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Partito della Rifondazione Comunista – Bergamo | December 17, 2017

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(10.02.17) Le Foibe e la foto sbagliata usata da Bergamonews.it per illustrare la presa di posizione dei fascisti di FdI

(10.02.17) Le Foibe e la foto sbagliata usata da Bergamonews.it per illustrare la presa di posizione dei fascisti di FdI

Foto usata spesso per  illustrare il tema “Foibe”: non sono italiani che vengono fucilati da “feroci titini”, bensì  5 ostaggi sloveni che stanno per essere passati per le armi dalle truppe italiane durante l’occupazione della Slovenia (1941-1943)

Lettera di Francesco Macario (segretario Prc-Bergamo) al Direttore di Bergamonews.it

Le scrivo in relazione all’articolo pubblicato a commento delle dichiarazioni rilasciate da alcuni esponenti  dei Fratelli d’Italia-AN Bergamo, tramite i portavoce Daniele Zucchinali e Giuliano Verdi, in cui si denuncia (?) l’organizzazione di una iniziativa di approfondimento sul tema delle foibe organizzato per l’ 11 febbraio a Costa Volpino. Fratelli d’Italia (organizzazione politica) che non nasconde di richiamarsi direttamente al fascismo ha addirittura tramite il proprio Consigliere Comunale di Costa Volpino, tale Francesca Bianchi, chiesto formalmente al Sindaco di Costa Volpino di revocare l’autorizzazione all’utilizzo della sala pubblica per questo evento e in ogni caso di prenderne ufficialmente le distanze. Insomma secondo costoro discutere di quanto successo sul confine orientale deve essere solo ad appannaggio della propaganda degli eredi del fascismo.

In questo contesto particolare ho notato che avete redazionalmente illustrato la presa di posizione dei fascisti bergamaschi con una foto di un plotone d’esecuzione in divisa, cinque fucilati di schiena che attendono la scarica. La foto da voi usata sembra quindi avere a che fare con i fatti relativi  alla cacciata degli italiani dall’Istria alla fine della seconda guerra mondiale, nel contesto dell’articolo da lei pubblicato i fucilati, chiaramente, sono italiani che vengono uccisi dalle truppe jugoslave. Ora le faccio osservare che il contenuto dell’immagine è completamente opposto a quanto viene suggerito dal suo uso nell’articolo. La foto infatti ritrae effettivamente ostaggi sloveni fucilati da un plotone d’esecuzione fascista italiano, come immediatamente si coglie se si considera la divisa dei fucilatori. La fotografia è stata scattata nel villaggio di Dane, nella Loška Dolina, a sudest di Lubiana. Si sa anche il giorno in cui la foto fu scattata, il 31 luglio 1942, e addirittura i nomi dei fucilati:

Franc Žnidaršič,
Janez Kranjc

Franc Škerbec
,
Feliks Žnidaršič
,
Edvard Škerbec
.

Come nelle SS, anche nell’esercito fascista italiano si documentavano (aimè!) stragi e crimini, salvo tenerli nascosti negli anni successivi per confermare il (finto) cliché del «buon soldato italiano». Il rullino di cui la fotografia faceva parte venne abbandonato dalle truppe italiane dopo l’8 settembre 1943 e finì nelle mani dei partigiani. Nel maggio del 1946 la foto (insieme ad altro materiale che testimonia la Lotta di liberazione jugoslava ed i crimini di guerra italiani e tedeschi in Slovenia) viene pubblicata a Lubiana nel libro Mučeniška pot k svobodi («La travagliata strada verso la libertà»). Nello stesso anno, sempre a Lubiana, viene pubblicato – stavolta in italiano  – un altro libro sullo stesso tema, Ventinove mesi di occupazione italiana nella provincia di Lubiana: considerazioni e documenti, a cura di Giuseppe Piemontese. In un’altra pubblicazione – Tone Ferenc, La provincia “italiana” di Lubiana. Documenti 1941-1942, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Udine 1994 – si trova la didascalia con tutte le informazioni necessarie a identificare la fucilazione di Dane.

Mlinar il Presidente dell’Associazione dei combattenti slovena ha più volte sostenuto che è stata proprio la pubblicazione insensata a fini propagandistici sul sito ufficiale del governo italiano (sotto il governo Berlusconi) a giustificare l’uso scorretto della foto, facendola diventare uno strumento improprio per aizzare l’odio verso il popolo sloveno e la sinistra. Per questo aveva addirittura suggerisce a Napolitano di spostare la data del Giorno del ricordo al 10 giugno, «data del vero inizio delle tragedie del popolo italiano.» A quanto risulta il primo presidente proveniente dal partito italiano che più aveva contribuito alla Resistenza non si è nemmeno degnato di rispondere a Mlinar.

Le chiedo pertanto di rimuovere per rispetto alle vittime l’immagine in questione e le suggerirei di chiedere scusa ai suoi lettori per la vostra leggerezza per cui una terribile immagine di morte è servita una volta di più per commentare le farneticazioni degli eredi dei fucilatori fascisti, nell afoto ritratti all’opera, e denigrare le vittime slave (infatti non si sa se i fucilati di Dane avessero qualche cosa a che fare con i partigiani o fossero solo colpevoli di essere sloveni).

D’altro canto ormai la propaganda su questi fatti ha del tutto nascosto la verità. In questo senso è esemplare il caso del film “Il cuore nel pozzo”, che in questi giorni è stato rivisto in televisione. Nessuna testimonianza storica parla di una madre che i partigiani portano via dal figlio e poi la buttano nelle foibe! Si tratta di un’altra invenzione tendenziosa di uno sceneggiatore poco scrupoloso o meglio presumibilmente prezzolato. Il cinema italiano ha una eccellente tradizione nel neorealismo, una delle più significative di tutta la moderna cinematografia – non gli servono dei modelli simili al penoso e propagandistico “realismo sociale”, dei film sovietici girati negli anni sessanta del secolo scorso o della propaganda fascista del ventennio..

Questi sgradevoli fatti, come le farneticazioni di Daniele Zucchinali e Giuliano Verdi, si inquadrano bene all’interno della  mobilitazione propagandistica iniziata sotto il berlusconismo nel suo scontro con l’opposizione e con la sinistra (e le sue relazioni col comunismo) che, secondo le parole di Berlusconi, ha sempre e solo portato “miseria, morte e terrore” (dimenticandosi dei 18 milioni di caduti sovietici nella lotta contro il nazifascismo). Questa campagna è iniziata anni fa, al tempo in cui fu pubblicato “Il libro nero sul comunismo”, distribuito pubblicamente dal premier ai suoi accoliti e diffuso semi gratuitamente in tutti i centri commerciali. Oggi ci viene detto in ogni occasione che non esitono più la destra né la sinistra, ma a sconfessione di ciò bisogna prendere atto che esiste una sorta di “anticomunismo viscerale” che secondo le parole del il geniale dissidente polacco Adam Michnik, è peggio del “peggiore comunismo”. Oggi in un clima di odio sociale diffuso e di xenofobia razzista le destre rialzano, come mai avremo pensato, la testa. Nuovi mostri si agitano in Europa come negli anni trenta. La propaganda berlusconiana si è tramutata in un elemento per riscrivere la storia e per rifare la verginità politica ai fascisti. Oggi quindi la manipolazione della verità è moneta comune, spiace constatare che anche il suo giornale con incredibile leggerezza da il suo contributo a tale confusione.

I fatti avvenuti sul confine orientale sono complessivamente spaventosi, ma non possiamo dimenticare che il 20 settembre 1920 Mussolini tenne un discorso a Pola (non scelse a caso quella città). Dove annunciò che “Per la creazione del nostro sogno mediterraneo, è necessario che l’Adriatico (e intendeva tutto l’Adriatico), che è il nostro golfo, sia in mano nostra; di fronte alla inferiorità della razza barbarica quale è quella slava”. Il razzismo così entra in scena, seguendo la “pulizia etnica” e il “trasferimento degli abitanti”. Le statistiche che abbiamo a disposizione fanno riferimento alla cifra approssimativa di 80.000 esuli Croati e Sloveni cacciati, se non peggio, dalle loro case durante gli anni venti e trenta, non si riesce invece a calcolare quanti siano stati portati dal sud dell’Italia, dal Friuli e dal Veneto, per poterli insediarli al loro posto.  Proprio in questo contesto per la prima volta si sente proferita la minaccia delle foibe. Il ministro fascista dei lavori pubblici Giuseppe Caboldi Gigli, che si attribuì l’appellativo vittorioso di “Giulio Italico”, scrive nel 1927: “La musa istriana ha chiamato con il nome di foibe quel luogo degno per la sepoltura di quelli che nella provincia dell’Istria danneggiano le caratteristiche nazionali (italiane) dell’Istria” (“Gerarchia”, IX, 1927). Lo zelante ministro aggiungerà a ciò anche dei versi di minacciose poesie, in dialetto: “A Pola xe arena, Foiba xe a Pizin” (“A Pola c’è l’arena, a Pazina le foibe”). E purtroppo già negli anni trenta si passò dalle parole ai fatti, innescando quella catena di violenze, rancori, odi e vendette di cui caddero poi alla fine della guerra vittime sia alcuni dei carnefici sia semplici cittadini italiani.

Il sottoscritto forse ne sa qualcosa di più: sono di origine friulana e un mio parente è una delle “vittime” italiane in Istria. Una tragedia che però non mi oscura la mente e non mi fa confondere le vere ragioni e responsabilità. Infatti anche se la mia famiglia fu toccata direttamente, non per questo non disprezzo di meno i fascisti i veri responsabili di quanto avvenuto in quei luoghi. (Bergamo, 10.02.17, Francesco Macario)

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