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Partito della Rifondazione Comunista – Bergamo | July 28, 2017

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(13.05.15) L’Altra Europa Bergamo. “La specificità de L’Altra Europa” – documento

Il percorso che porta alla costruzione della soggettività politica de L’Altra Europa si sta mostrando sin troppo faticoso. Le visioni, i dubbi e le conflittualità interne hanno comportato un enorme dispendio di energie; i confronti e le divisioni, anche individuali, hanno rischiato e rischiano tuttora, di incrementare il tasso di entropia in misura tale da rendere non solo incomprensibile le differenze progettuali verso l’esterno ma di renderlo sufficientemente chiaro nelle sue dinamiche evolutive solo da un numero troppo ristretto di persone. Nonostante l’ultima assemblea abbia espresso in maniera chiara un indirizzo di accelerazione del processo, il rischio dell’impasse tanto politica quanto operativa rimane dietro l’angolo.

Chi non vuole alimentare polemiche, avendo soprattutto coscienza che ormai, in una prospettiva storica, stiamo scontando da decenni un gigantesco divario che separa le energie spese e l’efficacia delle stesse in termini costruttivi di pensiero e azione. Per dirla in parole povere, a fronte di enormi sforzi, di passioni collettive e individuali concrete, spesso siamo riusciti a partorire il classico topolino nelle rare occasioni di qualche elezione vinta o di qualche successo estemporaneo, così la nostra presenza nel contesto politico si colloca in una dimensione sicuramente evenemenziale ma non di continuo processo di costruzione politica e, soprattutto, inadeguata in relazione alla gravità della situazione economica e democratica continentale.

I confronti e i conflitti interni di questi mesi hanno avuto origini diverse ma sicuramente le questioni centrali di questi ultimi mesi hanno riguardato e riguardano quelle della costruzione del nuovo soggetto politico, se e come farlo e quali componenti concorreranno alla sua costruzione, e il rapporto con le imminenti elezioni regionali.

L’intenzione di questo documento non è quella di partecipare a questi dibattiti, già sufficientemente complessi e affollati, bensì di sottolineare, ancora una volta, la grande sproporzione e il dispendio di energia nei confronti di tali questioni in relazione alla necessità di costruzione progettuale de L’Altra Europa. Sebbene non siano neutrali nel divenire del processo le caratteristiche strutturali di un soggetto politico, questo è e rimane principalmente un contenitore di un progetto senza il quale qualsiasi “scatola”, anche ben congegnata e condivisa, non ha senso. Con questo non si vuole dire che gli elementi progettuali de L’Altra Europa non sussistano ma, oggettivamente, abbiamo speso troppo tempo ad occuparci di altro, senza tener in debito conto che perseguire lo sviluppo progettuale dei contenuti è il prerequisito essenziale perché tutto il resto abbia un senso, anche facilmente fruibile al di fuori della nostra sempre più ristretta cerchia di “addetti ai lavori”.

Di seguito, quindi, saranno offerte, in termini di contributo, alcune linee di analisi e proposte in merito a temi troppo spesso sottovalutati, in relazione alla loro reale importanza, a partire proprio dall’analisi del successo elettorale del maggio scorso.

La dimensione spaziale de L’Altra Europa.

Ci sono alcune considerazioni e approfondimenti da fare in merito al successo delle elezioni europee.

Per la prima volta è stata presentata una lista con un preciso riferimento ad un movimento, un partito e un leader non italiano. Sebbene Tsipras e, soprattutto, l’esperienza di Syriza, siano divenuti un simbolo per tutta la sinistra europea, non era sicuramente scontato un successo che per alcuni poteva semplicemente celare la debolezza nostrana in termini di progettualità e di personalità di riferimento. A tale proposito è da ritenersi errata l’analisi di coloro che hanno visto nel riferimento diretto a Tsipras un escamotage volto a colmare un presunto vuoto in termini di leaderismo nel panorama della sinistra italiana. Altrettanto errata è pure l’interpretazione di coloro che hanno pensato alla parola “Europa” come un mero riferimento relativo alle elezioni europee. Con tutta probabilità entrambi questi elementi sono stati felicemente interpretati da molti elettori come il segnale di un cambiamento progettuale da parte della sinistra italiana, al di là e al di sopra delle eterne sue divisioni, ma anche nella speranza di superamento degli angusti spazi della progettualità locale e nazionale. La visione e la scelta sovranazionale del progetto sono forse stati componenti fondamentali per il suo successo. Questa va tenuto presente nella costruzione di quel movimento e di quella identità progettuale che dobbiamo ancora definire.

Non è compito di questo documento approfondire analisi e studi ormai decennali in merito allo sviluppo del neoliberismo capitalista e della sua espansione spaziale. È però importante sottolineare come sia centrale per il capitalismo la continua produzione e riproduzione di spazio necessaria a garantire le più favorevoli condizioni di accumulazione e la costruzione di strutture funzionali in grado di garantire l’assorbimento dell’accumulazione stessa. Quella che volgarmente viene definita “globalizzazione” trova la sua motivazione anche nella necessità da parte del capitalismo di procedere attraverso una continua espansione per assicurare i processi di accumulazione e di superamento – o anche semplice dilazione nel tempo – dei propri processi di crisi e stagnazione.

Se vogliamo muoverci all’interno di questo quadro di analisi ne derivano alcune conseguenze importanti.

In primo luogo, qualsiasi tipo di lotta al modello neoliberista ed al capitalismo in chiave più ampia non può che muoversi all’interno di una congrua dimensione spaziale. Questa considerazione appare persino banale alla luce dell’impossibilità di realizzare una qualsivoglia politica economica autonoma da parte dei singoli stati-nazione, dell’impossibilità del contrasto al sistema finanziario internazionale, dell’impossibilità di salvaguardare i diritti del lavoro di fronte all’espediente della delocalizzazione. Quello che è meno banale, è invece capire perché storicamente non si sia realizzata un’opposizione politica di sostanza in grado di contrastare nelle dimensioni spaziali adeguate l’espansione capitalista. Da questo punto di vista si potrebbe ironicamente concludere che l’unica Internazionale di successo sia, appunto, quella del capitale. In Europa, in particolare, la situazione democratica ed economica, si è degradata in maniera molto rapida negli ultimi decenni; citando Chomsky: “I padroni dell’umanità hanno ucciso l’Europa….le democrazie europee sono al collasso totale, indipendentemente dal colore politico dei governi che si succedono al potere”.

Alla luce di queste considerazioni e al di là delle sconfitte storiche, negli ultimi decenni a sinistra non si è stati in grado di superare mai seriamente la dimensione nazionale, e questo vale anche per l’azione sindacale, in un’epoca in cui i processi di accelerazione dei movimenti del capitale coprono il pianeta in frazioni di secondo e le imprese sfruttano come non mai i differenziali geografici per la loro localizzazione.

In secondo luogo, al di là dell’analisi economica dovremmo affrontare la questione dell’espansione capitalista, anche in altri termini. In particolare occorre porre l’accento sul capitalismo come sistema di potere e come attraverso la sua fase neoliberista abbia raggiunto concentrazioni di potere mai registrate in precedenza nella storia dell’umanità.

L’espansione spaziale del potere attraverso i processi di accumulazione del capitale ha due conseguenze principali: la subordinazione del potere statale ad un potere di più alto grado e lo sfruttamento dei differenziali geografici ai fini non solo dell’accumulazione ma della crescita del potere stesso. Insomma, per dirla con Hobsbawm ‘’A partire dal 1989 un sistema internazionale di potere ha cessato di esistere per la prima volta nella storia europea dal XVIII secolo.’’. Le trasformazioni nelle forme del potere hanno avuto impulso e prodotto i loro effetti soprattutto in Europa, il continente più interessato a questi cambiamenti. Le conseguenze sono state enormi ma seppur in presenza di analisi e critiche di spessore non vi è stata nell’elaborazione del pensiero politico della sinistra e nelle conseguenti prassi, un percorso all’altezza dei cambiamenti in atto.

Il superamento ideale dell’attuale registro geografico però non comporta cambiamenti semplicemente quantitativi, ma definisce un progetto diverso e nuovo, richiede capacità di analisi e di proposta altrettanto nuove.

Non è il caso in questa sede di addentrarci in analisi e critiche approfondite sulle dinamiche e sugli effetti della globalizzazione liberista, né sui poteri sovranazionali che incidono in profondità nella destrutturazione della vita materiale di interi popoli, dal potere finanziario privato alla Troika: queste cose sono già state scritte e ripetute in mille modi diversi, ma è auspicabile che questa forma di potere vada combattuta con la coscienza della necessità di un territorio più ampio di riferimento e di un approccio al nostro fare politica diverso.

Volendo fare una stringatissima sintesi della situazione, ci troviamo in un contesto di declino dello stato-nazione così come lo conosciamo ormai da secoli, e intanto assistiamo al consolidamento di poteri sovranazionali in grado di stabilire la vita e la morte degli stati stessi, se non addirittura di interi continenti.

Spostiamo dal piano analitico al piano pratico, quello dell’adesione ad un progetto di sinistra radicale (in quanto si pone come obiettivo politico il cambiamento strutturale e sistemico di questa situazione): se traduciamo la lettura di questa adesione anche in termini di risultato elettorale, forse capiamo meglio il fallimento del progetto della sinistra italiana negli ultimi anni e, in parte, riusciamo a spiegarci meglio il pur timido segnale di ripresa che L’Altra Europa ha dato nel maggio scorso.

Quanto detto aiuta nella pratica a spiegare anche l’allontanamento dal voto da parte dell’elettore, figlio di una società postdemocratica nella quale la partecipazione alle elezioni viene ormai vissuta da molti come un rito inutile e fastidioso, nel quale ci si sente presi in giro da chi vorrebbe farti credere che con il tuo voto possa davvero cambiare qualcosa. Ma le cose non cambiano, i poteri forti stanno altrove, non sono quelli che voti, sono intangibili. È la continuità della sindrome T.I.N.A. (There is no altenative), figlia di una precisa volontà politica che, insieme alla cultura individualista che ci ha martellato dai primissimi anni ‘80, ci porta a vivere e ad operare nella dimensione della difesa del proprio interesse personale, nell’impossibilità di cambiare il contesto collettivo nel quale siamo inseriti. Per un verso questo stato di cose ha alimentato la cultura populista del “si salvi chi può ”, questa non vuole mettere in discussione la struttura in sé dell’ organizzazione del potere, ma mette in discussione l’euro, come se la sua abolizione potesse in qualche modo cambiare i rapporti di forza che si esprimono nella politica monetaria europea, o l’immigrazione, come se questa fosse la causa dell’impoverimento, della perdita e della precarietà del proprio posto di lavoro. Dall’altro verso, a sinistra, prevale la sfiducia anche in coloro ai quali siamo vicini in termini valoriali. Le domande più frequenti alle quali, ad esempio, dobbiamo spesso rispondere sono: “Cosa conta veramente in termini di cambiamento l’aver raggiunto un risultato elettorale di poco superiore alla soglia di sbarramento in una qualsiasi elezione? A che serve il sindacato se la mia fabbrica viene delocalizzata in un paese straniero? Che potere effettivo ha? Che senso ha fare la raccolta differenziata, tutelare un parco, pulire una spiaggia in questa situazione di disastro ambientale? Sono domande che possono apparire banali ma alle quali, ad oggi, non siamo in grado di dare una risposta convincente.

In questa situazione storica è auspicabile che uno dei punti di partenza per poter riconquistare la fiducia sia quello della costruzione di un progetto politico di ampio respiro di dimensioni europee e che, questo momento storico, determini la necessità che questo progetto abbia inizio in maniera forte e non sia più rimandabile.

È necessario muoversi e lottare nella stessa dimensione spaziale del potere per aver anche solo la possibilità di modificare a nostro vantaggio quelli che oggi sembrano improponibili rapporti di forza.

È in questo senso che gli sforzi di unità europei all’interno del GUE/NGL vanno sostenuti e interpretati, volti a raggiungere un denominatore comune tra soggetti diversissimi tra loro, capaci, ad esempio, di coniugare l’esuberanza e il protagonismo del giovane Podemos con le battaglie contro il water charges del vecchio Sinn Fein irlandese.

All’interno di questo percorso va letta anche l’attuale continua collaborazione tra Podemos e Syriza ma non dobbiamo neppure dimenticare che tra Grecia e Spagna ci siamo anche noi con le nostre divisioni e la nostra sostanziale inefficacia che ha assunto dimensioni temporali ormai storiche.

Forse, per l’Italia, per poter spezzare questa sorta di maleficio che ci sta paralizzando da troppo tempo, la dimensione e l’ambizione di un progetto più alto su scala continentale è ancora più utile che altrove. Crediamo che un progetto realmente di sinistra volto al cambiamento radicale abbia concrete possibilità di realizzarsi in Europa a partire da una Weltanschauung, una visione della società e della storia che accomuna tutti noi al di là dei nostri tentativi masochistici di atomizzazione. È a partire da questa visione comune che dobbiamo costruire un progetto di Europa diversa, declinabile poi in singoli programmi nazionali e anche in rapporti interstatali a loro volta declinabili in concrete azioni capaci di cogliere nel dettaglio le specificità territoriali.

Ma per far questo abbiamo bisogno, concettualmente, di una sorta di rivoluzione copernicana, capire che il cambiamento e la credibilità progettuale non possono prescindere dalla proposta di un obiettivo alto di cambiamento a partire dalla dimensione spaziale nella quale i poteri forti e reali agiscono, a partire dalla rifondazione strutturale dell’ Unione europea. Se saremo capaci di porci questo obiettivo, e soprattutto se saremo capaci di comunicarlo, forse anche la logica del “si salvi chi può” potrà essere sostituita da una logica di solidarietà, scevra da qualsiasi retorica, perché la solidarietà è determinata dalla presa di coscienza che anche la soluzione del nostro problema passa attraverso la soluzione del problema dell’altro, smascherando così la falsità di conflitti come quelli tra stato e stato, lavoratori italiani e stranieri, ambiente e produzione.

Dovremo per far questo essere capaci di costruire una narrazione diversa che prenda spunto dalle varie esperienze europee senza limiti di confini, non solo in termini di azioni e soluzioni pratiche, ma anche con un linguaggio diverso e un approccio più diretto, e crediamo che in tale direzione Syriza possa essere forse il migliore punto di riferimento che abbiamo. È meglio allora cambiare radicalmente registro nei rapporti interni alla sinistra italiana e iniziare a ragionare in altra prospettiva. È surreale, oggi, vedere come sui temi importanti vi sia una sostanziale compattezza all’interno dell’enorme eterogeneità del GUE/NGL e che tale compattezza sia ben lungi dal concretizzarsi in Italia; una compattezza necessaria tanto in chiave nazionale che europea come sta dimostrando l’attuale situazione nella quale versa il governo greco, vittorioso alle ultime elezioni, in grado di governare un intero stato, ma in continuo pericolo di essere sopraffatto dai poteri sovranazionali.

La dimensione temporale e L’Altra Europa.

La costruzione di una nuova narrazione passa inevitabilmente dalla lettura del passato. Se osserviamo all’incirca gli ultimi tre decenni, possiamo tracciare un bilancio delle traiettorie seguite dall’Europa e dalla sinistra delineandone evoluzioni e tendenze a prescindere da distrazioni di natura evenemenziale. Quello che appare chiaro a molti è il progressivo smantellamento delle istituzioni democratiche e della democrazia reale in tutta Europa; in questo senso l’attualità dell’Italicum è soltanto l’ultima nostrana manifestazione. Dal punto di vista economico l’arretramento generale è andato di pari passo con lo smantellamento dello stato sociale a livello continentale. Siamo però di fronte ad un paradosso: in tutto l’occidente a partire dall’ultimo quarto del XX secolo la pressione popolare si è indebolita mentre, al contrario, le classi dominanti sono apparse sempre più coese. Come ha recentemente affermato il sociologo Razmig Keucheyan: “La solidità del blocco di potere non ha fatto lasciare alcun appiglio ai movimenti popolari. È impressionante constatare che la crisi economica del 2008 non ha fatto vacillare l’unità delle classi dominanti, come testimonia la solitudine del governo greco…”. Alcune delle motivazioni per le quali questo paradosso è stato reso possibile sono state appena descritte ma vale la pena approfondire anche quale è stata la traiettoria storica delle socialdemocrazie occidentali e il loro ruolo nell’evoluzione di tale contesto.

Il ruolo delle socialdemocrazie occidentali è stato ed è tuttora spesso di governo, un ruolo che non è stato di argine all’inondazione neoliberista, bensì corresponsabile. Oggi denunciamo la mutazione genetica del PD renziano, ma tale mutazione andrebbe rivista e rianalizzata ancora una volta dilatando i nostri orizzonti spazio-temporali. La caduta del tabù della guerra, giustificata da un velo ideologico di difesa del principio socialista dell’eguaglianza, è stata opera di Mitterand, definito nel ’92 da Asor Rosa “il più osceno uomo politico dell’occidente”. Alla caduta di questo tabù si sono accodati vari governi di centrosinistra che hanno portato anche il nostro Paese alla partecipazione alla guerra nell’ex Jugoslavia e alle varie missioni umanitarie armate in tutto il mondo. Lo smantellamento dello stato sociale e i pericolosi rapporti con il mondo bancario e dell’haute finance hanno caratterizzato l’adesione sostanziale all’ideologia neoliberista di tutto il centrosinistra occidentale. La compressione salariale in Germania, elemento essenziale della sua politica economica aggressiva, ma anche causa principale di enormi divari interni di ricchezza, è opera dell’SPD di Gerhard Schröder alla fine degli anni ’90. Continuare l’elenco infinito di precise decisioni e responsabilità politiche sarebbe superfluo. Quello che però vale la pena ancora una volta sottolineare è l’adesione delle socialdemocrazie occidentali al modello unico imperante e l’Italia, in particolare, è stata sotto certi aspetti un laboratorio avanzato ancor prima del fatidico 1989 con l’esperienza socialista craxiana. La situazione europea di sostanziale sudditanza ideologica all’attuale sistema dominante ha concretizzato quello che alcuni studiosi hanno definito come una sorta di monopartitismo competitivo, un qualcosa che mette in comune esperienze politiche all’origine diverse ma ugualmente funzionali al sistema,come la grosse koalition tedesca o il processo che vuole portare dal PD al Partito della Nazione in Italia. La condivisione di questo scenario porta a due inevitabili conseguenze. La prima è che non possiamo considerare Renzi come la causa della metamorfosi del PD. Renzi ne è semplicemente l’effetto, il naturale sbocco di un processo storico che ha radici lontane tanto in Italia quanto in Europa. Sottolineare la propria opposizione limitata in maniera specifica al PD di Renzi non tiene conto in alcuna misura di questi processi storici e geopolitici.

La seconda è che di fronte alla macelleria democratica ed economica continentale, e a una sostanziale compattezza del sistema di potere, l’unica strada percorribile è quella di una sostanziale trasformazione in termini strutturali e sistemici. Sicuramente questa strada risulterà estremamente impervia ma è irrinunciabile e irrimediabilmente radicale non tanto per l’elaborazione delle proposte di alternativa in sé, quanto per la radicalità del contesto di progressivo degrado democratico nel quale ci muoviamo; come afferma con ragionata semplicità Alexis Tsipras “siamo radicali perché la realtà è radicale”.

Alcuni elementi di un percorso.

Nella ricerca della strada da percorrere, la critica dell’esistente rimane sterile senza l’elaborazione di ciò che dovrebbe essere in alternativa. Di seguito vengono elencati alcuni elementi, benché sicuramente non esaustivi, sotto vari aspetti consequenziali, dei quali tenere conto alla luce dell’analisi proposta.

L’elaborazione del progetto.

In questa prospettiva diventa determinante la costruzione di un pensiero comune, di denominatori comuni e di azioni comuni capaci di coalizzare realtà politiche strutturate, di movimento, sindacali e intellettuali in genere, in una dimensione e in una prospettiva continentale. Questo pensiero comune deve avere non solo un respiro generale europeo ma costruire e accostare ad ogni critica una proposta alternativa in termini politici, sociali, economici, di visione e approccio alla politica estera internazionale. Le basi per un’alternativa economica, sociale e istituzionale europea si stanno delineando ma sono ancora sostanzialmente polverizzate in una miriade di elaborazioni, azioni e campagne. Il compito centrale sarebbe quello di percorrere la strada di una sintesi il più possibile condivisa in termini continentali.

La trasformazione strutturale e il centrosinistra

In questa ottica diventa pressoché impossibile perseguire alleanze con il centrosinistra: da questo punto di vista Syriza e Podemos ci insegnano molto. La coerenza, il non accettare compromessi con i corresponsabili dell’attuale situazione europea, sono elementi fondamentali per la credibilità dell’intero progetto. I compromessi possibili, anche a livello elettorale, non possono essere all’altezza, in termini di risultati ottenibili, di un progetto di trasformazione credibile capace di conquistare una fiducia diffusa; come ha affermato recentemente l’economista Frederic Lordon: “rinunciare a trasformare le strutture equivale a condannarsi a spolverare”, e l’attuale situazione del Paese ed europea richiede qualcosa di più dell’uso di un semplice spolverino, unica arma in dotazione alle socialdemocrazie europee nell’ultimo quarto di secolo. Inoltre, il problema delle modalità e della misura delle alleanze con il centrosinistra è, anche nella prassi politica quotidiana, il maggiore elemento di impasse che ha fomentato lo stallo politico di quest’ultimo anno. Come in Grecia e in Spagna serve sciogliere definitivamente il nodo in maniera chiara e definitiva se vogliamo accelerare i processi in corso.

Rottura del monopartitismo e del “sistema duale”.

Quello che è stato definito monopartitismo è una componente sostanziale nella spiegazione della sindrome che ha colpito l’elettorato per il quale non ci sono più alternative. L’astensionismo, la mancanza di fiducia in un qualsiasi progetto e/o soggetto politico passa attraverso l’incarnazione fisica del pensiero unico in soggetti politici simili che, tra le altre cose, non rappresentano più un reale fulcro di potere. Forse anche in questo senso andrebbe letta la crisi non solo dello stato-nazione, ma anche dei partiti, dei sindacati e la mancanza di crescita in termini di spessore e consenso politico dei vari movimenti.

La legittimazione dei riti elettorali, un tempo accreditata dal bipolarismo, dai tempi della sciagurata vittoria del referendum sul sistema maggioritario, si sta trasformando in qualcosa di diverso; la separazione tra i due poli è divenuta via via impercettibile o superata. Ad esempio lo spazio mediatico ridondante riservato a Salvini dimostra gli effetti di una polarizzazione falsata, funzionale alla percezione di due schieramenti visibilmente diversificati nel sentire comune. La logica binaria, se non addirittura emergenziale, per la quale il voto utile è quello dato per evitare il governo del “cattivo di turno” è un altro ostacolo all’espressione delle scelte democratiche nel nostro Paese. Spezzare questa logica diventa fondamentale, è fondamentale strutturare una progettualità concreta e credibile, che sappia creare consenso anche tra coloro che ormai non votano più e/o, ad esempio, i delusi dal M5S, movimento che non ha saputo coniugare lo spessore e la radicalità della critica alla proposta credibile di un alternativa di sistema all’altezza della critica stessa. In termini politici e culturali riuscire a spezzare la logica e la metodologia di governance del “sistema duale” è un importante passo verso la riconquista di un pluralismo che sta scomparendo in una prassi democratica mutilata. Se si spezza tale logica, si può (ri)conquistare la fiducia di molti, in termini progettuali, ritrovando quella sostanziale differenza tra il “governare” e il “comandare” che il sistema maggioritario bipolare ci ha fatto dimenticare da tempo.

La vocazione maggioritaria

La vocazione maggioritaria è stata per Syriza e per Podemos una scelta obbligata. L’esperienza del governo greco mostra come sia pressochè impossibile trovare alleanze di sostanza disposte a condividere una percorso di cambiamento strutturale e di sistema. Anche se non sufficiente, risulta a maggior ragione necessaria una politica condivisa a livello continentale, un progetto e, se non domani in un dopodomani, un soggetto politico sovranazionale. Anche alla luce della durissima battaglia che quotidianamente combatte il governo greco, abbiamo bisogno di una cultura condivisa di campagne, azioni e percorsi politici condivisi. Allo stato attuale sembra difficile, ad esempio, progettare e realizzare uno sciopero di dimensioni europee o presentare una controproposta economica continentale o una di mutamento istituzionale dell’Unione europea, coordinare in linea generale, azioni e proposte politiche ad un livello sovranazionale. Forse dovremmo però capire che si tratta soprattutto di una questione di approccio culturale e di sopraggiunta incapacità di immaginazione: nel XIX secolo i Polacchi venivano a morire per l’Italia nei moti genovesi del 1821, gli Inglesi andavano a morire per l’indipendenza della Grecia, oggi un politico finlandese può invece impunemente suggerire ai Greci di vendere il Partenone per onorare il debito! Anche in questo caso siamo di fronde ad un paradosso per il quale la maggiore facilità di contatto e spostamento, di comunicazione e l’affinità culturale del mondo globalizzato del XXI secolo sono in grado di edificare muri tra popoli che a partire dal XVIII, in condizioni sicuramente meno favorevoli, avevamo iniziato ad abbattere. Dobbiamo recuperare quello spirito e, in termini progettuali, evidenziare il paradosso, fare nostre le concrete possibilità di globalizzazione della costruzione e della realizzazione dell’alternativa. In questo senso, nella pratica, anche minoranze politiche nazionali possono, attraverso il collante progettuale continentale, ottenere fiducia anche da coloro che solitamente e forzatamente guardano politicamente altrove alla ricerca di un voto “utile” oppure, disillusi, hanno semplicemente smesso di guardare.

Le pratiche della diffusione del progetto

La situazione della pluralità, della correttezza e completezza dell’informazione è critica a livello continentale, in Italia la situazione di degrado è particolarmente grave soprattutto negli ultimi anni. La propaganda contro il governo greco sta mostrando chiaramente una coesione e una lucida scelta di direzione e obiettivi, e vale per tutti i mezzi di informazione mainstream. La scelta della priorità delle notizie, lo spessore e la direzione dei commenti è sostanzialmente ben poco differenziata soprattutto quando i temi sono inerenti all’economia, alla governance e alla democrazia sia dei paesi di Eurolandia che oltre i confini continentali, che sia la questione dell’immigrazione o le posizioni sulla guerra in Ucraina, o i conflittuali rapporti con il mondo islamico. Non è sicuramente questa la sede adeguata per delineare condizioni e azioni da realizzare al fine di una diffusione di un progetto qualsiasi di alternativa, ma vale la pena sottolineare che la questione della visibilità e della conoscenza dei contenuti è fondamentale. La conoscenza del mondo esterno è e rimane saldamente ancorata alla costruzione mediatica e alle sue tecniche di consenso, si creano narrazioni che arrivano a ridefinire il nostro stesso dizionario in perfetto stile orwelliano. Sicuramente azioni coordinate nel tempo e nello spazio continentale possono avere un maggiore impatto e una maggiore visibilità, ma se la visibilità in sé è positiva dobbiamo però essere in grado di trovare le soluzioni per gestire e valorizzare i contenuti del nostro agire. La costruzione di reti informative efficaci e diffuse diventa quindi centrale nella diffusione di progetti e soggetti politici e sociali.

La peculiarità del contesto storico europeo e la necessità del progetto

Abbiamo una difficoltà e allo stesso tempo un’opportunità nell’attuale contesto europeo. L’attuale fase storica dell’Europa è, forse, unica, e non ha veri precedenti nel passato. Da lato siamo immersi in una crisi economica e democratica che rischia di trascinarsi nel lungo periodo e della quale sembra difficile vedere la fine. Fin qui, forse, nulla di nuovo: abbiamo vissuto un periodo analogo tra le due guerre mondiali del novecento passando per la crisi del 1929. Dall’altro la storia sta scrivendo la fine, probabilmente per molti secoli, dell’eurocentrismo e della sua grande narrazione. Narrazione che riguarda tanto i valori nati dall’illuminismo quanto la legittimazione del dominio coloniale e culturale dell’occidente nel mondo. Con tutta probabilità l’Europa sta imboccando la strada che la porterà a trasformarsi in una semiperiferia del mondo globalizzato tanto in termini economici quanto in termini di effettivo potere politico. In questo contesto lo smarrimento degli Europei, consci o meno di tale situazione, assume il valore di una variabile imprevedibile che in un contesto di rottura di tendenze storiche secolari potrebbe rivelarsi fondamentale componente di cambiamento. Purtroppo, oggi in Europa è fortemente presente la nostalgia verso il ritorno anacronistico alla sovranità degli stati-nazione, come se questa soluzione fosse fondamentale. Si rimpiange un’età dell’oro che storicamente gli stati-nazione non hanno mai garantito, come se il futuro egemonico in termini politici ed economici non sia in mano a realtà macroregionali come la Cina, l’India, gli Stati Uniti, ma non di certo ai singoli stati europei, come se la fortuna secolare del contenitore stato-nazione non fosse irriducibilmente connessa con le esigenze di produzione, espansione e accumulazione del capitale: oggi, come spiegato, queste esigenze hanno riferimenti dimensionali ben diversi. In tale ambito il pensiero della sinistra difficilmente può risultare credibile e vincente. Al contrario, questo è il terreno congeniale all’estrema destra, una destra oggi sotto il controllo dall’attuale sistema di potere ma che, in un contesto di rottura sistemica, potrebbe rivelarsi incontenibile in breve tempo. L’Europa ha già sperimentato il fallimento di questo controllo con l’esperienza nazifascista ma sembra non aver imparato nulla dalla storia: la guerra è appena al di là del mediterraneo, alle porte dell’occidente in Ucraina, e la scelte di politica estera dell’Europa nei confronti della situazione si connotano come fortemente miopi, palesemente egoiste e strategicamente controproducenti. Allo stesso tempo, all’interno dell’Europa la xenofobia è alimentata dalla crisi, dall’incertezza economica e, forse, anche da una latente consapevolezza di perdita di potere e ruolo egemone nel mondo che spaventa e porta un senso di forte insicurezza nei riguardi del futuro.

In questo contesto abbiamo però un’occasione: di fronte alla distruzione del progetto europeo operata dal neoliberismo e dalla distruzione potenziale da parte della destra estrema, la soluzione a sinistra appare l’unica praticabile appunto in termini continentali, l’unica salvezza dell’Europa passa attraverso un progetto realmente di sinistra e, in questo senso, dovremmo presentarci e ricercare un consenso potenziale molto ampio. Ancora una volta ha ragione Syriza quando si pone non solo in alternativa all’attuale modello europeo ma anche quando afferma che il fallimento dell’esperimento greco porterebbe direttamente il paese nelle mani di Alba Dorata.

La carta dei veri europeisti è troppo importante per non essere giocata, e questo non solo in termini strategici: la situazione europea si sta deteriorando molto velocemente e, anche se continuiamo a non voler vedere i fantasmi del passato, i pericoli sono concreti. Per questo motivo un progetto con queste dimensioni e queste caratteristiche, anche se difficile da realizzare, diventa indispensabile e, al momento, l’unica concretizzabile via d’uscita da una pericolosa situazione. È sostanzialmente questo che dobbiamo creare, saper comunicare e saper spiegare, sono questi i termini della fiducia e del consenso da conquistare, è questa progettualità che può garantire anche la sostenibilità economica, l’identità culturale e la tenuta democratica delle singole nazioni.

Cambiamenti di stile e di priorità ne L’Altra Europa.

Una simile prospettiva progettuale comporta però necessari grandi cambiamenti nel nostro modo di agire, di pensare e di porre priorità. L’Altra Europa non può essere o diventare semplicemente un altro soggetto politico dell’affollata galassia della sinistra, depotenziando le sue caratteristiche peculiari che hanno contributo in misura probabilmente consistente al suo successo elettorale. L’Altra Europa ha bisogno di delineare compiutamente una propria personalità e un proprio preciso progetto. Da questo punto di vista dobbiamo concentrarci sulle priorità: non è più possibile assistere, soprattutto dall’esterno della ristretta cerchia dei militanti di varia provenienza, ad una dissipazione di energie come nell’ultimo anno; non possiamo, per l’ennesima volta, assistere al rito della totale inefficacia di pensiero e azione. Gli sforzi, ancora una volta, si dimostrano ancora ampiamente squilibrati in relazione ai risultati. Dobbiamo interrompere la dinamica della fatica di Sisifo. Abbiamo, ad esempio, passato un anno nel confronto e nei contrasti sulla costruzione o meno di un soggetto politico oppure, per rimanere all’attualità, spendiamo molto nell’analisi di quanto successo con i Black Bloc durante la manifestazione del primo maggio. Sono argomenti importanti e non vanno sicuramente relegati in un angolo, ma cambiare la prospettiva è fondamentale in termini costruttivi. Dare la priorità alla costruzione progettuale aiuta anche a risolvere le questioni legate ai soggetti politici passati, presenti e futuribili. I soggetti politici vengono realizzati, mantenuti, sciolti o meno non per decreto, ma attraverso l’elaborazione e la condivisione di una forte progettualità che ne può dichiarare il successo quanto il superamento. In questa dimensione anche l’annosa questione della presenza dei partiti della sinistra che partecipano al progetto de L’Altra Europa andrebbe vista dalla prospettiva opposta: non è la forza della presenza di forze politiche tradizionalmente “novecentesche” che rischiano di influenzare in una direzione il progetto a doverci preoccupare, quanto l’ancora strutturale debolezza del progetto stesso che, ad oggi, non è in grado di influenzare sensibilmente altri soggetti. Allo stesso modo l’analisi degli incidenti della manifestazione NO EXPO non può limitarsi ad una questione di ordine pubblico e sulle diverse modalità di dissociazione, ma deve preoccuparsi del fatto che una manifestazione di oltre 30.000 persone è stata facilmente oscurata da pochi individui: in Grecia Syriza ha comunque una fisiologica opposizione con queste caratteristiche, ma questo fattore non è in grado minimamente di mettere in discussione la bontà e la forza del suo progetto. In una scala di priorità dobbiamo calibrare in maniera diversa le nostre già scarse risorse e mettere in primo piano completezza, coerenza e personalità progettuale; le altre cose, per importanti che siano, dovrebbero passare in secondo piano, pena l’impasse, l’immobilismo e il fallimento del progetto.

Questo è un pericolo che non possiamo correre: il tempo per uscire dall’immobilismo è finito e la responsabilità alta.

Al di là della casa comune

Questo scritto ha sostanzialmente lo scopo di evidenziare come il progetto de L’Altra Europa portasse con sé contenuti e potenzialità progettuali che in questo ultimo anno non siamo riusciti ad evidenziare e a valorizzare a sufficienza. Evidenziare questi contenuti, però, comporta qualcosa di più di una semplice aggiunta ai temi affrontati: come già sottolineato comporta un cambio di prospettiva. Da questo punto di vista l’idea de L’Altra Europa come casa comune della sinistra e dei democratici può essere vista come necessaria ma non sufficiente. Quello che dobbiamo realizzare non è semplicemente una sommatoria di soggetti che, attorno ad un programma comune. Riescono ad incidere nella realtà politica attraverso un riequilibrio dei rapporti di forza. Questo può servire ma non è sufficiente e di questi tentativi che ne sono stati molti e altri tuttora in corso. La specificità de L’Altra Europa però potrebbe essere altra, quella che si è tentato di delineare in queste pagine, un cambio di prospettiva e un’innovazione di progetto che ad oggi non appartiene, o non appartiene a sufficienza, né a vecchie nuovi partiti della sinistra e neppure la particolarismo di molti dei nuovi movimenti. Sforzarsi di spostare il centro dell’attenzione dai soggetti ai contenuti è fondamentale: le case comuni possono essere anche diverse da quella proposta da L’Altra Europa, questa specificità progettuale, probabilmente, no. (Comitato L’Altra Europa di Bergamo - Bergamo 13 maggio 2015)

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