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Partito della Rifondazione Comunista – Bergamo | December 16, 2017

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(18.09.17) Accumulazione e disoccupazione

(18.09.17) Accumulazione e disoccupazione

di Cristiano Poluzzi, della segreteria provinciale bg di Rifondazione Comunista

I dati sulla disoccupazione (generale e giovanile) mettono in evidenza un elemento strutturale, individuato da Marx già nel XIX secolo, che caratterizza il processo di accumulazione del capitale.

Se l’attuale crisi di sovrapproduzione, di merci e di capitali, è (anche) crisi del processo di accumulazione capitalistica, la correlazione fra aumento della ricchezza sociale del capitale e la crescita della disoccupazione non deve sorprenderci. Già economisti borghesi o di formazione socialdemocratico-keynesiana come Thomas Piketty hanno messo in risalto la crescita abnorme delle disuguaglianze di redditi e di proprietà da capitale1 esplose dagli anni ’80; da quando, cioè, con l’abbandono delle politiche di welfare state seguite alla fine della seconda guerra mondiale, i governi dei Paesi occidentali hanno fatto propria l’agenda neoliberista teorizzata e promulgata dalla scuola di Chicago.

La fine dei Trente Gloriouse, come li chiama Piketty, o dell’ ”età dell’oro”, stando all’acuta definizione di Hobsbawm2, ha determinato una trasformazione della fase con cui il capitale produce ricchezza (il neoliberismo). Il meccanismo dell’accumulazione, per sua stessa natura irreversibile, se da un lato ha fatto sì che il capitale continuasse a crescere e svilupparsi, dall’altro, ingenerando ed essendo conseguenza di una caduta trentennale dei profitti3, ha riprodotto i meccanismi, mai del tutto sopitisi, della crescita delle disuguaglianze economiche (e quindi di quelle sociali e, di riflesso, politiche).

Quando Marx, nel libro I de Il Capitale, descrive la natura della legge generale dell’accumulazione capitalistica e le contraddizioni da essa generate, non possono non balzare in mente tanto la connessione con la successiva intuizione della caduta tendenziale del saggio di profitto (libro III), cui l’accumulazione capitalistica è intrinsecamente legata, quanto le reali conseguenze prodotte dai suddetti processi di crisi del capitalismo. Oggi viviamo in un mondo completamente trasformato nella forma (il neoliberismo), ma non nella sostanza: il modo di produzione non è mutato e, anzi, sta ricreando condizioni di imbarbarimento nello sfruttamento dei lavoratori che ricordano la realtà ottocentesca descritta e vissuta da Marx ed Engels.

I dati sulla disoccupazione4, cresciuta a livelli mostruosi e drammatici, la contemporanea concentrazione della ricchezza reale nelle mani di sempre meno persone5 e le politiche di attacco ai diritti dei lavoratori portate avanti da governi espressione degli interessi del capitale mostrano le diverse facce dello stesso fenomeno.

Non dobbiamo stupirci se la disoccupazione resti su livelli elevati in diversi Paesi occidentali. L’aumento della produttività e del lavoro in senso stretto non è necessariamente sintomo di maggior occupazione. Anzi, come ci ricorda Marx, le due cose non sono affatto correlate nella misura in cui non vanno incontro agli interessi del capitale.

Poiché “l’accumulazione del capitale [] si compie, come abbiamo visto, in un continuo mutamento qualitativo della sua composizione, in un incessante aumento della sua parte componente costante a scapito della sua parte componente variabile”6 è del tutto naturale, spiega Marx, che la parte variabile (e dunque la popolazione lavoratrice) aumenti. Tuttavia questo aumento si traduce in una diminuzione relativa, se confrontato con la crescita più sostenuta del capitale costante. Di conseguenza la crescita del plusvalore estratto dal pluslavoro degli operai non è derivata da un aumento della massa di operai strappati alla disoccupazione. Piuttosto, l’accumulazione produce incessantemente un “incremento assoluto della popolazione lavoratrice sempre più rapido di quello del capitale variabile, ovvero dei suoi mezzi di occupazione7. Da questo aumento sconsiderato deriva la produzione di una sovrappopolazione operaia relativa, che poi altro non è che l’ormai noto esercito industriale di riserva.

La logica che sottende la legge individuata da Marx non è priva di senso. Il modo di produzione si trova invischiato in una contraddizione evidente: da un lato non può fare a meno di ricercare profitti, creando le condizioni affinchè il capitale si valorizzi; dall’altro, però, andando incontro all’inevitabile caduta tendenziale del saggio di profitto, che determina, in progressione, un crollo dei profitti, il capitalista deve trovare soluzioni-tampone al problema (in realtà meri palliativi). Uno di questi altro non è che l’aumento dello sfruttamento di parte della popolazione operaia: “ogni capitalista ha l’assoluto interesse di spremere una data quantità di lavoro da un numero minore di operai, piuttosto che spremerla altrettanto o anche più a buon mercato da un numero maggiore”8. Insomma: lavorare tanto, lavorare in pochi!

Non dobbiamo dunque stupirci se, crescendo la produzione economica non cresce l’occupazione (sempre ammesso che i dati e le previsioni di crescita, spesso solo stime, siano effettivamente da considerarsi tali). La realtà che ci circonda mostra che le leggi del modo di produzione capitalistico non sono cambiate: un’attenta lettura fra le righe del variegato universo lavorativo (fatto di contratti-farsa, sotto-lavoro, lavoro a chiamata, lavoro accessorio, sfruttamento puro…) dovrebbe confermarcelo.

La disoccupazione, generale e giovanile, in Italia non ha mai registrato livelli come quelli a cui il capitale ci sta forzatamente facendo abituare. Accanto al tasso di disoccupazione si registrano altri parametri che mettono in risalto un sottobosco di lavoretti, lavori part-time, contratti atipici, a chiamata e via dicendo: strumenti che il capitale utilizza per tenere costantemente sotto controllo (e sotto ricatto) i lavoratori. Non si tratta solo, banalmente, del ricatto più ovvio che l’esercito industriale di riserva pone con la sua stessa esistenza: una domanda di lavoro che supera l’offerta crea condizioni di maggior sfruttamento verso la popolazione operaia attiva, sempre per dirla con Marx.

Il maggior sfruttamento dei lavoratori (attacco ai diritti conquistati con le lotte operaie novecentesche, attacco e smantellamento del welfare state…) mostra l’esigenza di continuare a produrre profitto da parte del capitale. Questa si manifesta sia, come abbiamo visto, nella diminuzione relativa del capitale variabile, quanto nella creazione artificiale di una zona grigia fra esercito di riserva e popolazione attiva. Quando Marx elenca le varie forme con cui la sovrappopolazione operaia relativa prende forma non sta forse descrivendo ciò che noi viviamo ogni giorno? Lavori accessori (i voucher), part-time o a chiamata altro non sono che il meccanismo con cui il capitale assorbe, temporaneamente, forza lavoro dall’esercito di riserva, trasformandola quindi in popolazione lavorativa, prima di gettarla nuovamente via, terminata la sua produzione di plusvalore, nel vasto magma dell’esercito di riserva. Siamo qui in presenza di una forma di sovrappopolazione operaia relativa stagnante9, su cui i vari governi degli ultimi decenni hanno speso pagine e pagine di giurisprudenza per regolarne il flusso, mostrando caparbiamente quanto la legislazione dipenda in senso stretto dal modo di produzione10.

L’elemento di novità di questa fase è, perlomeno, duplice. Il capitale continua a ricercare profitti, inasprendo le contraddizioni del sistema fino a livelli abnormi. Si pensi, ad esempio, al circolo vizioso della produzione di capitale finanziario che ha originato speculazione e crisi omonima (una produzione figlia del sogno di ogni capitalista, ossia quello di saltare, nella fase della circolazione, la merce e passare così da D-M-D’ direttamente a D-D’; denaro che si auto-valorizza e diventa capitale da sé).

L’intensificazione dello sfruttamento ai danni dei lavoratori, facilitata anche dalla fine dell’alternativa sistemica, non certo priva di limiti, del socialismo reale, ha trovato terreno fertile anche nel profondo ripensamento di sé stessa e da parte della sinistra di classe in ambito politico (scioglimento del Pci e ventennale divisione della sinistra radicale) e sindacale (politica di concertazione; mancanza di opposizione alle politiche di austerità da parte della Cgil; frantumazione, litigiosità e divisione del sindacalismo di base). La perdita di egemonia politica, sociale e culturale della sinistra nella società italiana è evidente e ha determinato un arretramento totale in diversi settori11.

L’attacco ai diritti dei lavoratori non è figlio di un capitalismo improvvisamente fattosi più cattivo o più brutale. Il capitalismo non è né buono né cattivo. Il capitale, nel secondo dopoguerra, ha dovuto fare i conti con ostacoli concreti, rappresentati dai comunisti in Occidente e dall’Unione Sovietica, alla sua fame di profitti. Il welfare state non è certo il socialismo: tuttavia, grazie anche ad una Costituzione figlia di un processo di democrazia avanzata quale era stata la Resistenza, i contrappesi messi in campo dal movimento operaio avevano creato condizioni di relativo benessere e crescita. Caduti quegli ostacoli (interni ed internazionali), il capitale si è trovato davanti ad un’autostrada che, da più di vent’anni, sta percorrendo a tutta velocità.

Sul piano ideologico, infine, il capitale è riuscito ad ottenere un importante successo. Dal momento che “le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante”12, assistiamo oggi ad un capovolgimento della realtà ad opera delle classi proprietarie dei mezzi di produzione. Così un contratto di tirocinio semestrale, sottopagato, con vaga promessa di rinnovo semestrale non si presenta, agli occhi del giovane alla ricerca di un lavoro stabile, per quello che è in quanto tale: una forma di sfruttamento in cui la cessione di forza lavoro è completamente subordinata allo sfruttamento della medesima da parte del padrone. No. Un simile contratto viene venduto dal padrone e vissuto dal lavoratore come un’importante occasione di crescita professionale; viene quasi visto come un atto di bontà e gentilezza che il datore di lavoro effettua nei confronti del lavoratore.

La stessa cosa si può dire del processo di alternanza scuola-lavoro varato, in pompa magna, dal governo Renzi. L’elemento, palese, di totale sfruttamento di forza lavoro passa in secondo piano rispetto alle opportunità di ingresso e conoscenza del mercato (non mondo) del lavoro. In realtà l’alternanza scuola-lavoro è un salto di qualità del capitale, raffinato nella modalità e brutale negli scopi. Con l’alternanza si va persino oltre: qui il produttore (lo studente), col suo lavoro produce ricchezza per l’azienda per cui effettua l’esperienza di alternanza. Tuttavia, alla base dell’alternanza, manca del tutto il momento decisivo della vendita della forza lavoro in cambio della prestazione lavorativa. È un salto indietro non di decenni, ma di secoli. È un ritorno all’apprendistato dei garzoni nelle manifatture delle città del XII-XIII secolo, senza tuttavia la sicurezza dell’assunzione dopo gli anni di apprendistato.

Cristiano Poluzzi, membro della segreteria provinciale Prc-Se Bergamo.

1 Cfr. T. Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, Milano 2013, pp. 378-380.

2 E. J. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991, Bur, Milano 2006, p. 471.

3 V. Giacchè, Titanic Europa. La crisi che non ci hanno raccontato, Aliberti Editore, Roma 2012, p. 16. Per un’analisi accurata del fenomeno (trend trentennale di caduta tendenziale del saggio di profitto nei Paesi europei) rimando a M. Li, F. Xiao, A. Zhu, Long waves, institutional changes, and historical trends: a study of the long-term movement of the profit rate in the capitalist world economy in “Journal of World-Systems Research”, vol. XIII, n.1, 2007, pp. 33-54.

4 I dati Istat sull’occupazione e disoccupazione di luglio 2017 riferiscono di un aumento dell’occupazione, ma anche di un aumento della disoccupazione giovanile. Il tasso di disoccupazione generale si attesta all’11,3% mentre la disoccupazione giovanile è al 35,5 con un aumento dello 0,3. Cfr. https://www.istat.it/it/archivio/203230.

5 Cfr. http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/01/16/rapporto-oxfam-otto-uomini-possiedono-la-stessa-ricchezza-di-36-miliardi-di-persone-nel-mondo/3319323/.

6 K. Marx, Il Capitale, vol. I, A. Macchioro, B. Maffi a cura di, Utet, Torino 2009, p. 801. Il corsivo è nel testo.

7 Ivi, p. 802. Il corsivo è nel testo.

8 Ivi, p. 809.

9 Ivi, p. 818.

10 P. Zarattini, R. Pelusi, Manuale lavoro. Rapporto di lavoro, previdenza, fisco, Novecento Editore, Milano 2017, pp. 275-310; pp. 369-372.

11 Uno di quelli maggiormente evidenti è la legittimazione di posizioni revisioniste sulle radici antifasciste della nostra repubblica. Le conseguenze, in nome di un liberalismo spiccio che fa della tutela di ogni posizione politica la sua ragion d’essere, sono sotto gli occhi di tutti: tolleranza, quando non aperta legittimazione, verso movimenti neofascisti in crescita un po’ ovunque.

12 K. Marx, F. Engels, L’Ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 35.

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