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Partito della Rifondazione Comunista – Bergamo | December 15, 2017

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(01.11.15) Marco Revelli. Il salto di qualità del renzismo

(01.11.15) Marco Revelli. Il salto di qualità del renzismo

di Marco Revelli (Il Manifesto 01.11.15)

Venerdì, a Roma, il progetto renziano di manomissione della nostra democrazia ha compiuto un nuovo salto di qualità. O, forse meglio, ha rivelato – nell’ordalia rappresentata sul grande palcoscenico di Roma capitale – la propria natura compiutamente post-democratica ed anzi tout court anti-democratica.
Di Ignazio Marino, sindaco, si può pensare tutto il male possibile: molte sue politiche sono state discutibili e anti-sociali (in primis la questione della casa), alcuni suoi comportamenti incomprensibili, la sua ingenuità (o superficialità) imperdonabile, la sua inadeguatezza evidente. E l’accettazione nella sua squadra di uno come Stefano Esposito insopportabile. Ma la ferocia con cui il Partito Democratico, su mandato del suo Capo, ha posto fine alla legislatura in Campidoglio, supera e offusca tutti gli altri aspetti. Sostituendo all’Aula il Notaio. Al dibattito pubblico in pubblico la manovra di corridoio e il reclutamento subdolo dei sicari (arte in cui Matteo Renzi eccelle, avendola già sperimentata prima con Romano Prodi e poi con Enrico Letta). E colpendo così non tanto, e comunque non solo, “quel” Sindaco (che pure a molti voleri del PD era stato fin troppo fedele), ma il principio cardine della Democrazia in quanto tale. O di quel poco che ne resta, e che richiederebbe comunque che la nascita e la caduta degli Esecutivi – nazionali e locali – avvenisse nell’ambito degli istituti rappresentativi costituzionalmente stabiliti in cui si esercita la sovranità popolare. Con un voto palese, di cui ognuno si assume in modo trasparente e motivato, la responsabilità.
Così non è stato. In sistematica e ostentata continuità con la pratica seguita dal Governo Renzi in questi mesi di legislazione coatta (a colpi di voti di fiducia e di manipolazione delle Commissioni) e con la sua riforma costituzionale di stampo burocratico-populistico, la sede della Rappresentanza è stata marginalizzata e umiliata. Svuotata di ruolo e poteri. Sostituta dalla linea retta che dal vertice dell’Esecutivo – fatto coincidere con la leadership del partito a vocazione totalizzante e a consistenza dissolvente – precipita, senza altri intoppi, fino ai piani bassi della cucina quotidiana, delegata alle burocrazie guardiane, reclutate al di fuori di ogni validazione elettorale, in base a criteri di fedeltà (o, forse meglio, di asservimento). Nella stagione impegnativa – per compiti da svolgere e affari da sfruttare – del Giubileo la Capitale sarà amministrata e “governata” da un dream team (o nightmare team?) non di rappresentanti del popolo ma di fiduciari del Capo, chiamati con logica emergenziale a “gestire l’impresa” in nome non tanto del bene pubblico ma dell’efficienza.
Della composizione del team già se ne parla: oltre all’inossidabile Sabella il prefetto renziano Francesco Paolo Tronca, fresco della Milano di Expo e Marco Rettighieri, ex supermanager di Italferr, uomo TAV, quello che ha sostituito come direttore generale costruzioni dell’Expo Angelo Paris dopo il suo arresto per corruzione e turbativa d’asta… Un bel pezzo della “Milano da mangiare” – del “paradigma Expo” – trapiantata a Roma, a far da matrice del nuovo corso della Capitale, ma anche- s’intende – del Paese. Ed è questo il secondo anello della cerchiatura della botte renziana. O, se si preferisce, il passaggio con cui si chiude il cerchio del mutamento di paradigma della politica italiana: questo utilizzo del “modello Expo”, costruito come esempio “di successo”, generato e poi certificato dal mercato, e (per questo) proposto/imposto come forma vincente di governance da imitare e generalizzare.
L’operazione era stata favorita, non so quanto consapevolmente, dall’infelice esternazione milanese di Raffaele Cantone, in cui si contrapponeva Milano come “capitale morale” a una Roma “senza anticorpi”: infelice perché sembra fortemente “irrituale”, per usare un eufemismo, e comunque molto molto inopportuno, che colui che dovrebbe sorvegliare e garantire il rispetto della legalità prima, durante e dopo un’opera ad alto rischio e sospetto di illegalità come l’EXPO, beatifichi preventivamente la città che l’ha organizzato e ospitato e, reciprocamente, che ne venga beatificato, proprio alla vigilia di un periodo in cui la magistratura dovrebbe essere lasciata assolutamente libera di procedere a tutte le proprie verifiche e in cui l’Agenzia che egli dirige dovrebbe operare come non mai da tertium super partes (che succederà, per esempio, se le inchieste in corso su corruzione, peculato, truffa, ecc. dovessero concludersi con verdetti di colpevolezza: la dovremmo chiamare “Mafia Capitale Morale”?). Ma tant’è: il cliché coniato da Cantone è entrato, alla velocità della luce, a far parte del dispositivo narrativo renziano sulle meraviglie del rinascimento italiano alla sua insegna. E su come questo possa tanto più agevolmente e soprattutto velocemente dispiegarsi quanto più si eliminano i disturbi e gli ostacoli della vecchia, accidiosa e fastidiosa democrazia rappresentativa (quella, appunto, che produce i Marino), e si adottano, in alternativa, le linee veloci degli executive di turno, magari arruolando nella squadra con spirito di corpo le stesse “autorità indipendenti” che dovrebbero esercitare il controllo.
Personalmente mi ha turbato la quasi contemporanea dichiarazione di Cantone sulla propria intenzione di abbandonare l’Associazione Nazionale Magistrati rea di aver mosso (caute) critiche al governo… E anche questo è uno scatto – se volete piccolo, ma inquietante – nella chiusura della gabbia che ci sta stringendo.

fonte: Il Manifesto 1/11/2015

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