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Partito della Rifondazione Comunista – Bergamo | July 28, 2017

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(11.10.16) Il suicidio spagnolo e il tramonto delle socialdemocrazie europee.

(11.10.16) Il suicidio spagnolo e il tramonto delle socialdemocrazie europee.

di Marco Noris

Stiamo assistendo in questi giorni al suicidio del Partito Socialista Spagnolo. Non possiamo pensare che quanto accadrà in Spagna non ci riguardi, così come è pressoché impossibile sostenere che le ragioni di questo gesto estremo abbiano solamente origine all’interno dei confini del Regno di Spagna. Si potrebbe parlare, sotto certi aspetti, di un suicidio assistito o, addirittura, di un’istigazione al suicidio che ha trovato resistenze per qualche tempo ma che alla fine ha raggiunto il suo scopo. Gli istigatori, però, non si trovano all’interno di quel Paese, sono (utilizzando un termine caro agli economisti) variabili esogene al sistema e risiedono negli organismi apicali dell’Unione Europea e del capitalismo finanziario globalizzato. Dopo il Portogallo non si poteva permettere la creazione di un governo delle sinistre in Spagna lasciando così l’intera penisola iberica in mano agli “eretici”; un conto è la piccola Grecia o il piccolo Portogallo, un altro è la quarta potenza economica europea! L’intento di annientare questa possibilità ha avuto successo e si potrebbe realizzare quello che nella cultura politica spagnola era impensabile fino a poco tempo fa: e cioè l’appoggio socialista ad un nuovo governo del Partito Popolare, fatto salvo che Rajoy non fiuti nell’aria la possibilità di andare a nuove elezioni, puntando ad ottenere la maggioranza assoluta e la contemporanea disfatta del proprio avversario storico. Fin qui, però, la lettura forse più ovvia, perlomeno per chi a sinistra sta osservando da tempo lo scacchiere europeo. Meno ovvio è riuscire a capire perché il fenomeno del suicidio delle socialdemocrazie europee, soprattutto nel sud Europa stia assumendo caratteristiche epidemiche. Dal destino del Pasok greco, alla mutazione generica del PD italiano e al suo voler rischiare il tutto per tutto in una riforma costituzionale, ai minimi storici di gradimento nei sondaggi per i socialisti francesi decisi ad annientarsi pur di difendere l’impresentabile Loi Travail e una politica estera disastrosa fino alla crisi del PSOE di questi giorni, è difficile non ricercare un filo conduttore che, al di là delle singole specificità nazionali, lega i singoli casi. Un fenomeno così diffuso nello spazio affonda molto spesso le sue radici nel tempo, un tempo decisamente più lungo di quanto, generalmente consideriamo. Per capire la traiettoria storica delle socialdemocrazie europee è forse sufficiente considerare un tempo corrispondente ad un quarto di secolo, a partire, dal 1991. Gli anni ’80 non erano certamente passati in modo indolore per la Sinistra, il virus neoliberista aveva già intaccato le socialdemocrazie e l’abolizione in Francia, nel 1982, della scala mobile da parte dell’allora ministro delle finanze Jacques Delors -poi per un decennio presidente della Commissione europea- potrebbe essere considerato l’inizio di quel cambiamento. Anche al di là di tutte le considerazioni storiche che possiamo fare circa la caduta del muro di Berlino nel 1989, la svolta, generale e sistematica, potremmo indicarla a partire dal 1991, quando Mitterand si schierò a favore dell’intervento militare in Iraq, in nome della difesa dell’uguaglianza e del principio socialista della solidarietà dei popoli: una giustificazione per la quale, allora, Asor Rosa lo definì “il più osceno uomo politico dell’Occidente”. Quello fu probabilmente il passo che sancì definitivamente l’adesione sistemica da parte delle socialdemocrazie europee a quello che venne definito il Nuovo Ordine Mondiale. Di lì a pochi mesi sarebbe stato firmato il trattato di Maastricht completando, in questo modo, l’opera di assoggettamento ideologico di un intero continente ad un sistema politico e di potere cresciuto e stabilizzatosi negli anni ’80.

Da parte delle socialdemocrazie non ci fu, però, semplicemente accettazione: furono parte attiva di questi cambiamenti ed assunsero una posizione di potere ed influenza notevole in Europa. Si potrebbe riassumere, anche senza ripercorrere la storia degli ultimi tre decenni, che operarono in tre direzioni: quella della partecipazione alla costruzione del nuovo assetto geopolitico internazionale, nel quale la guerra aveva smesso di essere un tabù; quella della tessitura di relazioni e rapporti privilegiati con il mondo dell’alta finanza; infine una direzione più specificatamente interna ai singoli stati, realizzando quelle condizioni politiche, economiche e istituzionali più favorevoli al grande capitale finanziario. In questo senso le riforme del lavoro francesi e italiane non vanno viste né come fenomeni nazionali e neppure come una scelta imposta dalla crisi bensì sono il risultato dell’adesione ad una precisa scelta politica la cui storia si può oramai misurare in decenni: la madre di tutte le riforme volte alla riduzione dei diritti del lavoro può infatti essere considerata quella del governo socialdemocratico-verde di Gerhard Schröder in Germania, attuata ben prima della crisi, allorquando di fronte alle critiche l’allora cancelliere affermò il suo Es gibt keine Alternativen, traduzione letterale del motto thatcheriano per il quale non c’erano alternative possibili. Il matrimonio tra neoliberismo e socialdemocrazia fu fondamentale per la costruzione anche di un sistema istituzionale funzionale alla gestione congiunta del potere: un sistema di governance basato su un modello maggioritario e bipolare in grado di assicurare stabilità politica ai singoli Stati e all’intero sistema accelerando però al contempo quell’involuzione democratica la cui alba, in Occidente, la si poteva scorgere già alla fine degli anni ’70. Un modello che, con una felice definizione, il filosofo Domenico Losurdo aveva definito, già negli anni ’90, di “monopartitismo competitivo”. All’interno dell’Unione europea il sistema fu assunto a modello non solo all’interno dei singoli Stati, bensì come forma di governo preferibile per l’Unione stessa, sebbene, la storia europea opponesse e opponga ancora oggi, resistenze e persistenze culturali e politiche difficilmente eliminabili in termini identità e rappresentanza.

Le socialdemocrazie occidentali ed europee in particolare furono artefici di questo sistema sposando, forse anche in buona fede, l’idea di poter realmente governare questo mondo. La crisi ha scompaginato le carte accelerando l’autodifesa e la chiusura del sistema stesso; è superfluo ripercorrere ciò che è accaduto in questi anni in termini di limitazioni della democrazia, di polarizzazione sociale ed economica. A questo punto le socialdemocrazie europee si sono trovate ad un bivio e teoricamente avrebbero potuto scegliere due strade: quella del cambiamento, dell’abbandono del modello liberista e del cosiddetto pensiero unico e la riscoperta della loro anima fondante appunto sociale e democratica, oppure contribuire alla difesa del sistema in pericolo, continuare sulla strada delineata ormai da tempo. Ma è appunto a partire da un’analisi storica che la prima opzione è risultata ormai concretamente impraticabile: il sistema di potere e di relazioni tessute da oltre un trentennio assume ormai una connotazione strutturale che definisce il destino delle socialdemocrazie stesse; da questo destino possono salvarsi qualche dirigente dissidente, i singoli militanti o, addirittura qualche amministrazione locale, ma non le organizzazioni strutturate, soprattutto nella misura in cui l’adesione sistemica ha generalmente assunto una dimensione sovranazionale. È questo ultimo passaggio che forse spiega meglio l’impotenza di Sanchez e di quella fetta del PSOE che, perlomeno, non aveva escluso un’opzione di governo con Unidos Podemos. In questo sistema, fino a ieri, anche i governi di matrice socialdemocratica avevano ottenuto, nei singoli Stati, un relativo margine di manovra in termini di governance. L’importante era non mettere in discussione l’indirizzo politico di sistema, condiviso e costruito nella dimensione sovranazionale anche dalla famiglia socialdemocratica europea. In questo specifico momento storico, però, anche il margine di manovra in termini di governance non è più disponibile e alle socialdemocrazie al governo è spesso addirittura demandato il compito di realizzare le riforme più impopolari e antidemocratiche. Come parte integrante del sistema che hanno contribuito a realizzare continueranno quindi a difenderlo senza mezzi termini a partire dall’interno dei loro organismi di partito. Continueranno anche e soprattutto a difenderlo nei confronti degli “eretici” del continente: lo spettacolo penoso dei socialdemocratici tedeschi ancora più decisi della Merkel nell’attacco al governo greco è il migliore esempio che ancora oggi si possa fare. Si trovano comunque in ogni caso come un autista alla guida di un automezzo, lanciato in discesa con i freni rotti, ben consapevoli che si andranno a schiantare ma senza avere la minima idea di cosa fare in alternativa. Insomma un suicidio assistito, istigato ma preparato nella storia. Le conseguenze di questo scenario non possono lasciare tranquilli. Il sistema di potere europeo sembra volersi salvare attraverso il sacrificio diretto degli ultimi barlumi di tradizione socialdemocratica, regolando in questo modo in maniera definitiva i conti con qualsiasi cosa possa anche lontanamente assomigliare alla Sinistra, cosi come esplicitamente la banca J.P. Morgan ha caldamente raccomandato. Il grande capitale finanziario, probabilmente, ritiene che eliminato questo nemico, possa tranquillamente gestire il malcontento crescente raccolto a braccia aperte dall’estrema destra, ripetendo così lo stesso identico errore degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso. Sappiamo tutti come andò a finire allora. Di fronte a queste prospettive ci rimane poco tempo per agire e, soprattutto, per costruire un’alternativa politica credibile e articolata di dimensioni continentali, l’unica dimensione accettabile per poter provare a contrastare l’arrivo di un disastro che anche le vicende spagnole sembrano aver accelerato. (ottobre 2016  Marco Noris – L’Altra Europa-Bergamo)

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