazio libero da costruzioni che venne poi con il tempo ulteriormente ampliato sino a definire la nuova piazza. Sappiamo dagli statuti che davanti alla chiesa di San Michele in Arco e davanti all’attuale biblioteca civica Angelo Mai, già da secoli si trovava una piccola piazza. Sarà attraverso un lento processo nel corso del XIV secolo di congiungimento tra questi due spazi liberi, realizzato demolendo ciò che restava dopo gli incendi del 1296, che sorgerà la nuova piazza della città, l’attuale Piazza Vecchia.

Già in un atto del 1379 fu steso “in vicinia S. Michaelis de Arcu in platea magna Comunis Pergomi apud ecclesiam S. Michaelis”. Questa piazza nel XV secolo era detta Nuova, ma con la realizzazione nel XVI secolo di una nuova piazza nei pressi della cittadella che assunse la denominazione di Piazza Nuova, questa assunse la denominazione attuale di Piazza Vecchia.

Quindi la stessa piazza più significativa della città di Bergamo trova la sua origine negli avvenienti originatisi da contrasti politici addirittura degenerati in guerra civile.

La piazza sotto i Veneziani (Duomo, Palazzo Comunale, la Cappella Colleoni).

Nella seconda metà del XV secolo il Comune, ormai inserito nello stato veneziano, aveva dato l’avvio a una complessiva ridefinizione di tutti gli spazi pubblici posti al centro della città. Questa idea prevedeva di realizzare sul lato orientale della piazza piccola di San Vincenzo, attuale piazza Duomo, un nuovo complesso amministrativo adeguato alle esigenze di un moderno stato regionale come allora era la Repubblica Veneta.

Un documento del 1464 accenna alla “sala nova” appena edificata a sud dell’antica torre dei Suardi. Questo edificio non era altro che l’ala settentrionale del “Nuovo Palazzo della Città” che si era scelto di edificare per sostituire il vecchio Palazzo della Ragione di cui contemporaneamente si prevedeva la demolizione.

Già nel 1456 il Comune aveva iniziato i lavori di costruzione di questo complesso demolendo alcuni edifici vescovili preesistenti e realizzando, con elementi architettonici di recupero, una scala provvisoria, che è lo scalone d’accesso attuale al Palazzo della Ragione. L’iniziativa comunale non teneva però pienamente conto della legittima proprietà dei suoli che spettava al Vescovo.

Certo un accordo con il Vescovo Giovanni Barozzi doveva esserci inizialmente stato; infatti è noto che proprio in quegli anni la diocesi aveva incaricato Antonio Averlino detto il Filerete di riedificare l’antico duomo di Bergamo sul lato occidentale della piazza di San Vincenzo, probabilmente anche usufruendo di spazi pubblici comunali.

I due nuovi edifici, quello religioso a est e quello comunale a ovest, sembrano entrambi frutto di una logica urbanistica unitaria, che meglio si comprende se si considera l’esistenza della nuova piazza a nord vecchio Palazzo della Ragione e la sua prevista demolizione.

In questo contesto si inseriva anche l’edificazione negli anni ‘70 del XV secolo della cappella di Bartolomeo Colleoni, unico edificio poi realmente terminato e che rimase fortemente condizionato nella fruizione dalla mancata demolizione del Palazzo della Ragione.

Si intravede in queste scelte un programma di rinnovamento urbanistico ambizioso che coinvolgeva il Comune, la Chiesa e anche degli importanti privati, ma che di fatto resterà incompiuto.

La prima pietra del nuovo Duomo fu posta nel 1459, dopo che il Comune aveva ceduto al Vescovo una casa vicina e un tratto della piazza davanti alla chiesa per ingrandirla verso occidente.

Nello stesso tempo dal 1456 il comune inizia l’edificazione del Nuovo Palazzo Comunale.

Ma a questo punto i due principali attori dell’iniziativa non si trovano più in accordo. Il Vescovo che pur aveva occupato le aree comunali con la fabbrica del nuovo duomo rivendicò i suoi diritti sui terreni su cui il Comune stava edificando il Palazzo Nuovo e di conseguenza il cantiere del nuovo edificio comunale fu sospeso nel 1460. Iniziò una causa tra il Vescovo e il Comune e anche i lavori del Duomo furono sospesi e ripresero dopo una pausa trentennale solo nel 1494. Fu l’avvio di un sofferto cantiere che si protrasse sino al 1886.

Dopo alcuni tentativi di conciliazione che fallirono lo stallo si trascinò per alcuni anni. Nel 1463 veniva emanato un decreto che consentiva al Vescovo di realizzare un muro merlato per delimitare le sue pertinenze poste a ovest della piazza di San Vincenzo e che comprendevano i terreni su cui doveva sorgere il nuovo palazzo comunale. Nel 1464 la causa terminò con il riconoscimento da parte del Comune, tramite una convenzione, dei diritti del Vescovo e con la rinuncia a proseguire il lavori iniziati del nuovo palazzo di cui rimase edificata solo l’ala settentrionale (l’attuale Palazzo dei Giuristi). Il Vescovo da parte sua si impegnò a non realizzare nuovi edifici nell’area a meridione della porzione realizzata del nuovo edificio che lo ponessero in ombra. E la situazione praticamente così è rimasta sino ad ora.

Non essendo possibile realizzare il nuovo palazzo comunale l’antico Palazzo della Ragione non venne più demolito e le scale temporanee d’accesso diventarono definitive.

In fregio alla piazza Nuova (ora Vecchia) per dare continuità alle due piazze furono aperti degli archi nuovi, creando un palazzo sospeso su pilastri, che, corrispondendo ai pilotis dell’architettura moderna, dopo molti anni tanto entusiasmò Le Corbusier. Per abbellire la nuova facciata settentrionale del Broletto furono probabilmente riusati i materiali predisposti per la facciata del previsto nuovo palazzo, che rischiando di rimanere inutilizzati furono riusati.

Come si vede l’assetto stesso dell’attuale Piazza Vecchia e i caratteri degli edifici che caratterizzano sono quindi il frutto non di una volontà pianificata, ma del risultato casuale derivato dal conflitto tra le due maggiori istituzioni civili e religiose della città, di cui rimase vittima la stessa ambizione di Bartolomeo Colleoni.

Il recupero di Città Alta

Dopo lo spostamento delle funzioni amministrative in Città Bassa nella seconda metà del XIX secolo Bergamo Alta subì un lento ma inesorabile degrado fisico e sociale.

In un primo momento la città sembrò disinteressarsi alle vicende del decadimento sociale e edilizio del suo nucleo originale. Questo è un tema che venne oscurato dalle questioni legate allo sviluppo urbano nella città bassa e, soprattutto, dal progetto del nuovo centro cittadino sull’area dell’antica Fiera. Il tema del recupero della città storica maturò lentamente a iniziare dalla fine dell’Ottocento e poi si impone decisamente nei decenni iniziali del Novecento, per raggiungere un primo punto di culmine con la vicenda del piano Angelini nel corso degli anni Trenta.

Dopo la realizzazione di alcuni primi interventi drastici, ma circoscritti, di sfoltimento il problema del risanamento di città alta tornò alla ribalta all’inizio del nuovo secolo, con la pubblicazione dell’opuscolo dall’eclatante titolo di “Sventriamo Bergamo” (1901) da parte dell’ingegnere Ottavio Negrisoli, assessore nella giunta guidata dal sindaco Giuseppe Luigi Malliani.

A fianco della proposta di Negrisoli furono discussi altri due progetti e tre differenti ruoli per Città alta: quello di declassato, ma risanato, serbatoio di popolazione, nel piano del 1887; quello di, tendenzialmente esclusivo, quartiere residenziale in splendida posizione ed eccezionale prossimità al nuovo centro urbano, nella visione di Ottavio Negrisoli; quello di parte urbana ricondotta a coerenza con i caratteri “moderni” della città piana che avanza, nelle parole di Giuseppe Chitò. Ma in tutte queste tre possibili declinazioni l’intervento si riassume nei termini di un sostanziale decentramento, che ridimensiona città Alta a elemento accessorio nel nuovo impianto urbano complessivo.

Ma presto nel pubblico dibattito l’immagine, dal vago sapore futurista, del tram elettrico che ricongiunge la Città Bassa a quella Alta assurge a simbolo di un programma di modernizzazione a tappe forzate teso a rendere omologa e omogenea la città vecchia alle forme della città nuova.

A seguito del un concorso effettuato nel 1927, nel 1933 il podestà Ernesto Suardo procede a redigere un piano di esproprio per tutte le abitazioni di Città Alta ritenute insalubri; l’anno seguente, podestà Antonio Locatelli, ottenuti i finanziamenti da parte dello Stato il Comune di Bergamo incarica Luigi Angelini di redigere un progetto di risanamento.

Il progetto divide fortemente la città e lo stesso partito fascista: da una parte vi è chi, come l’ingegner Chitò e l’architetto Bergonzo, spalleggiati politicamente da Pietro Capoferri (e dagli squadristi della prima ora), vorrebbe procedere all’apertura di “un’ampia via rettilinea di sventramento”, con la conseguente demolizione di numerose abitazioni. Dall’altra vi è l’ingegner Luigi Angelini, con l’appoggio politico di Suardo e Locatelli, che invece intende abbattere solamente gli edifici pericolanti, restaurando, come nel caso del Convento di San Francesco, le aree storiche rilevanti e attribuendo loro nuove funzioni pubbliche. L’obiettivo è rivitalizzare Città alta, riportando il borgo storico alle pregevoli condizioni dei secoli precedenti.

Il dibattito si svolse assai aspro e non mancano neppure intimidazioni nei confronti dell’Angelini (professionista non iscritto al Partito Nazionale Fascista) e di chi lo appoggia politicamente, tanto che la stessa sezione locale del Partito Fascista fu commissariata.

In ogni caso le vicende che, muovendo dal concorso del 1926, portano all’approvazione del piano di risanamento di Luigi Angelini che troverà poi attuazione tra gli anni ’40 e ‘50, segnano l’emergere di una diversa prospettiva urbanistica e l’affermarsi di una differente tematizzazione del problema Città Alta. Alle istanze di risanamento si trova, infatti, sempre più saldamente associato il riconoscimento del valore storico-culturale del complesso costituito dalla città murata, una scelta forgiatasi anche questa nel confronto scontro tra diverse opzioni economiche, sociali e culturali.

Bergamo le sue mura e l’UNESCO.

Oggi Bergamo e le sue mura venete sono diventate patrimonio mondiale dell’Unesco. Il progetto «Opere di difesa veneziane tra XVI e XVII secolo. Stato de Terra – Stato de mar» vede capofila Bergamo e comprende altre quattro città di tre nazioni diverse: Peschiera e Palmanova per l’Italia, Zara e Sebenico per la Croazia e Cattaro per il Montenegro.

Un obiettivo strategico per una città che cerca un nuovo ruolo e un nuovo equilibrio economico, raggiunto fortunosamente ma una volta tanto con una concordia bipartisan che raramente, come si è visto, è regnata nella nostra città.

Ma raggiunto l’obiettivo, la riflessione su come gestire questa opportunità sembra languire in un “lasse faire” pericoloso socialmente, ma anche per la stessa conservazione dei monumenti di città alta.

Nel primo anno il prestigioso riconoscimento ha già comportato una crescita del 100% dei visitatori giornalieri medi (da 7.000 a 15.000) e il trend sembra in crescita. Entro il 2030 potremmo assistere a una media giornaliera di circa 30.000 e più visitatori medi giorno. La situazione favorita dalla presenza dell’aeroporto internazionale di Orio al Serio e dallo sviluppo enorme dei nuovi mezzi di comunicazione evolve ora molto più velocemente del pensiero e del dibattito sociale e amministrativo locale.

I rischi di una nuova gentrificazione sono già incipienti, e già si profilano nuove tensioni economiche, sociali e culturali.

La città che verrà. Siamo a un bivio

Lewis Mumford, nella sua opera “La città nella storia ”, sintetizza in una sola frase quello che è stato il processo di evoluzione della città nel corso dei secoli dalle origini ad oggi:

Questo libro si apre con una città che era, simbolicamente un mondo e si conclude con un mondo che è diventato per molti aspetti pratici una città” (Mumford, 1961)

La grande città resta un luogo, se consideriamo che vi si trovano riunite in maniera leggibile le diverse classi della società. Per vederla come una metafora del nostro tempo dobbiamo però tener conto di tutti gli spazi che la legano direttamente al mondo: spazi di circolazione (vie veloci, stradali o ferroviarie, aeroporti e vie aeree) e spazi della comunicazione (spazi virtuali, internet, televisione, telefoni portatili che si trasformano in equipaggiamenti complessi individualizzati).

Le città, e Bergamo tra loro, non possono oggi essere analizzate senza prendere in considerazione tutte le strutture che le uniscono e le collegano alla rete mondiale di comunicazione e di circolazione. Seguendo l’intuizione di Lewis Mumford dobbiamo quindi parlare di città-mondo e di mondo-città.

La città-mondo è il luogo dove troviamo tutta la diversità del mondo.

Il mondo-città è l’insieme del globo che si urbanizza ma che, ancora di più, ne è l’immagine, che, per come è rappresentata un po’ dappertutto, è quella di un mondo di facile e armoniosa circolazione, aerei in volo e persone e artisti di ogni sorta che lo percorrono in lungo e in largo come se il mondo fosse il loro giardino. Un mondo però dove alcuni circolano e altri no.

Se la città rimane un luogo, l’immagine del mondo-città è il suo contesto. In termini generali, potremmo dire che oggi il nonluogo è diventato il contesto di ogni luogo possibile. Oggi è l’informatica che definisce gli spazi virtuali dei “nonluoghi”. Ma la comunicazione non è la relazione. Lo spazio virtuale invade il nostro quotidiano, quello più intimo. Possiamo dire che oggi il nonluogoè il contesto di ogni luogo. L’identità si nutre di alterità.

I nonluoghi – centri commerciali, sale d’attesa di aeroporti e stazioni, ascensori e autostrade, centri di accoglienza per migranti, ecc. – sono «uno spazio che non crea identità né singola né relazionale». Il nonluogo non integra, non condivide, «autorizza unicamente la coesistenza di individualità distinte, simili e indifferenti le une alle altre». Nei nonluoghi, le persone si incrociano ma non si incontrano: non generano relazioni.

Le città antiche come Bergamo erano circondate da mura ed avevano pertanto un confine netto e ben preciso. La cui funzione non era solo quello di costituire uno strumento di difesa in caso di guerra e assalti nemici ma segnava il confine politico e amministrativo della città e con il suo andamento ne definiva il perimetro, l’identità in antagonismo al suo opposto: la campagna.

Oggi le mura di Bergamo Alta delimitano un centro che pur tuttavia rimane imprecisabile poiché a sua volta plurale e ancora non esattamente definito ma tendente sotto la spinta della sua messa a profitto a divenire un classico nonluogo. Le periferie della grande Bergamo fanno quindi riferimento sempre più a un centro immaginario, immaginato ma assente e forse già nostalgicamente desiderato.

Il modello standard mutuato dal modello liberista dominante è quello dello sfruttamento con il turismo di massa dei siti storici e dell’uso degli spazi storici come luoghi per eventi (anche commerciali). L’uso turistico speculativo dei tessuti storici ne determina la perdita di significato come luoghi di relazioni sociale e culturali in sostanza il loro tendenziale stravolgimento, una gentrificazione di nuovo tipo.

Il rischio della nuova gentrificazione

In sociologia il termine gentrificazione (adattamento della parola inglese gentrification, derivante da gentry, ossia la piccola nobiltà inglese e in seguito la borghesia o classe media), indica l’insieme dei cambiamenti urbanistici e socio-culturali di un’area urbana, tradizionalmente popolare o abitata da ceti popolari e medi, risultanti dall’acquisto di immobili da parte di popolazione benestante o addirittura da investitori finanziari.

Fu la sociologa inglese Math Glass, che nel ’64 identificò la gentrification in un processo complesso che comporta il miglioramento fisico del patrimonio immobiliare, il cambiamento della gestione abitativa da affitto a proprietà, l’ascesa dei prezzi e l’allontanamento o sostituzione della popolazione residente da parte di altri soggetti. Questi cambiamenti si verificano soprattutto nei centri storici e nei quartieri centrali, nelle zone con un certo degrado da un punto di vista edilizio e con costi abitativi bassi.

Inoltre quando ci chiediamo cosa vuol dire gentrification dobbiamo anche considerare un altro aspetto fondamentale: quello del displacement, ovvero del dislocamento dei residenti meno abbienti del quartiere, solitamente verso le periferie urbano-rurali. Nel momento in cui queste zone vengono sottoposte a restauro e miglioramento urbano, tendono a far affluire su di loro nuovi abitanti ad alto reddito e ad espellere i vecchi abitanti a reddito più basso, i quali non possono più permettersi di risiedervi. Un fenomeno di prima gentrificazione che ha interessato Città Alta negli anni Settanta e Ottanta.

Oggi assistiamo in Città Alta all’inizio di una nuova fase di gentrificazione legata alla nuova fase economica neo-liberista, quella che supera la soglia limite e nelle parti storiche delle città non sono più i turisti a utilizzare i servizi normalmente usati dai cittadini, ma sono i cittadini che devono vivere usando i servizi che sono organizzati per i turisti (vedi Venezia). Una fase che tende a produrre uno spazio a misura dei gusti e bisogni dei turisti, dei commercianti e degli investitori piuttosto che dei residenti.

Un fenomeno internazionale che fa si che ai vecchi pub londinesi di Canning Town si sostituiscono i ristoranti italiani; da noi sushi bar e grandi marchi di distribuzione si diffondono a macchia d’olio nel centro piacentiniano e nei borghi mentre Città Alta si affolla di pizzerie, bar di catene internazionali e negozi di street food. La città storica diviene città-mondo dopo avere perso i suoi abitanti, ora inizia a perdere anche la sua caratterizzazione sociale specifica e rischia di diventare un nonluogo, una generica “location” nel grande panorama del mondo-città.

Va considerato che il nonluogo – come spazio che moltiplica individualismo e solitudine – sembra tipico della fase che stiamo iniziando. Un tempo saturo di sé stesso e, quindi, saturo di presente, che cancella la storia e schiaccia il futuro. Questi caratteri sembrano caratteristici della dimensione della globalizzazione che entra, direttamente, nella vita quotidiana e si definisce per tre eccessi: eccesso di tempo («mai come oggi potremmo far tutto senza fretta, ma mai come oggi facciamo tutto di fretta), eccesso di spazio, eccesso di ego. Sono temi che andrebbero approfonditi. Limitiamoci ad osservare che dentro queste dinamiche uno sviluppo diseguale caratterizza l’andamento della nostra città, favorendo quelle zone che possiedono, per questioni storiche e/o geografiche, un maggiore capitale culturale (quello che Bourdieu definisce come “capitale oggettivo”).

Rigenerazione, rinnovamento e riqualificazione, oggi sembrano affollare il discorso pubblico riguardante la città. La lotta al “degrado”, il miglioramento architettonico, l’orientamento verso un maggior “decoro urbano” sono argomenti che si sviluppano in molti contesti politici e che generano una serie di risposte istituzionali. Sta di fatto che rigenerare i centri storici, le aree centrali e semicentrali delle nostre città oggi appare un’esigenza così marcata da essere addirittura introdotta in diversi testi di legge (come l’ultimo Piano Casa del governo Renzi). Lo è soprattutto a causa di una commistione di processi economici globali, interessi privati e politiche pubbliche.

Tuttavia è indubbio che, a parte il presunto miglioramento delle aree, la risposta alla domanda cosa vuol diregentrification rimarrebbe incompleta senza considerare i costi sociali di questi processi, spesso altissimi. Infatti l’aumento del costo della vita e degli immobili nelle aree sottoposte a gentrification costringe molte persone a lasciare i quartieri, andando ad appesantire ulteriormente aree periferiche, spesso già sovrappopolate e in condizioni di disagio, o anche i paesi della grande Bergamo.

Oggi i problemi legati all’identità esplodono proprio in quei contesti urbani come i nonluoghi dove “si perde l’identità”, dove le tensioni trasformative sono più forti e si traducono in conflitti accesi. Tant’è che la presenza di importanti e significativi movimenti urbani e la formazione di comitati e associazioni locali sembrano spesso, più che (o non soltanto) l’espressione di un tessuto sociale attivo, consistente e radicato in culture dinamiche e preesistenti, il segnale di quanto questo tessuto si senta minacciato e reagisca in qualche modo alle trasformazioni che sente sempre più incalzanti e sentite come inarrestabili.

Alcune di queste persone che vedono il proprio diritto all’abitare minacciato si spostano in maniera più o meno volontaria, in altri casi si assiste ad un susseguirsi di procedimenti di sfratto per morosità o di veri e propri atteggiamenti coatti di intimazione all’abbandono della casa, operati da quei proprietari di immobili che intendono speculare sull’innalzamento dei valori di mercato. Le logiche della rendita e della speculazione appaiono sempre più evidenti e, al tempo stesso, si moltiplicano i comitati, i collettivi e gli esponenti politico-istituzionali che si oppongono allo stravolgimento sociale dei quartieri.

E infatti anche nella nostra piccola e provinciale realtà si diffondono lotte per la casa e persino occupazioni, che intendono dare una risposta concreta e politica all’emergenza abitativa e alla mancanza di strumenti per la salvaguardia del diritto all’abitare.

Ma c’è anche qualcosa in più: la comprensione dei meccanismi speculativi e dei costi sociali determinati dalla gentrification ha portato alla creazione di una coscienza collettiva sempre più diffusa non solo a Bergamo o in Italia ma nella moltitudine globale. Non a caso questi comitati presentano caratteri simili come nel caso di Gezi Park a Istanbul, o Astoria e St. Pauli ad Amburgo o del nuovo movimento per la casa che si sta diffondendo a Londra.

E’ un fenomeno internazionale che interessa tutte le città del mondo-città a partire dalle proteste del parco Gezi, un parco urbano in piazza Taksim a Istanbul. Questo parco pur essendo uno dei più piccoli parchi di Istanbul è stato al centro di proteste che hanno avuto rilevanza mondiale, sino, per esempio, al movimento No Parking Fara a Bergamo. Stiamo assistendo alla nascita di un nuovo protagonismo sociale espressione di nuovi conflitti e dovremmo considerare questa cosa sotto i suoi aspetti positivi.

D’altro canto dentro queste dinamiche la questione dell’identità può diventare un anche un rischio quando viene posta in termini di conservare/salvaguardare un’identità, di politiche localistiche (che poi danno origine, estremizzando, ad atteggiamenti razzisti e che non accettano le diversità), di disegnare lo sviluppo di un territorio a partire da un’identità astratta, ideologica e predefinita.

Il positivo risveglio del protagonismo dei cittadini e il sommovimento che produce nella situazione, su questi temi, di vuoto di pensiero culturale e amministrativo sono comunque fattori dinamici positivi. E il risvegliarsi dei conflitti sociali non deve essere visto con preoccupazione, in fin dei conti la nostra città e la sua immagine consolidata sono, come abbiamo visto, il frutto dei conflitti che si sono succeduti nei secoli. Sembrano ormai in fase di archiviazione i tempi in cui il pensiero unico dominante neoliberista poteva sposare impunemente e acriticamente la strada a senso unico della sola valorizzazione economica e speculativa. Si aprono nuovi tempi dovremmo considerare di accettare sul piano economico, sociale e culturale la sfida. (Bergamo, 22.10.18, Francesco Macario)


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