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Partito della Rifondazione Comunista – Bergamo | October 17, 2017

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(16.05.15) Bergamo. Convegno “Diritto alla Casa”. L’intervento di Francesco Macario

CONVEGNO: DIRITTO ALLA CASA. LOTTE E POLITICHE PUBBLICHE AL TEMPO DELLA CRISI E DELL’AUSTERITA’

Sabato 16 maggio da ore 15, Sala del Mutuo Soccorso, via Zambonate n° 33 Bergamo

Intervento di Francesco Macario

Una premessa: cos’è la rendita fondiaria

Il territorio è un insieme di risorse fisiche, in quanto rende possibile l’utilizzo della sua superficie e dei suoi prodotti, ed è anche un recipiente, in quanto permette l’occupazione del suolo per le diverse funzioni che richiedono appunto spazio, e quindi per l’edilizia civile, per l’industria e per il commercio, nonché per le infrastrutture e per il trasporto.

L’utilizzo del territorio nelle due diverse modalità innesca due diversi sistemi economici. L’utilizzo di risorse fisiche attiva infatti un processo economico ricorrente, mentre quando si sfrutta il territorio come recipiente si parla di un processo economico definito, ovvero con introiti una tantum.

Secondo la teoria economica classica, la rendita è la remunerazione spettante alla terra, in quanto fattore che partecipa al processo produttivo insieme a capitale e al lavoro. Il fatto che la terra sia un fattore produttivo scarso e con caratteristiche fortemente disomogenee, tuttavia, fa sì che la sua offerta sia tendenzialmente rigida e che il suo prezzo (valore fondiario) tenda ad essere superiore alla semplice remunerazione del costo di produzione. La circostanza, poi, che il proprietario fondiario percepisca la sua remunerazione per il semplice fatto di possedere un bene, quindi senza bisogno di svolgere alcuna attività, spiega l’accezione negativa con cui di solito si utilizza il termine (rendita improduttiva).

La rendita è, quindi, il reddito percepito dal proprietario fondiario in conseguenza del fatto che egli è proprietario di un bene (la terra) destinabile alla coltivazione o al pascolo. Si chiama rendita, dunque, il reddito che il proprietario di certi beni percepisce in conseguenza del fatto che tali beni sono, o vengono resi, disponibili in quantità scarsa; dove la scarsità va intesa in uno dei seguenti sensi: 

1) I beni in questione appartengono alla categoria degli agenti naturali, disponibili in quantità limitata e inferiore al fabbisogno; 

2) I beni in questione vengono resi disponibili da chi li possiede in quantità inferiore alla domanda che di essi si avrebbe in corrispondenza di prezzi uguali ai loro costi.

Per questo la rendita è il corrispettivo economico che il proprietario di un immobile acquisisce cedendone ad altri lo sfruttamento. 

La rendita fondiaria urbana è il reddito che deriva dalla proprietà dei terreno in relazione non suo uso agricolo, ma all’uso edilizio urbano. 

La scarsità del bene “terreno urbano” non è una scarsità naturale in senso proprio, ma una scarsità che deriva dal fatto che solo un numero limitato di terreni è storicamente dotato di quei requisiti che ne rendono possibile una utilizzazione edilizia-urbana. La scarsità del terreno urbano è quindi una scarsità manovrabile politicamente. Poiché il grado della scarsità influenza i livelli della rendita, anche i livelli della rendita sono manovrabili politicamente.

La rendita fondiaria urbana si può distinguere in rendita assoluta e differenziale. 

La rendita fondiaria urbana assoluta è quella che deriva al terreno dal fatto che esso è edificabile.

La rendita differenziale è quella che deriva dal fatto che un particolare terreno presenta vantaggi e requisiti che lo rendono più appetibile di altri.

La questione della casa e la rendita fondiaria a Bergamo

Le fasi evolutive della città sino ad oggi sono state molteplici, ma tutte si sono intrecciate con la questione della rendita e della emergenza casa.

Già nel 1902 l’onorevole cattolico bergamasco Luigi Luzzati, partendo dalle esperienze paternaliste (Crespi d’Adda e Honegher di Albino, ecc.) e dalla ripresa di attivismo sociale della chiesa aveva avanzato alla Camera dei Deputati una proposta di legge che per la prima volta volgeva lo sguardo alla famiglia dell’operaio italiano ed ai grandi centri industriali in formazione. Tale iniziativa si poneva infatti come possibile soluzione al problema sociale dell’abitazione per le classi sociali più disagiate ed ai fenomeni dell’inurbamento e dell’industrializzazione allora in forte espansione. Si guarda alle esperienze più avanzate, sia socialmente che architettonicamente in Europa, il modello assunto è quello della “casa minima” proposto nei paesi del Nord Europa.

Nel 1903 la proposta divenne legge ed il 28 Luglio 1906 nacque l’Istituto Case Popolari di Bergamo, il primo in Italia. Da allora molti sono gli alloggi edificati dal pubblico ed assegnati sia in locazione che in vendita (in città altre 5.000). Il primo lotto di edifici mai realizzato, a livello nazionale, fu terminato nel maggio 1908 alla Malpensata, al quale fecero seguito i lavori presso il quartiere “Zognina”. La prima Guerra Mondiale interruppe il completamento di quest’ultimo quartiere che venne poi ripreso alla fine del conflitto ed ultimato nel 1920.

Col fascismo le modalità di finanziamento dell’Istituto Case Popolari di Bergamo vennero mutate appoggiandosi al credito delle Banche locali, furono avviati estesi interventi di “risanamento”, tramite sventramenti, in Città Alta e limitati interventi in Città Bassa. Interventi che avevano più a che fare con la valorizzazione immobiliare che con il tema della casa per i ceti popolari.

La fase dei gloriosi venti anni (1945-1965)

E’ una fase caratterizzata da una crescita negli spazi agricoli amplissimi compresi tra un borgo e un altro (secondo una dinamica che aveva già caratterizzato gli anni ‘20/30 e voluta dall’alta borghesia fascista e cattolica). Vengono realizzate nuove abitazioni e aree produttive. Questi terreni in genere sono in mano a enti privati, grandi proprietari e a enti religiosi. Motore di questa trasformazione il trasferimento definitivo delle funzioni amministrative dalla Città Alta al nuovo centro piacentiniano (Sentierone-Porta Nuova).

Il forte sviluppo economico, attirando in città nuova popolazione, ha favorito la crescita e la domanda e quindi sostenuto la rendita fondiaria. E’ il tempo d’oro dei proprietari dei terreni e degli speculatori edilizi. Si è proceduto infatti adottando piani urbanistici che hanno assunto come unico parametro la crescita fisica e lo sviluppo, pianificazioni tese all’unico obiettivo di massimizzare la rendita urbana. Questa crescita di Città Bassa avviene a scapito di Città Alta e dei borghi storici che svuotano delle funzioni residenziali e direttive. Città Alta si riduce a quartiere ghetto per sottoproletari e immigrati meridionali.

Da prima le attività residenziali pubbliche intraprese sotto il fascismo verranno ultimate nel 1947 grazie ad un pacchetto di leggi che assicurarono i fondi statali necessari al loro completamento, poi nel 1948 venne terminato il quartiere Clementina.

Dal 1949 si ha una più intensa ripresa della attività edilizia dell’Istituto Case Popolari di Bergamo, grazie soprattutto a un ampia disponibilità di contributi statali. In particolare con la legge del 28 febbraio 1949 nr. 43 il Parlamento italiano aveva approvato il progetto di legge “Provvedimenti per incrementare l’occupazione operaia”, agevolando la costruzione di case per lavoratori, con il quale si sarebbe dato avvio a un piano per la realizzazione di alloggi economici, noto come piano INA-Casa o Piano Fanfani. Il piano fu interpretato e proposto in una duplice chiave: come una manovra orientata a rilanciare l’economia e l’occupazione, costruendo case economiche, ma anche come un dispositivo di ‘carità istituzionalizzata’ su scala nazionale, di partecipazione solidaristica di tutte le componenti sociali verso i bisogni dei più poveri.

I quattordici anni di attività del piano rappresentano una fase significativa della politica economica del dopoguerra, ma certamente anche una delle più importanti, consistenti e diffuse esperienze di realizzazione nel campo dell’edilizia sociale nel nostro Paese. Anche a Bergamo le sue realizzazioni (dette “case Fanfani”), furono alloggi sani e moderni che hanno offerto la possibilità a molte famiglie di migliorare le proprie condizioni abitative. I quartieri costruiti allora rappresentano oggi non soltanto una significativa testimonianza del Novecento italiano, ma mantengono ancora una loro precisa identità.

La seconda fase (1965-1990).

Dagli anni ’60 i nuovi governi di centrosinistra impongono la programmazione dell’uso del territorio tramite l’uso della pianificazione urbanistica e dello ”Zoning”. Nel 1968/69 a Bergamo il piano Astengo pone, su basi scientifiche, la questione della dimensione territoriale della città che va ben oltre i confini amministrativi della città interessando un’area (definita Grande Bergamo) interessante una quarantina di comuni e circa 400.000 abitanti. Le funzioni (tra cui quella delle case popolari), i servizi e i collegamenti vengono quindi risolti su quella scala.

Il piano non troverà attuazione proprio per la resistenza dei proprietari di aree sia del comune di Bergamo che dei singoli piccoli comuni attorno. A una programmazione di grande respiro, che proponeva diverse modalità di uso, grandi investimenti e modalità di rendita più moderne, eque ed efficienti, i grandi proprietari delle aree edificabili urbane preferiscono il tradizionale metodo di valorizzazione basato sulla programmazione della scarsità concordata che ne tiene alto il valore. Il loro timore di fondo fu che con le proposte urbanistiche di Astengo i loro terreni venissero abbassati allo stesso livello di appetibilità e di valore delle numerose aree della cintura urbana a cui venivano assimilati come raggiungibilità e che servizi e che le moderne infrastrutture previste venissero, in parte, realizzate a carico dei proprietari dei terreni e degli operatori immobiliari..

Il timore diffuso era che le aspettative economiche dei proprietari e investitori venissero limitate dalle previsioni di Astengo che di fatto si era posto il tema della limitazione della rendita urbana (e dei soggetti che ne beneficiavano) prevedendo la loro partecipazione, se non altro cedendo parte dei loro terreni, per la realizzazione di infrastrutture e servizi adeguati. Un indirizzo chiaro dello sviluppo della città a fronte anche dell’emergere di nuovi domande sociali, di una maggiore complessità e quindi di altri interessi.

Inizia negli anni ’70 un travagliato periodo in cui con un’infinita serie di varianti il piano Astengo viene “tradotto” (ovvero stravolto) dal comune di Bergamo in scala comunale. Il centro di queste varianti rimane il permanere, rispetto alla domanda, di una perenne calcolata scarsità di aree, creando di conseguenza una lievitazione anomala del loro valore. In questo contesto di scarsità e richiesta immobiliare alta diventa economicamente interessante procedere al recupero delle zone storiche, in Città Alta con residenze di lusso e nei borghi inserendo funzioni terziarie.

I piani particolareggiati dei borghi saranno affidati all’architetto Coppa all’inizio degli anni ’70, ma colpevolmente approvati dalle giunte democristiane negli anni ’80 quando la trasformazione incontrollata (che fu chiamata “il sacco dei borghi”) e l’espulsione dei ceti popolari che vi risiedevano era già avvenuta. Ciò crea una delle caratteristiche peculiari di Bergamo: un altissimo tasso (relativamente più alto di quello di Milano) di concentrazione di funzioni terziarie in città rispetto alla provincia. Provincia dove si spostano le funzioni direttamente produttive e anche residenziali. Sul piano della residenzialità si assiste a una forzata concentrazione di ceti dirigenti e medi e un esodo biblico dei ceti popolari verso i quartieri esterni della città e l’hinterland.

I residui ceti medi e popolari residenti nei borghi vengono quindi definitivamente spostati in nuovi appositi quartieri. I ceti medi a Loreto e Longuelo, i ceti popolari nelle aree più esterne e meno di pregio alla Celadina, Monterosso e Grumello al Piano dove interviene la mano pubblica del Istituto Autonomo Case Popolari (attuale ALER). In città dagli anni 60/70 si ha quindi un’ulteriore espansione dell’attività pubblica sulla casa che persegue due obiettivi. Spostare dalle aree storiche (Città Alta e borghi), su cui puntavano gli appetiti speculativi privati, le fasce popolari più deboli non in grado di transumare con i propri mezzi verso i comuni della fascia limitrofa alla città. Fornire un modo di accumulazione primaria alle imprese del settore edilizio.

Lo squilibrio causato dalla mancata corretta programmazione urbanistica del rapporto tra città (terziario e servizi) e periferia/provincia (residenza e produzione) crea anche un fenomeno di forte pendolarismo dalla provincia alla città, sia per accedere al posto di lavoro sia per accedere ai servizi (tribunale, banche, assicurazioni, associazionismo, direzionale, sino alla cultura). Ben 75.000 veicoli giorno che oggi pendolano dalla provincia al limitato territorio della città fanno esplodere la questione dellecarenze infrastrutturale ovvero quella che popolarmente è chiamata ”il problema del traffico”, che è stato fino ad ora affrontato con palliativi inefficaci (Piani del Traffico). Oggi a Bergamo tutte le inchieste condotte evidenziano il problema della mobiltà come il problema più sentito dai bergamaschi dopo quello del lavoro e molto prima di quello della sicurezza o dell’immigrazione.

In questo contesto alla fine degli anni ’70 viene istituito il “Parco regionale dei colli di Bergamo”. Il nuovo parco da un lato risponde a una crescente domanda sociale, in particolare dei ceti medio-alti, di salvaguardia del territorio e della sua identità. Dall’altro “congela” un quarto delle aree urbane, favorendo la crescita, per scarsità, del valore delle restanti aree e creando un’area residenziale di pregio in cui investire su residenze esclusive di lusso da cui lucrare ampli profitti.

E’ anche in questa fase che esplodono i movimenti, che uscendo dalle scuole e dalle fabbriche investono il territorio: nascono spontaneamente i Comitati di Quartiere aggregazioni di persone che abitano la stessa porzione di territorio urbano. Sono istanze partecipative assembleari e consigliari che iniziano a discutere e a rivendicare un ruolo attivo dei cittadini nella pianificazione della città. I Comitati, si caratterizzano sin dall’inizio per l’elevato numero di partecipanti alle assemblee che dibattono i problemi relativi alla casa (affitto, manutenzione, riscaldamento, sfratti) oltre che per l’adozione di scelte urbanistiche e di dotazione di servizi largamente condivise. Da prima lo scontro con i poteri consolidati (curia, banche, immobiliari e imprese) è frontale. Esemplificativo il caso del quartiere della Malpensata con la incredibile demolizione della cascina Perosa attuata dal comune in una notte, che divenne un caso nazionale quando ne scrisse Antonio Cederna sull’Espresso.

In seguito la risposta che le amministrazioni comunali e la politica (compresi il PSI e dal PCI) danno alle istanze dei Comitati di Quartiere tende alla loro istituzionalizzazione nelle Circoscrizioni. Sono questi ambiti politici pensati come piccoli consigli comunali decentrati. Ora chiudendo un ciclo le circoscrizioni che sono state abolite dalle ultime riforme con la scusa di eliminare i costi impropri della politica.

Nei quartieri di case popolari nascono alcuni dei comitati più interessanti. A Loreto e alla Malpensata dove forte è la presenza del Manifesto, di Grumello al Piano dove i militanti della locale sezione del PCI saranno all’inizio degli anni 90 tra i primi aderenti al PRC e a Monterosso dove il nucleo di militanti raccolti attorno al compagno Santini passerà poi anch’esso da DP al PRC.

La terza fase: dal piano Secchi al PGT

E’ la fase che possiamo definire della finanziarizzazione dell’edilizia. La città non assume nuove funzioni, perde addirittura abitanti e siti produttivi, ma cresce.

Si assiste infatti alla perdita di significato del valore di uso degli immobili a fronte della crescita del loro valore finanziario. I nuovi volumi residenziali diventano forme di investimento ad alta rivalutazione. Più case si realizzano più vengono consumati i terreni urbani più il valore dei residui e sempre più scarsi terreni (e quindi anche degli stessi volumi) aumenta in una spirale perversa. Questi volumi non serve nemmeno affiatarli, al massimo se ne sfrutta la potenzialità economiche nel momento in cui si accede al credito per finanziare nuove operazioni immobiliari, usandoli come garanzia sul prestito. Investitori, fondi immobiliari (bancarie assicurativi) e imprese si contendono le nuove potenzialità economiche offerte dalle varie leggi regionali (Verga e Adamoli) che istituzionalizzano le procedure di deroga e variante automatica alla programmazione territoriale. E la nascita della cosidetta ”urbanistica contrattata”. Con questi meccanismi a Bergamo si è così creato un patrimonio immobiliare inutilizzato enorme. In una città di 120.000 abitanti oggi questo patrimonio “privo” di uso è stimato attorno ai 5000 alloggi, di cui solo 2000 non sono disponibili per frizioni del mercato immobiliare.

A questo immenso spreco di risorse e territorio, vanno aggiunti negli anni ’90 gli effetti devastanti delle varie finanziarie volute dal governi Berlusconi, promosse dal ministro Tremonti. La defiscalizzazione degli investimenti immobiliari delle aziende hanno reso conveniente nella grande Bergamo l’edificazione di oltre 1000 nuovi capannoni industriali, spesso mai terminati, e comunque in grande parte mai usati.

La finanziarizzazione porta anche allo sviluppo di altre attività ad essa connesse, Lo sviluppo della grande distribuzione commerciale (finanziarizzazione del commercio) e la dismissione delle grandi aree produttive urbane (per delocalizzazione o cessazione dell’attività) Ricordo solo le aree ex Zopfi (attuale triangolone) con il tema della conservazione della memoria della città che la speculazione negava e via Corridoni, dove con l’occupazione del Centro Sociale Occupato “Fantasma” furono denunciate da un lato le nuove connessioni che legavano l’amministrazione comunale (in quel momento di centrosinistra sindaco Vicentini), banche e curia e dall’altro si materializzò un possibile nuovo soggetto giovanile, che si era agitato in città per tutti gli anni ’80, che richiedeva un diverso approccio ai temi dell’uso sociale degli spazi. Il CSO Fantasma non casualmente venne aggredita a colpi di bottiglie molotof da esponenti del rinascente neonazismo nostrano.

Il tema dell’intervento pubblico sulla questione casa sembra in questa fase superato, la fase di finanziarizzazione dell’economia ha infatti creato un nuovo fenomeno quello della concessione di mutui immobiliari a soggetti privi delle più elementari garanzie di solvibilità. In particolare sono aumentati esponenzialmente i prestiti immobiliari agli immigrati. L’effetto è noto l’immigrato comprava l’appartamento fatiscente dagli italiani che lo avevano ereditato dalle generazioni precedenti. La famiglia venditrice sommava questa liquidità a un altro mutuo rendendo possibile la realizzazione del sogno di passare da un appartamento in una palazzina in città a una villetta singola, spesso in schiera, nell’hinterland. Le banche ci sguazzavano, i costruttori anche, ma il territorio veniva consumato a velocità impressionante. Effetti secondari sono che oggi l’80% dei bergamaschi è proprietario di casa e al contempo si sono formate nella città alcune zone ghetto caratterizzate da una forte tendenza alla fatiscenza e con alte concentrazioni di immigrati, cito via Quarenghi come esempio noto a tutti.

Questi processi hanno anche avuto conseguenze culturali, seppur contraddittorie. Da un lato l’enorme crescita dell’edificato e del consumo del suolo ha imposto definitivamente il tema dell’uso meno esasperato e consumistico del territorio. Il problema del “verde” è oggi molto sentito in tutte le classi sociali. Dall’altro il modello della casa uni famigliare bassa con giardino si è imposto nell’immaginario collettivo orobico come il modello di residenzialità universale a cui aspirare. Le due questioni non sono solo palesemente incompatibili, il modello “casa dei Puffi” è infatti all’atto pratico anche insostenibile economicamente in città. Questo sia per l’alta incidenza, sul costo degli edifici, dei costi di acquisizione del terreno (ormai scarso e quindi carissimo) sia per gli enormi costi di gestione e manutenzione delle reti dei servizi (strade, fogne, luce, acqua ecc. ecc.) che con un’edilizia bassa diventerebbero troppo estese.

Come abbiamo già detto lo sviluppo della fascia dei comuni attorno alla città ha determinato anche il parziale trasferimento li di parte della popolazione cittadina. Dal 1971 al 2001 la popolazione residente cittadina è calata (da 128.096 a 113.143 abitanti), mentre sono demograficamente esplosi i comuni limitrofi. Questo fenomeno ha creato ulteriori squilibri infatti i servizi sociali e culturali che la città fornisce al territorio sono rimasti in carico al bilancio di Bergamo, che è sostenuto da un numero sempre minore di contribuenti. La necessità di mantenere un adeguato livello di servizi, in particolare culturali (Biblioteca Mai, teatri Sociale e Donizzetti, Accademia Carrara e sistema dei musei) è una priorità per la borghesia urbana e non solo in termini di prestigio, ma anche direttamente nei termini di valorizzazione dei propri investimenti immobiliari. Tra la fine del secolo l’inizio del nuovo secolo il disavanzo di bilancio comunale porta a una politica di limitazione dei costi sociali e di recupero di risorse anche con il blocco di ogni attività pubblica sia di nuova edificazione che di manutenzione della case popolari esistenti e attuando anche la vendita di parte del patrimonio di residenze pubbliche e più in generale del patrimonio pubblico. E’una tendenza, non dimentichiamolo, che procede di pari passo con la tendenza a concedere praticamente a chiunque l’accesso al credito senza garanzie.

D’altro canto in generale le scelte urbanistiche e gli investimenti pubblici vengono in questa fase ormai palesemente influenzate da interessi legati ai detentori della rendita.

Pensiamo al nuovo Tribunale realizzato in via sant’Orsola, in una zona priva di accessibilità e parcheggi ma limitrofa all’area del vecchio tribunale dove si sono collocati nel tempo, anche come investimento immobiliare, gli studi di molti avvocati.

Oppure alla realizzazione di grandi parcheggi in centro vicino alle sedi terziarie di banche e assicurazioni, che hanno creato altri disastrosi flussi di traffico nella congestionatissima area del centro. Una scelta che si sapeva sbagliata, tanto più che era possibile creare, con meno spesa e migliori risultati, dei parcheggi di attestamento esterni e collegamenti con mezzi pubblici con il centro.

Mal’esempio peggiore rimane senza dubbio il nuovo Ospedale realizzato nell’area della Trucca, di proprietà della curia, una ex palude che ha determinato, a causa delle condizioni geologiche particolari, non solo una sensibile aumento dei costi di edificazione, ma anche difetti strutturali permanenti.

Come è evidente dagli esempi portati l’interesse specifico e corporativo ha imposto scelte anacronistiche e non razionali, contrarie all’interesse pubblico.

Dal nuovo PGT alla crisi.

La vittoria del centrosinistra alle comunali del 2004 apre una nuova fase politica. Nell’amministrazione confluiscono interessi diversi, quelli della borghesia urbana illuminata ma anche con interessi nella rendita edilizia, i ceti medi colti critici verso l’assetto urbano raggiunto e le sue contraddizioni e ciò che i movimenti popolari e giovanili iniziati dal ’68 avevano sedimentato. In città si è ormai diffusa una nuova richiesta sociale che assume come parametri di riferimento la qualità dell’ambientale, dell’aria, il verde, i servizi sociali e culturali. Una sensibilità che pare in grado di esprimere, mediando tra istanze diverse, compiutamente un’altra idea di città. Non casualmente l’amministrazione comunale di centro sinistra del sindaco Bruni si richiama da subito esplicitamente al Piano Astengo e apre con le amministrazioni limitrofe tavoli di confronto sul tema della Grande Bergamo. Non a caso vengono attivate modalità di partecipazione attiva dei cittadini tramite il bilancio partecipativo e esperienze concrete di urbanistica partecipata.

L’espressione più compiuta di questa nuova fase è il nuovo regolamento edilizio che sostituirà quello precedente varato negli anni ’70 introducendo concetti come il risparmio di suolo e energetico, l’uso di fonti rinnovabili, la limitazione dei consumi ecc. Secondi in Italia e primi in Lombardia si è varato uno strumento al passo con le migliori esperienze del nord Europa.

Anche il nuovo PGT propone un simile profilo. Viene pianificata la limitazione del consumo del suolo, il recupero delle aree dismesse, il recupero di quelle degradate, la cintura verde, la rendita viene limitata introducendo l’istituto della perequazione tra le aree edificabili e non edificabili. (Bergamo sarà l’unico, tra i grandi comuni Lombardi a prevederlo). Standard qualitativi aggiuntivi e premialità volumetriche collegate all’assunzione di obiettivi pubblici (case ERP, case convenzionate, servizi pubblici, ecc.). L’ERP entra come standard nel piano dei servizi. Grande parte dell’impianto del piano ruota su un nuovo polo di sviluppo a sud, chiamato Porta Sud, da realizzare sulle aree del dismesso scalo ferroviario e che deve risolvere in maniera strutturale il tema, ormai drammatico, del rapporto tra viabilità generale o esterna e quella urbana o interna.

Ma in questa stagione la novità principale è la ripresa dell’attività pubblica nel campo della residenzialità sociale. L’obiettivo principale dichiarato è il mantenimento di fasce popolari in città. Viene varato un nuovo Piano di Zona, riattivati gli interventi pubblici nel settore ERP e attivata l’agenzia della locazione (che sul terreno dell’affitto cerca di fare incontrare domanda e offerta rimettendo all’uso parte del consistente patrimonio non utilizzato che si è accumulato). Si discute anche molto sulle caratteristiche dei nuovi interventi residenziali pubblici per limitarne l’impatto urbanistico, sociale e ecologico.

Ma il fallimento del governo Prodi; l’addensarsi in città di un fronte in cui confluiscono le forze, non solo legate al centrodestra, che si ritenevano lese nei propri interessi immobiliari, edilizi e di rendita; errori amministrativi connessi alle contraddittorie istanze che convivono nella maggioranza (La nuova Accademia della Guardia di Finanza, parcheggi alla Fara, i sei PII attivati prima del PGT, ecc.) determinano la fine di questa esperienza e il ritorno delle forze della conservazione alla guida della città.

Nella campagna elettorale del 2009 si sono confrontate due visioni della città.

La prima, quella del centro sinistra, tentava di proporre la visione di una città non immobile in cui però ci si facesse carico di alcuni temi di rilevanza sociale (mantenimento dei servizi sociali, aumento del verde, la casa, la partecipazione dei cittadini, la pedonalizzazione progressiva della città, il rilancio turistico e culturale, ecc), una mediazione alta, tra interessi divergenti (quella degli investitori e quelli “sociali”), capace di aprire una reale nuova prospettiva che ci assimilasse, in termini di modernità, ai grandi centri urbani europei. Una mediazione che prevedeva in regime di scarsità di risorse un costo sociale di cui le parti ricche della città ( le uniche detentrici di risorse in questa fase) dovevano farsi carico (quello che Tentorio indicò non capendo la sostanza con la banalizzazione del termine “fare cassa”).

La secondo che ha riproposto l’insipida cittadella dello sport (con annesso ipermercato da 70,000 mc sui terreni comunali e di una nota famiglia di imprenditori) al posto del parco agricolo (alla faccia degli anti cementificatori); l’inutile tangenziale Est (già tangenziale Percassi), cioè le grandi opere appannaggio dei grandi gruppi imprenditoriali; la riapertura al traffico veicolare privato di ampie zone della città (come desiderano i commercianti); lo stop alla realizzazione della case sociali (anzi la vendita di parte dello stok abitativo pubblico) con la conseguente rinuncia a ogni intervento del pubblico sul mercato edilizio che viene riconsegnato alla mancanza di regole del mercato dei soliti noti, ecc.

Con la vittoria del centro-destra la parte socialmente dominante in città ha chiarito che la parte che la città è “cosa loro” e che non sono disposti a mediarne i destini discuterne lo sviluppo con nessuno, soprattutto se ciò comporta per loro dei costi di cui evidentemente non intendono, come sempre, farsi carico.

La cifra culturale della amministrazione di centrodestra che subentra è data dalla polemica svolta dal sull’altezza degli edifici in città. Rincorrendo i sogni della piccola borghesia urbana, in polemica con la giunta Bruni, fu avanzata la proposta di ridurre le altezze a tre piani di tutti gli edifici nuovi a nord della ferrovia. Ovviamente una volta al governo della città si sono guardati bene di attuare questa proposta che pure gli aveva fruttato un notevole consenso anche popolare.

Sul piano dell’attività relativa al settore delle ”case pubbliche”, la giunta Veneziani dichiarò l’intenzione di continuare il “buon lavoro iniziato”. In realtà gli aspetti precedenti più innovativi sono stati cassati immediatamente (partecipazione) o ridimensionati fortemente (agenzia della casa). Tra l’altro senza che l’opposizione di centrosinistra battesse praticamente ciglio.

Ma nel frattempo imprevista è giunta la crisi, che ha particolarmente colpito il settore immobiliare. Non solo sono precipitati sul mercato, già saturo, una quantità enorme di volumi che ne hanno fatto cadere letteralmente il prezzo, ma la stessa attività edilizia si è fortemente ridotta. La perdita di reddito ha fatto esplodere la morosità incolpevole e le banche sono in sofferenza per i mutui non più esigibili. A fronte dell’aumento esponenziale delle persone che perdendo il reddito perdono anche la casa l’amministrazione poco a fatto per limitare gli sfratti e invece si è buttata in un piano di vendita di 200 appartamenti pubblici al fine di fare cassa per riequilibrare un bilancio che già era appesantito dalle spese relative ai servizi generali sovra comunali, ma che oggi è anche massacrato anche dalle scellerate politiche di austerità assunte dal governo sotto dettatura della Troika. Se nel 2008 gli oneri edilizi garantivano al comune di Bergamo un’entrata di circa 13 milioni euro, quest’anno (dopo 7 anni di crisi) si prevede di incassarne forse 3. In questo contesto il PdZ in corso di attuazione ha mostrato tutte le sue potenzialità anticicliche positive dando la possibilità a molte imprese e a molti operatori del settore edile di sopravvivere.

Sintomatico il dibattito che si è svolto sulla possibilità di affrontare la crisi del settore edilizio con l’insostenibile proposta di annullamento degli oneri per le nuove costruzioni, cioè della contribuzione dovuta dagli operatori privati per realizzare opere pubbliche e infrastrutture. Una proposta assurda se si tiene conto che gli oneri, per legge, sono sempre dovuti e che le amministrazioni locali non hanno la facoltà di non riscuoterli. Ciò nonostante questo dibattito ha attraversato per mesi il dibattito politico cittadino coinvolgendo sia esponenti del centrodestra che del PD, a riprova della sostanziale convergenza progressiva tra i due schieramenti.

Ora secondo la tradizionale oscillazione del pendolo politico cittadino riabbiamo una giunta a maggioranza PD, ma da cui sono esclusi, chi dall’amministrazione chi dalla giunta, tutti i pezzi della sinistra. Una giunta sotto certi aspetti più in continuità con la tradizione conservatrice e con la passata giunta di centrodestra che con la precedente di centrosinistra. L’emergenza sfratti e crisi dell’edilizia proseguono, ma per ora l’amministrazione non ha dato prova di una particolare attenzione a questi temi. In questa tornata amministrativa si dovrà mettere mano alle previsioni del PGT, reso inattuale dalla crisi, e quello sarà il vero banco di prova anche per quanto riguarda le politiche urbane e sul tema della casa in particolare.

Per ora possiamo solo rilevare una forte involuzione culturale, politica e metodologica su molti temi. In particolare vanno evidenziate la cancellazione di ogni istanza partecipativa, il tipo di rapporto instaurato con i comitati dei cittadini dei quartieri e la sostituzione delle abolite circoscrizioni con dei rappresentanti presso il sindaco dei vari quartieri. Questi rappresentanti non sono neanche eletti dai cittadini ma scelti dal sindaco tra i funzionari del comune. Un passo che ci precipita in dietro di decenni. Queste dinamiche danno esattamente la misura della distanza che ormai separa la politica dai problemi dei cittadini.

Forse la sinistra deve proprio ripartire da li, dalla partecipazione.

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