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Partito della Rifondazione Comunista – Bergamo | June 27, 2017

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(25.03.17) 10° Congresso PRC-Bergamo. La relazione introduttiva del segretario Francesco Macario

(25.03.17) 10° Congresso PRC-Bergamo. La relazione introduttiva del segretario Francesco Macario

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La speculazione di regola si presenta nei periodi in cui la sovrapproduzione è in pieno corso. Essa offre alla sovrapproduzione momentanei canali di sbocco, e proprio per questo accelera lo scoppio della crisi e ne aumenta la virulenza. La crisi stessa scoppia dapprima nel campo della speculazione e solo successivamente passa a quello della produzione. Non la sovrapproduzione, ma la sovraspeculazione, che a sua volta è solo un sintomo della sovrapproduzione, appare perciò agli occhi dell’osservatore superficiale come causa della crisi. Il successivo dissesto della produzione non appare come conseguenza necessaria della sua precedente esuberanza, ma come semplice contraccolpo del crollo della speculazione.” (K. Marx e F. Engels, Neue Rheinische Zeitung, maggio-giugno 1850)

IN CHE MONDO VIVIAMO?

Le politiche keynesiane, che hanno dominato il secondo dopoguerra, con la messa al lavoro da parte dello stato di milioni di persone per fare lavori utili che non producevano direttamente profitto, ha permesso di allargare enormemente la quantità di bisogni umani soddisfatti determinando anche un allargamento dello sbocco di mercato per le stesse industrie private. A partire dalla ricostruzione e dalla necessità di soddisfare i bisogni primari per arrivare alla società dei consumi, le politiche keynesiane hanno determinato un circolo virtuoso attraverso una spesa complessiva assai più alta – il moltiplicatore – con un conseguente arricchimento complessivo e rapido della società. E’ quello che è stato chiamato il miracolo economico. Questo circolo virtuoso è entrato in crisi negli anni 70 quando gli effetti dell’innovazione tecnologica si sono intrecciati alla progressiva riduzione del valore del moltiplicatore. In questa situazione di crisi, invece di redistribuire la produttività sociale attraverso la riduzione dell’orario di lavoro e sviluppare il ruolo dello stato nella piena sovranità sulla moneta, la risposta fu l’avvio della controffensiva liberista che trovò una tragica corrispondenza nelle politiche sindacali e della sinistra: la politica dei sacrifici e dell’austerità.

Il contesto in cui operiamo è quindi quello della crisi (di sovrapproduzione) del capitalismo iniziata negli anni ‘70, cioè l’impossibilità del capitale di valorizzare se stesso compiutamente. Si tratta di un fatto di portata storica. La globalizzazione neoliberista ha rappresentato la reazione capitalistica al ciclo di lotte del movimento operaio negli anni ’70, alla sua incapacità di dar luogo ad una transizione fuori dal capitalismo. Questa reazione, definibile come rivoluzione restauratrice, ha imposto, negli ultimi due decenni del secolo scorso la piena ripresa del comando sulla forza lavoro

Più precisamente la “globalizzazione capitalistica e neoliberista” è descrivibile come un enorme processo di terziarizzazione dell’economia, realizzato attraverso una crescita imperiosa del capitale finanziario e delle sue operazioni, permesse dalla progressiva cancellazione delle regole e dei vincoli vigenti nella fase precedente, sia negli scambi monetari e nella libertà di movimento dei capitali, sia relative alla natura delle banche e alla rigida separazione del risparmio dalle operazioni speculative.

Si è trattato di una progressiva liberalizzazione del commercio internazionale e una conseguente ristrutturazione della produzione su scala globale, che hanno prodotto una crescita esponenziale delle società multinazionali e un’estrema concentrazione di capitali in un numero sempre più ristretto di esse. Parallelamente si sono affermati centri decisionali sovranazionali, direttamente gestiti dal personale del capitale finanziario e delle società multinazionali e da organizzazioni intergovernative, come il WTO e l’OCSE, esterne alle agenzie delle Nazioni Unite.

La globalizzazione neoliberista ha visto ripetersi negli anni varie crisi finanziarie, ogni volta più vaste e profonde. Fino alla esplosione della crisi sistemica nel 2007/2008 (che dura anche oggi e di cui non si intravede la fine), che è crisi dell’economia reale generata dalla sovrapproduzione e dalla caduta tendenziale del saggio di profitto e dalla conseguente abnorme crescita della speculazione finanziaria.

Il percorso della crisi capitalistica oggi è tutt’altro che esaurito, ma è destinato a condizionare nei prossimi anni in maniera sempre più pesante le vite degli uomini e delle donne, nel nostro paese e in tutta Europa. Le politiche liberiste aggravano e allungano la crisi, che viene utilizzata come elemento costituente del nuovo ordine neo-liberista, su cui puntano e convergono senza rilevanti contraddizioni le forze politiche europee e italiane di centro-destra e di centro-sinistra e i poteri economici che le sostengono. L’Europa iperliberista dentro la crisi ha utilizzato i vincoli dei trattati ispirati al più rigido monetarismo, per portare a compimento la distruzione del modello sociale frutto del compromesso keynesiano prodotto dagli equilibri interni e internazionali del secondo dopoguerra. È stato realizzato un attacco devastante ai redditi (soprattutto da lavoro e pensione), al salario diretto e indiretto (welfare), con aumento esponenziale delle disuguaglianze, finalizzati alla ripresa dell’accumulazione del capitale e alla restaurazione politica con conseguente impoverimento di larghi strati della popolazione e precarizzazione dell’esistenza di milioni di persone.

La politica, sempre più asservita ai dogmi neoliberisti, ha abdicato a se stessa, assumendo il paradigma dell’austerità, figlio di un’idea d’Europa asociale e ademocratica, ed è apparsa sempre più nella competizione globale strumento di ristrette oligarchie economico-finanziarie e nemica dei popoli del vecchio continente.

Oggi, come ha dimostrato Piketty, viviamo quindi in un mondo in cui le ricchezze si stanno concentrando attorno a una minoranza esigua. Mai le diseguaglianze tra gli esseri umani sono state così estreme come oggi, una situazione che genera insicurezza sociale generalizzata, migrazioni bibliche, guerre. Il deterioramento dei rapporti personali, economici, sociali e dell’ambiente naturale sono la cifra più evidente della globalizzazione neoliberista. Una situazione che genera frustrazione e rabbia sociale che viene convogliata in una dannosa guerra dei poveri contro i più poveri individuati sulla base del colore della pelle, della nazionalità, della religione. I più poveri, i diversi diventano così i nemici da sconfiggere. “Prima i nostri” è la proposta razzista per una umanità impoverita, in una guerra fratricida dei penultimi contro gli ultimi. La torta è divisa in dieci fette il padrone ne piglia nove e poi dice al lavoratore occidentale “attento, l’immigrato vuole la tua fetta”.

La nostra ragion d’essere è invece la costruzione del socialismo, cioè l’alternativa a queste barbarie. Il socialismo del XXI secolo è caratterizzato da tre elementi fondamentali: eguaglianza invece che diseguaglianza, cooperazione invece che concorrenza, rispetto della natura invece che sua distruzione. Questo è il nuovo umanesimo di cui siamo portatori noi comunisti e comuniste.

SIAMO QUI, RIFONDAZIONE C’È!

IL PRC è un partito che ha resistito e che è sopravvissuto a numerosi tentativi di liquidarlo (dall’esterno e dall’interno), che ha elaborato un’analisi delle contraddizioni economiche originale che è stata confermata dall’evoluzione della crisi, che ha ostinatamente insistito su una linea politica unitaria sia dentro i conflitti che dentro la questione della rappresentanza elettorale e istituzionale.

Siamo ancora qui, non era scontato. Infatti la sconfitta del movimento dei lavoratori, la perdita di fiducia nel conflitto e nella possibilità di cambiamento e anzi l’affermazione dei principi dell’impresa e del mercato anche nelle relazioni sociali dove la competitività di tutti contro tutti si estremizza nella guerra tra poveri, il razzismo, la xenofobia non costituiscono certo le premesse migliore in cui sviluppare una forza che ancora si dice antiliberista e comunista.

Non neghiamolo, ormai da tempo la sinistra nel suo complesso nel nostro paese ottiene scarsi consensi (e non solo sul piano elettorale). Quello che emerge è l’assenza, a sinistra, di un orientamento, di una strategica e di un piano tattico comune. Ogni forza tende a declinare la propria battaglia solo sul contesto nazionale, lasciando la questione economica sovranazionale sullo sfondo. Come se fosse una questione si generale, ma di cui non si vogliono trarre le dovute conseguenze. Non si spiegano altrimenti i risultati diversi e le posizioni spesso poco chiare che oggi si esprimono.

Probabilmente il nodo fondamentale sta nel non aver capito fino in fondo la natura decisiva delle trasformazioni economiche in atto e soprattutto nel non averne tratto per tempo le necessarie conseguenze in termini di posizionamento e profilo politico. La gran parte della sinistra, che in questo si dimostra più conservatrice dei conservatori, è rimasta ancorata ad una visione sorpassata dei rapporti politici di classe, essenzialmente alla formula del blocco sociale neokeynesiano, basato sul patto sociale fra lavoro salariato e grande capitale e fondato sulla redistribuzione del reddito mediante la crescita del debito pubblico.

Non si vuole in sostanza prendere atto che con le politiche neoliberiste (volute concretamente in Italia dal centro sinistra con il pareggio di Bilancio in Costituzione) il bilancio pubblico e il controllo dell’economia è stato trasferito dai Parlamenti nazionali ad altri organismi sovranazionali. E’ infatti da qui e che nascono la continua riduzione della spesa sociale, il ridimensionamento del welfare, l’aumento dei costi di servizi sanitari accessibili per altro ad un numero sempre più limitato di potenziali utenti con l’aumento delle malattie e in prospettiva la riduzione stessa della speranza di vita. Va qui ricordato che ridurre la spesa sociale significa anche evitare che i soldi pubblici vadano a incrementare la domanda e le misure che determinano il welfare perché il capitalismo di oggi non ha bisogno di queste misure per affermare i suoi interessi. Da qui la crisi del modello keynesiano e del blocco sociale di riferimento, da qui nasce l’elogio della precarietà per affermare una nuova classe lavoratrice ricattabile, senza tutele e senza sindacato. Così prende piede una nuova idea di lavoro, dell’impresa e della cittadinanza, un’idea che nasce dalla deregolamentazione del diritto del lavoro e da una democrazia bonapartista, che si declina dal centro (Renzi) fino alla nostra periferia (Gori). E infatti la crisi della socialdemocrazia europea (e delle varie componenti nazionali del partito socialista europeo), è proprio dovuta al suo ridursi ad interprete sempre più organico delle politiche neoliberiste e di integrazione europea.

Questo schiacciarsi sui desiderata sovranazionali scontenta alcuni, in particolare nel PD, e recentemente abbiamo potuto sentire posizioni critiche che però come soluzione ripropongono semplicemente il ritorno alle politiche redistributive e neokeynesiane, magari con la pretesa da questi presupposti anche di rifondare la sinistra. Come se il neoliberismo non fosse il tentativo di superare la crisi del modello keynesiano, e come se di fronte al fallimento di quest’ultimo e addirittura davanti anche al fallimento della soluzione adottata dal capitale (cioè quella monetarista/finanziaria), si potesse tornare indietro ai gloriosi anni ’60. Come se la circolazione dei capitali oggi non fosse indirizzata a politiche diametralmente opposte a quelle keynesiane. Nella fase attuale i capitali sono indirizzati prevalentemente alla costruzione di una area di mercato transazionale e per questo sempre meno risorse sono indirizzate al welfare e alle politiche attive del lavoro. Anzi, i settori pubblici o sono privatizzati oppure subiscono linee guida che stravolgono il carattere pubblico degli stessi servizi (vedi il settore sanitario). La storia ci ha insegnato che quando il dentifricio è uscito dal tubetto è poco saggio riproporre di rimettercelo dentro. O per lo meno che con posizioni politiciste, superate nei fatti dalla storia e prive del sostegno di un blocco sociale, non si va molto lontano.

Infatti il modello keynesiano, e il blocco sociale che lo sosteneva, è già entrato in crisi dai primi anni ’80 e si è disgregato progressivamente, perché la borghesia europea non è più interessata a questa formula di composizione del conflitto di classe, reputandola anzi il principale ostacolo, nelle nuove condizioni storiche, cioè alla necessaria – dal suo punto di vista – riorganizzazione dell’accumulazione capitalistica. Questo spiega le attuale posizioni delle grandi socialdemocrazie europee e del PD. Se no bisognerebbe spiegare la loro mutazione in termini di semplice tradimento, invece noi pensiamo che proprio perché erano legate a quel contesto “keynesiano”, direi redistributivo, vi è stata da parte loro nel nuovo contesto di riorganizzazione dell’accumulazione capitalistica in Europa un’incapacità politica a svolgere un ruolo nuovo e critico, che le ha spinte alla fine a condividere il paradigma culturale e politico dell’avversario di classe sino a farsene promotrici, magari come vagheggiava Renzi per “moderarlo”.

Ma oggi, in Europa le istituzioni nazionali sono chiamate solo a svolgere il ruolo di gabellieri per l’alta finanza. Il patto di stabilità è il processo usato per spremere il territorio, comune per comune trasformandolo nel luogo principale dello scontro tra lo stato di mercato e della resistenza delle classi popolari che vivono direttamente sulla propria pelle gli effetti dell’austerity. È un attacco che in Europa impone la nuova povertà ai proletari e la progressiva proletarizzazione del ceto medio. Per questo è necessario oggi, a 60 anni dai trattati di Roma e a 25 anni da quello di Maastricht (che vide l’opposizione solitaria del nostro partito), opporsi a questa Europa dei capitali, disobbedire e smantellare i trattati e costruire un’Europa diversa.

In questo contesto non dimentichiamo che, in fin dei conti, già dieci anni fa il capitale europeo decise che per imporre la riforme strutturali richieste dal neoliberalismo e dal capitalismo europei fosse indispensabile un governo di centro-sinistra. Il fallimento “riformista” del governo Renzi, cioè dell’ennesimo tentativo di sovversione dall’alto prodotta dei ceti dominanti nostrani, ha chiuso quella stagione (con buona pace delle illusioni di Pisapia) ed è totalmente inutile, per non dire penoso, stare lì a sperare in una sua resurrezione. D’altronde lo stesso Renzi con lucidità non nasconde di guardare ormai in un’altra direzione, cioè verso destra, e di propendere ormai esplicitamente per un nuovo “partito della nazione”.

E infatti oggi sta montando una campagna dei grandi media nazionali a sostegno al nuovo progetto renziano. Il populismo e la destra xenofoba, nazionalista e fascista sono indicati come i nemici della nuova nazione Europea, i barbari sarebbero alle porte e si chiede quindi ai cittadini, alle persone ragionevoli (e con ancora qualche cosa da salvare) e alla stessa sinistra di stringersi in una sacra unione (il partito della nazione e appendici appunto). Di ergersi uniti a barriera contro la barbarie. Si chiede quindi a tutti di fatto in nome di questa necessità di accettare acriticamente l’indirizzo economico dominante neoliberista, ci viene detto “con i barbari alle porte cosa volete stare qui a filosofeggiare? Siate responsabili”. Samuel Johnson alla fine del 1700 affermò: “Il patriottismo è l’ultimo rifugio dei mascalzoni”. Oggi pensiamo che il peggiore e più pericoloso dei patriottismi non sia quello identitario xenofobo, ma sia il patriottismo europeista. Noi siamo per un Europa dei popoli non per una patria Europea. Su questo dobbiamo essere chiari, i nemici principali sono oggi i liberisti, che con le loro politiche antisociali stanno aumentando le diseguaglianze che generano e in cui ora sguazzano i populisti e le destre. Il neoliberismo produce ineguaglianze inaudite e queste producono razzismo: le due destre, tecnocratiche e razziste sono le due facce della stessa medaglia: la vera barbarie. Sconfiggere il liberismo vuole dire anche archiviare le nuove destre. Dobbiamo esserne coscienti.

Bisogna poi appuntare la nostra attenzione ai fondamentali. Oggi le condizioni generali sono conseguenza di due fattori collegati, la crisi strutturale del modo di produzione capitalistico (crisi di sovrapproduzione) e la globalizzazione, e portano al passaggio da una forma di capitalismo con baricentro nelle singole economie nazionali a una forma di capitalismo il cui baricentro è internazionale. Da qui, l’inutilità e anzi la dannosità, per il capitale, delle politiche espansive di bilancio pubblico, a meno che non siano quelle puramente monetarie e finanziarie, che sono funzionali alla nuova fase globalizzata. Per questo la soluzione nazionale propugnata dalle destre e dai populisti (e anche da qualche sconsiderato che si dichiara di sinistra) è una proposta inefficace, consente di dare una parvenza di risposta proponendo un ritorno ad assetti passati, raccogliendo così una parte del malessere sociale generato dalle politiche liberiste, ma nulla più. La storia non è fornita della retromarcia, e quella del ritorno della sovranità degli stati nazionali è solo l’ennesima utopia reazionaria che fa il gioco delle classi dominanti. Queste non solo decidono dove deve girare il fumo, ma hanno anche la pretesa di decidere chi gli fa da opposizione (basta vedere lo spazio smisurato che i media borghesi danno a Salvini e alla destra fascistoide), ovviamente scegliendo tra le opposizioni quella che, secondo loro, è senza futuro (e in questo giocano veramente col fuoco). Anzi scelgono l’opposizione più funzionale a creare consenso attorno alla loro proposta di unità in un fronte di tutti contro i barbari. Dobbiamo esserne coscienti.

In questo quadro che ho tratteggiato si inserisce la crisi delle sinistre politiche e sociali, tanto più se di classe, che si manifesta vuoi nel calo della militanza, dei consensi, vuoi nella difficoltà di costruire un’opposizione efficace, vuoi nella frantumazione in un numero di sigle battagliere a parole, ma inutili nei fatti o che si vogliono utili, ma che alla fine risultano incapaci di modificare, in termini sistemici, di fatto alcunché. Il tutto aggravato dal fatto che l’ideologia della concorrenza si è fatta pensiero unico, propagandato come legge oggettiva e immodificabile da un apparato informativo che non è mai stato così concentrato nelle mani dei ricchi e che trita il pensiero critico e deforma la percezione della realtà di milioni di persone.

Questa difficoltà non riguarda solo i partiti pensiamo alla crisi della FIOM, che era il più forte sindacato metalmeccanico d’Europa, che nel momento di massima visibilità mediatica del suo segretario annuncia con forza il progetto in Italia di una grande coalizione sociale e non riesce neanche a farlo partire. Un fatto che ci dimostra una volta di più che siamo davanti a una difficoltà generale e non solo della crisi della forma partito

D’altronde sul piano internazionale le radicali lotte francesi contro la loi du travail hanno mostrato che nemmeno grandi mobilitazioni agite solo su scala nazionale sono in grado di contrastare efficacemente l’offensiva neoliberista. Lo stesso è avvenuto anche in Italia con la scuola.

La stessa conquista del governo in Grecia non è stata ugualmente sufficiente, in assenza di un movimento generale di contestazione delle politiche neoliberiste a livello europeo, a portare qualche concreto successo non difensivo.

La spiegazione di queste difficoltà generali risiede quindi nel fatto che appunto non siamo più nella fase in cui il capitalismo era strutturato su base nazionale con filiere produttive tutte interne, in cui la combinazione di lotte rivendicative e l’azione istituzionale erano in grado di condizionarlo e imporre un avanzamento sul piano dei diritti sociali. Infatti oggi il capitale agisce a scala continentale e globale e ha quindi strumenti che gli permettono di ricattare impunemente i governi e le classi sociali sfruttando a proprio vantaggio differenze fiscali e salariali tra paesi, diverse legislazioni ambientali, ecc. In particolare in Europa occidentale la leva principale della definitiva disgregazione del blocco sociale keynesiano e della riorganizzazione dell’accumulazione capitalistica coerentemente con i nuovi assetti globali va rintracciata, come ho già detto, nella delega di alcune funzioni economiche decisive dal piano nazionale a quello sovranazionale.

E infatti alle Costituzioni democratiche nazionali si sta sostituendo la Lex Mercatoria generando un mondo in cui non sono i cittadini a scegliere, ma le ineludibili leggi del mercato, come se questo fossero un dato oggettivo e non il frutto di scelte (o mediazioni) determinate da interessi di classe.

Come abbiamo potuto sentire nella recente campagna referendaria dalla voce di molti esponenti del PD, che con più forza si sono schierati a favore del superamento della attuale costituzione, la stessa democrazia rappresentativa borghese e lo stesso parlamentarismo è in discussione come un inutile residuo di un’era ormai estinta. Oggi viviamo l’era della governabilità, che sarà una necessità della borghesia europea ma certo non è in cima alle nostre priorità. Noi invece dobbiamo prendere atto che lo sviluppo capitalistico e la democrazia hanno iniziato una pericolosa manovra di reciproco allontanamento, oggi noi abbiamo il problema che la democrazia sostanziale rischia di non essere più un valore fondante della società. Oggi di fatto chi decide lo fa perché appartenente a un’oligarchia selezionata sulla base della sua posizione sociale ed economica al di fuori da ogni residuo di rappresentatività e di democrazia. Porsi il problema di garantire la governabilità in questo contesto è come parlare della corda in casa dell’impiccato. E non dimentichiamo che questa crisi della democrazia parlamentare è oggi pericolosamente coniugata alla crescita delle terze e quarte forze xenofobe e “populiste”. Avere vinto il referendum sulle riforme costituzionali ha messo un sassolino nell’ingranaggio, ma certo non ha fermato il processo. Dobbiamo esserne coscienti.

Se tutto questo è vero per contrastare queste dinamiche è necessario porsi politicamente al livello a cui si pone l’accumulazione capitalistica, quindi almeno a livello dell’Europa. Un livello quello Europeo che essendo il più grande mercato del mondo, da cui si possono costruire rapporti di forza tali da restituire ai popoli la sovranità reale su economia e finanza. La domanda è sempre chi produce, per chi, che cosa e come? Ma la scala è diversa e questo ci obbliga a dare risposte diverse. Dobbiamo esserne coscienti.

Dobbiamo poi fare i conti con la specificità italiana, alla propensione degli italiani a affidarsi ai soliti salvatori della patria, che non a caso vestono sempre i panni del fustigatore dei vizi nazionali. Ma oggi moltiplicare invettive contro il dominio della finanza, ben rappresentato dall’euro, non serve: anche il Mein Kampf ne era pieno (dieci anni dopo, non a caso, il suo autore giunto al potere impiegò poche settimane per accordarsi con la grande finanza). Il dominio bisogna prima seriamente studiarlo, per poi smontarlo pezzo per pezzo con strumenti politici e legislativi appropriati. Né serve a molto inveire contro la casta. Una volta stabilito che si tratta di una intera classe politica che ha fatto da decenni il suo tempo, nonché di buona parte della classe imprenditoriale, si tratta di sostituirla con una classe dirigente avente una concezione del mondo diversa e opposta, che sappia amministrare il paese e ogni sua parte in nome dei diritti al lavoro e del lavoro; dell’uguaglianza; dei beni comuni da sottrarre alle privatizzazioni; di una economia che non distrugga l’ambiente nel quale dovrebbero vivere e prosperare i nostri discendenti. E il nostro compito, dobbiamo esserne coscienti.

In un contesto politico così complesso e difficile il PRC, anche se indebolito soprattutto dalle scissioni, rimane, con il suo patrimonio di quadri, politico e teorico e di radicamento territoriale (gli oltre 600 congressi di circolo che abbiamo tenuto per questo nostro X congresso lo testimoniano). Questa nostra comunità, così ingiustamente sottovalutata e denigrata, ha lavorato con caparbietà e determinazione raggiungendo alcuni obiettivi che pongono le basi per un suo futuro:

- Si è dotato di un’analisi del Capitalismo nella globalizzazione e nella crisi che viviamo.

- Si è fatto promotore del percorso di costituzione della Sinistra Europea. Che rimane a oggi l’unico schieramento che se pur con molte problematicità allude a ciò di cui ci sarebbe politicamente bisogno in Europa.

- Svolge un ruolo, spesso da protagonista o coprotagonista, nelle più importanti campagne politiche recenti. Ricordo solo l’ultima quella per la difesa della costituzione

- Contribuisce a far crescere dentro la sinistra sociale e politica la coscienza della necessità di una sinistra alternativa autonoma dal PD e dalle socialdemocrazie europee.

- Ha rafforzato l’elaborazione e la pratica che chiamiamo Partito Sociale per far fare un ulteriore passo strategico alla rifondazione mettendo al primo posto l’insediamento sociale del partito.

Non è poco, direi anzi che con le modeste forze che oggi raccogliamo abbiamo fatto un vero miracolo, certo resta tantissimo da fare. E’ evidente che non abbiamo in questo momento forze sufficienti ad invertire la dinamica generale, dobbiamo quindi lavorare, come comunisti, per ampliare il fronte dello schieramento antiliberista. Dobbiamo esserne coscienti.

CHE FARE?

Il problema principale che dobbiamo affrontare, e che secondo me è centrale nella discussione in questo nostro congresso, è che la devastazione prodotta dal capitalismo neoliberista non produce di per sé rivolte sociali se non nella forma della guerra tra poveri, del razzismo, della xenofobia, dei nazionalismi su cui crescono i populismi in particolare quelli destra.

Occorre fare I conti col fatto che il neoliberismo è riuscito a far passare, in termini di colonizzazione delle menti quanto di più pervasivo ha prodotto: l’ideologia della scarsità come fatto naturale all’origine della crisi. Si tratta di una menzogna totale, priva di ogni fondamento. La scarsità caratterizza la vita concreta di miliardi di persone, ma questa non è la causa della crisi ma l’effetto delle politiche neoliberiste che spostano la ricchezza in alto. Politiche neoliberiste che producono artificialmente salari scarsi per miliardi di persone attraverso la messa in concorrenza dei lavoratori e la conseguente riduzione salariale e quindi dei consumi e quindi delle produzioni.

Con l’idea della scarsità, “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”, sono stati giustificati trent’anni di tagli al lavoro, ai salari, ai diritti al welfare e al pubblico in generale, e mettere garantiti contro gli altri, i vecchi contro i giovani, i nostri contro gli altri. L’assunzione di questo paradigma, da Lama in poi, si è rivelato una catastrofe per le forze di classe. Un’assunzione che dimostra la confusione politico teorica che sta alla base delle attuali difficoltà della sinistra.

Con l’ideologia della scarsità il capitale è riuscito a far penetrare l’ideologia della concorrenza, della competitività di tutti contro tutti (individui, paesi, territori, aree geopolitiche) nel corpo sociale producendo chiusure individualistiche, sfiducia nei conflitti e nella possibilità di cambiamento, impedimento alla ricomposizione tra i diversi soggetti sociali indispensabile per l’efficacia delle lotte. Per dirla con Gramsci siamo di fronte al problema dell’egemonia borghese e neoliberista il cui contrasto è indispensabile per lo sviluppo dei conflitti e l’unificazione in un grande movimento contro l’austerità e il neoliberismo

Quindi è necessario in primo luogo smontare la narrazione neoliberista della crisi e in essa l’ideologia della scarsità senza di che le proposte economiche alternative vengono percepite come utopiche.

Abbiamo quindi il problema di riuscire a formare dei nuovi quadri che devono padroneggiare quanto abbiamo già’ prodotto in termini di analisi sulla crisi, la globalizzazione, il debito.

Dobbiamo essere capaci collettivamente di muoverci su due piani:

Il primo è quello dell’evidenza empirica: l’attuale sviluppo della scienza, della tecnica, delle forze produttive in generale permetterebbe di soddisfare ampiamente i bisogni dell’umanità. Ogni anno nel mondo si producono 65.000 miliardi dollari di valore: per sradicare la povertà estrema ne basterebbero 100. Non c’è nessuna impossibilità di sfamare 7 miliardi di persone in un mondo che ha la capacità di produrre cibo per 12 miliardi. E via così…

Il secondo è quello della dimostrazione teorico pratica di come il capitalismo, per la natura stessa del processo di accumulazione che lo caratterizza produce crisi di sovrapproduzione, da cui può uscire salvaguardando I profitti solo distruggendo forze produttive a partire dal lavoro. Infatti il capitale, nel ridurre drasticamente il tempo di lavoro necessario per produrre le merci pone le condizioni per due fenomeni tra loro intrecciati: da un lato la produzione di una quantità di merci maggiore di quella che viene consumata e quindi rimane invenduta; dall’altra il non utilizzo di una quota sempre maggiore di forza lavoro, che rimane inutilizzata. Inoltre, nella concorrenza crescente data dalla saturazione dei mercati, la ricerca di ridurre ulteriormente i costi di produzione spinge alla ricerca di manodopera a basso costo. Questo determina un abbassamento della massa salariale a parità di merci prodotte. Il combinato disposto di questi fenomeni determinano un aumento della disoccupazione dovuta alla riduzione del tempo di lavoro necessario e contemporaneamente una riduzione dei consumi data dalla riduzione del prezzo pagato per la merce forza lavoro. Quello che è un fenomeno storicamente positivo per l’umanità – il fatto che si possa produrre una maggiore quantità di merci con un minor dispendio di lavoro – si presenta nel sistema capitalistico come una maledizione. All’origine della crisi vi è quindi l’incapacità del capitale di mediare positivamente l’abbondanza.

Karl Marx nel 1859 nella prefazione a “Per la critica dell’economia politica”, già profeticamente scriveva: “A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi si erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura”.

In sostanza abbiamo molto su cui lavorare a partire dal fatto che dobbiamo attrezzarci per diffondere la coscienza che il capitalismo ha esaurito la sua spinta propulsiva, che non è più in grado di utilizzare lo sviluppo delle forze produttive per il bene dell’umanità, anzi che nella sua fase crepuscolare attuale lo condanna alla barbarie, come risulta chiaro dai risultati dell’offensiva neoliberista condotta con la globalizzazione e continuata nella crisi:

Regressione sociale sul piano dei redditi, dei diritti e distruzione del welfare universale

Conflitti commerciali e escalation militare nello scontro tra aree geopolitiche

Tendenze alla guerra vera

Fuoruscita del capitalismo dalla democrazia e imposizione del mercato come unico legislatore (vedi i nuovi trattati di commercio internazionale come il TTIP)

Tutto ciò pone la necessità di realizzare un modello sociale più giusto più equo e fonda la ragione strategica dell’esistenza del PRC. Per fermare la barbarie l’unica strada è la transizione a un nuovo modello sociale che noi chiamiamo Socialismo del XXI secolo che sta a fondamento della necessità strategica del PRC cui spetta l’onere di un salto di qualità nella rifondazione che oggi significa: avere la capacità di partire dalle contraddizioni attuali per indicare la strada dell’alternativa al capitalismo pienamente sviluppato.

Ciò richiede che I comunisti, mentre si impegnano, dentro I conflitti, per l’unificazione dei soggetti sociali in un grande movimento contro il neoliberismo, siano in grado di unire alla demistificazione della narrazione neoliberista proposte alternative per uscire dalla crisi che appaiano concrete e praticabili e contemporaneamente contengano elementi di relazioni economiche e sociali che rimandino a un modello di società più giusta e più libera.

IL SOGGETTO UNITARIO DELLA SINISTRA

Con il referendum in difesa della costituzione si è avuta una ripresa della partecipazione che per le sue caratteristiche antiliberiste e soprattutto di contrapposizione al PD, ha aperto nuove prospettive alla costruzione di un soggetto unitario della sinistra alternativa al PD e alle socialdemocrazie, indispensabile punto di riferimento per la crescita della prospettiva dell’alternativa politica e sociale.

Questa vittoria ci consegna un’importante occasione per potere parlare alle centinaia di migliaia di persone disponibili a lottare contro il neoliberismo, a quella sinistra diffusa che oggi al 90% non si riconosce sotto il nostro simbolo né in nessuna delle sigle attuali e che, in mancanza di alternative credibili, vota Movimento 5 stelle, PD o rifluisce nel disimpegno.

A tutti questi avanziamo la proposta di costruire un soggetto unitario, sulla chiarezza di un programma antiliberista (confermato dall’alternatività alle socialdemocrazie), insieme in forma non pattizia, ma democratica e partecipata. Per questo tutto il PRC deve impegnarsi a fare in ogni città come a Barcellona (ma guardando anche alle numerose esperienze Italiane come quella di Napoli), mettendo in campo convenzioni della sinistra in linea con questa proposta.

UN SINTETICO BILANCIO SUL PARTITO A BERGAMO

La federazione di Bergamo del PRC in questi anni difficili ha mantenuto il suo radicamento territoriale e, sostanzialmente la sua forza militante che oscilla attorno ai trecento militanti. Non sono risultati disprezzabili viste le premesse storiche di scarso radicamento della sinistra nella nostra provincia e di grande difficoltà e isolamento in cui operiamo.

In particolare, come avevamo deciso di fare nell’ultima conferenza di organizzazione, abbiamo sviluppato le pratiche sociali del mutualismo e della solidarietà, il cosi detto Partito Sociale, perché la lotta ideologica e sociale deve procedure insieme alla difesa dei bisogni dei proletari qui ed ora. Lo sviluppo e il radicamento dell’Unione Inquilini (che conta ormai diverse centinaia di tesserati) e dei GAP (a cui sono iscritti altrettante centinaia di famiglie) sono, con gli sportelli sociali e altre iniziative simili, dei punti fermi. Si apre con questo congresso il dibattito su come proseguire oltre con queste pratiche, su come farle diventare da un momento di resistenza in un movimento di crescita di coscienza e di azione politica.

Abbiamo mantenuto in questi anni la assai impegnativa festa provinciale in cui si impegnano molte decine di compagni che ogni anno sacrificano le loro ferie per tenere questo appuntamento (compagni che qui pubblicamente ringrazio). Abbiamo anche mantenuto diverse feste locali. Castro del Circolo dell’Alto Sebino, Quintano dei circoli della Val Calepio e della Val Cavallina, Lenna del Circolo della Val Brembana, e la partecipazione alla festa dei Popoli di Cassano dei compagni dei circoli di Caravaggio e Treviglio.

Anche sul tema della formazione oltre alla settimana di formazione promossa dal regionale in Val di Scalve a Schilpario, si sono tenute due iniziative di formazione una a Seriate e una a Dalmine. Questo compito deve ora essere assunto strutturalmente dalla federazione.

Il tema del nostro rapporto con l’informazione è come sapete un punto particolarmente dolente. La stampa locale praticamente non pubblica informazioni su nessuna nostra iniziativa o manifestazione. Suppliamo, anche in assenza di un nostro strumento informativo nazionale, come possiamo con la news letters della federazione e del regionale, con i siti della federazione e dei circoli, con alcuni siti informativi di zona e con una presenza della federazione e dei circoli nei social media. Comunque questo è il terreno su cui soffriamo di più e su cui dovremo concentrarci di più.

QUALE ROD MAP PER L’IMMEDIATO FUTURO?

Il prossimo periodo si presenta a livello nazionale denso di avvenimenti, a partire dalle manifestazioni in corso a Roma in occasione dell’anniversario del trattato di Roma.

Ma è sul piano locale che ci aspettano, assieme alle consuete scadenze, una serie importante di mobilitazioni di valenza anche regionale, nazionale e internazionale.

Le ricordo brevemente per titoli:

  • 22 aprile, manifestazione antirazzista promossa a Pontida dai Centri sociali della città di Napoli;
  • 25 Aprile, Festa della Liberazione, manifestazione contro il fascismo e contro il razzismo; per l’attuazione della Costituzione antifascista riaffermata nel referendum del 4 dicembre;
  • 1 Maggio, giornata di lotta contro il Jobs Act e la precarietà;
  • 27 maggio, manifestazione a Lovere per fermare le provocazioni neo-fasciste;
  • 28 maggio, manifestazione a Rovetta per fermare le provocazioni neo-fasciste;
  • Estate e autunno prossimi, iniziative nel territorio, – a partire dalla Festa provinciale che si terrà a Torre Boldone dall’11 al 20 agosto 2017 – sui temi della sovranità alimentare, del diritto al cibo e all’ambiente, in vista della mobilitazione contro il G7 “agricolo” previsto a Bergamo il 14-15 ottobre.

Abbiamo molto ancora da capire, da studiare e discutere, ma certo non ci mancano nemmeno le cose concrete da fare.

Al lavoro e alla lotta compagni.

Borgo di Terzo 23 marzo 2017

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