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Partito della Rifondazione Comunista – Bergamo | October 17, 2017

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(30.07.17) Del sindaco Gori e della sua conversione al federalismo sulla via per Milano

(30.07.17) Del sindaco Gori e della sua conversione al federalismo sulla via per Milano

di Francesco Macario, segretario Prc Bergamo e provincia

Il 4 dicembre scorso è stata sconfitta la proposta del PD e di Matteo Renzi di attacco alla Costituzione che conteneva un tentativo di virare il paese verso un drastico centralismo e già oggi viene lanciata in Lombardia, con un referendum consultivo, una nuova proposta di senso opposto, radicalmente federalista. Fatti che fanno assomigliare l’Italia a un paese in cui il dibattito politico sembra governato da ubriachi.

Si tratta di un referendum voluto da Maroni, puramente consultivo, inutile e costoso (50 milioni di euro), basato su un quesito cervellotico che verrà svolto tramite tablet (dal costo di 23 milioni di euro), e si sa a quali servizi per i cittadini verranno sottratti questi soldi.

E’ chiaro che parlare oggi di residuo fiscale e tasse da trattenere in Lombardia significa imbrogliare gli elettori, perché i problemi economici del paese non derivano dal rapporto tra stato, regioni e enti locali, ma dalle scelte imposteci dai poteri forti europei (come il pareggio di bilancio in Costituzione) che sostanzialmente tutte le forze parlamentari (compresa la Lega) hanno voluto.

Inoltre questo referendum si preannuncia come una vera e propria azione golpista perché è palesemente contrario alla Costituzione nata dalla Resistenza e riconfermata con la vittoria del NO nel referendum. Infatti la Costituzione è basata sulla solidarietà e sulla redistribuzione delle risorse, cosa che viene radicalmente negata dal referendum stesso. Il referendum di Maroni poi propone di esercitare facoltà esecutive che, una volta eventualmente approvate, la Regione non potrà comunque praticare poiché sono costituzionalmente di competenza del Governo centrale.

Insomma una cosa in comune i due referendum (quello renziano e quello leghista) ce l’hanno ed è l’attacco ai principi costituzionali. E siamo sempre lì al solito “sovversivismo delle classi dominati” italiche che in questi giorni trova anche la controprova nell’attacco contro la prima parte della Costituzione (cioè per abolire la Costituzione attuale) scatenato da Panebianco sul principale giornale della borghesia nazionale.

Che infatti il vero tema del referendum non sia il federalismo ma la democrazia lo prova il fatto che ottenere maggiori forme di autonomia, è già possibile grazie all’Art.116 della Costituzione e al riguardo Maroni & C non hanno mai nemmeno chiesto l’avvio delle procedure. Inoltre l’approvazione del referendum in Consiglio Regionale è del febbraio del 2015, a Maroni non restava che indire il referendum, ma si è preso oltre due anni, passando attraverso una serie di escamotage legislativi, per emanare il decreto di indizione quando più gli faceva elettoralmente comodo.

In sostanza questo referendum è solo una mossa dei leghisti, costosa, pericolosa democraticamente e di stampo marcatamente propagandistico. E’ chiaro che, visto l’inutilità e la negatività di questo referendum, la sinistra deve astenersi e chiedere ai cittadini di astenersi.

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Ora invece a sostenere il sì a questo referendum ai leghisti, alla destra e al M5S si sono aggiunti su proposta di Giorgio Gori i sindaci del PD dei maggiori centri abitati della Lombardia. In realtà Gori accodandosi a Maroni accredita la storiella leghista che la recente stagione centralista (voluta dal suo partito il PD!) abbia sottratto risorse al nord per darle al sud. E’ invece evidente che il centralismo renziano, assumendo il ruolo di guardiano del debito, ha scaricato sugli enti locali il maggior onere delle operazioni di riequilibrio finanziario, spostando sempre più risorse dai territori deboli a quelli forti. Infatti oggi Giorgio Gori (e Sala) motiva il suo si al referendum di Maroni con la necessità di “trattenere al nord risorse per la ricerca e l’innovazione” dimenticandosi di dire che al progetto Human Technopole nell’area dell’Expo di Milano sono destinate già oggi più risorse della somma delle risorse destinate a livello nazionale a tutti gli altri progetti di ricerca.

La spinta renziana al centralismo ha ridotto le regioni da organi di programmazione a organismi gestionali, dando loro la possibilità di trattenere risorse destinate ai comuni e interferendo con le città nei campi del sociale, del lavoro e della cultura. Una deriva, a cui l’amministrazione comunale di Gori non si è affatto opposta, anzi, e che è stata fortemente accentuata dal superamento delle provincie, anch’essa sostenuto da Gori.

Le motivazioni di queste scelte politiche sono evidenti: si è cercato, dentro la logica dell’austerità, di allontanare i luoghi delle decisioni (e i centri di spesa) dai cittadini, rendendo loro più difficile fare sentire le loro istanze. E per capire che questa è una delle principali preoccupazioni politiche di Gori basta andare a rileggere il suo commento al voto sulla Brexit (in cui farneticava sulla necessità del superamento del suffragio universale) o considerare il rapporto di incomunicabilità stabilito con gli abitanti dei quartieri e dei comitati di Bergamo.

Insomma la Lega tenta oggi di occupare lo spazio politico lasciato vuoto dalla sconfitta referendaria di Renzi proponendo come soluzione, dentro la stessa logica, un nuovo centralismo regionale caratterizzato dal rifiuto di ogni concetto di solidarietà nazionale e di ascolto delle istanze sociali. Due facce della stessa medaglia liberista entrambe evidentemente condivise da Gori.

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Stupisce però che colui che ospitò non più di qualche mese fa Renzi al Teatro Sociale di Bergamo per aprire la campagna a favore di un referendum apertamente centralista oggi si faccia interprete all’opposto della necessità di votare si anche al referendum (consultivo) federalista di Maroni. Gori è stato di fatto in Lombardia l’uomo più esposto a sostenere la riforma costituzionale centralista di Renzi, ma oggi si appresta (senza nemmeno motivare questo suo cambiamento d’opinione) a chiedere ai cittadini di votare sì alla proposta, di senso opposto, federalista di Maroni. E’ evidente che, oltre a essere spinto dalla ricerca del consenso personale e del posizionamento opportunistico a fini elettorali a prescindere da valori e contenuti (carattere distintivo della “giovane” classe politica promossa da Renzi), egli condivide l’aspetto comune alle due proposte referendarie: allontanare dai luoghi delle decisioni i cittadini. (E qui anche caliamo un pietoso velo sul sostegno al sì al referendum del Movimento 5 Stelle).

Gori insomma incarnando una concezione della politica come ricerca del successo personale, spregiudicata e libera di collocarsi a prescindere dai principi e degli impegni (infatti si candida a presidente della Lombardia senza neppure terminare il mandato di sindaco di Bergamo) si dimostra il manager politico perfetto per concorrere sullo stesso terreno con Maroni. Cioè per proporsi a governare tramite un nuovo centralismo regionale in nome delle oligarchie dominanti superando la democrazia così come l’abbiamo conosciuta sino ad oggi. Possiamo già oggi dire che vincerà il peggiore.

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La sinistra deve invece rispondere a queste manovre avanzando subito una proposta che riparta proprio dalle città e dai paesi, i luoghi in cui più si manifestano le diseguaglianze e l’impoverimento e le esperienze concrete per contrastarle. Le politiche contro le povertà, il degrado sociale e ambientale fanno delle città il teatro principale della costruzione di una reale alternativa allo stato di cose presenti. Per questo bisogna impegnarsi per un reale cambiamento di rotta, uscendo da politicismi e tatticismi, lottando per dare più risorse e poteri agli enti locali rispetto alla regione, allo stato e all’Europa. E’ nei territori, nelle città e nei paesi, che possiamo accumulare – conquistando l’appoggio dei cittadini – la forza e il consenso sociale in grado di creare una alternativa reale in grado di porre in discussione gli stessi trattati europei di cui i centralismi nazionali e regionali sono solo entrambi garanti. Centralismi che appaiono oggi come le vere politiche che faranno accettare i vincoli economici a favore delle varie oligarchie e che ci porteranno ad escludere dalle scelte i cittadini. Bisogna rovesciare pertanto la rotta del centralismo (nazionale o regionale) senza democrazia, cui aspirano i poteri forti europei.

Creare l’alternativa città per città, sconfiggere le diseguaglianze, unire da subito le città disobbedienti in Europa (da Napoli a Barcellona) e salvare la democrazia è il difficile compito che abbiamo di fronte. Ma tutto questo Giorgio Gori non lo sa… (Bergamo, 30.07.2017, Francesco Macario, segretario della federazione provinciale di Bergamo del Partito della Rifondazione Comunista)

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