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Partito della Rifondazione Comunista – Bergamo | December 17, 2017

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(06.12.14) Diritto alla casa. Della (s)vendita delle case popolari

di Francesco Macario, segretario provinciale Prc – Bergamo (intervento all’assemblea  pubblica del 06.12.14 a Bergamo-Monterosso)

Il diritto all’abitazione rientra nella categoria dei diritti fondamentali inerenti alla persona, in forza dell’interpretazione desumibile da diverse pronunce dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) e nelle sentenze della Corte costituzionale nn. 348 e 349 del 2007, che delineano i rapporti tra ordinamento interno e diritto sovranazionale

In questo periodo di crisi, in cui precarietà e disoccupazione non garantiscono più nessuna copertura sociale, sempre più vaste aree di popolazione si sono trovate in emergenza abitativa tanto che questa situazione investe, non solo le fasce sociali più deboli, ma una sempre più ampia «fascia grigia» fatta di persone sole, nuclei familiari mono-genitori, giovani coppie, lavoratori precari, immigrati, studenti, anziani soli; in Italia abbiamo la necessità, secondo i dati degli ultimi censimenti, di almeno 700.000 nuove case popolari.

Invece in Italia sono 40.000 le case popolari lasciate al degrado, solo a Milano 9700 appartamenti sono chiusi, mentre a Roma centinaia di alloggi hanno urgenti necessità di manutenzione; 

A Milano è esplosa la questione abitativa o, meglio, la questione case popolari. Doveva succedere prima o poi, perché in tempi di crisi sociale il prolungato e colpevole abbandono a sé stessa dell’edilizia popolare non poteva che tradursi in deflagrazione.

A Milano ci sono circa 68mila abitazioni popolari, di cui 29mila sono del Comune e il resto dell’Aler, l’azienda di Regione Lombardia. Di queste quasi 4.000 risultano occupate e 9.700 sfitte, a volte da anni. Il tasso di morosità tra gli inquilini regolari è del 30% e in lista d’attesa ci sono quasi 25mila famiglie. E poi ci sono le manutenzioni mai fatte, gli sprechi ingiustificabili eccetera.

Insomma, è la fotografia di un fallimento e fallita è praticamente anche l’Aler di Milano: il buco di bilancio ammonta a 345 milioni, secondo la due informative di un anno fa. Un deficit stratosferico, provocato dalla mala gestione del centrodestra regionale, dagli insensati aumenti d’affitto e alle rovinose avventure immobiliari in Libia, passando per l’arresto dell’allora assessore alla casa della Giunta Formigoni-Lega, perché accusato di intrallazzare con la ‘ndrangheta non difformemente da quanto succe a Roma con l’aggiunta degli estremisti fascisti.

La situazione è questa e così succede che in mezzo agli ormai quotidiani sgomberi e allarmismi mediatici il Presidente dell’Aler Milano, l’ex Prefetto Lombardi, uomo di fiducia di Roberto Maroni, dichiari candidamente che non ci sono soldi e che “non possiamo fare nulla, né ristrutturare né fare manutenzione”. Ergo, le case sfitte rimarranno sfitte e quelle sgomberate rimarranno vuote.

Ora tutte le colpe sono invece scaricate dalla stampa su inquilini e occupanti disperati. La destra (PdL e Lega) invita alla lotta tra poveri e chi se ne frega degli appartamenti sfitti e dell’emergenza abitativa. D’altronde, è da quando nel lontano 1995 la Consulta dichiarò incostituzionali i fondi Gescal che nessun governo affronta seriamente il problema del finanziamento dell’edilizia popolare.

Oggi in Italia un milione di famiglie vivono in case popolari, 650.000 famiglie sono nelle graduatorie comunali, vi sono 70.000 famiglie che ogni anno subiscono uno sfratto perché non riescono a pagare gli affitti incolpevolmente.

A Bergamo città vi sono 4.000 alloggi pubblici di cui 1000 comunali gli altri ALER, in lista d’attesa, unica, vi sono 1100 famiglie. Permangono circa 200 alloggi vuoti. Unico dato positivo è stata fatta una convenzione tra comune e ALER per realizzare un piano delle manutenzioni.

In una situazione come quella italiana e bergamasca in cui migliaia di famiglie sono collocate nelle graduatorie dei comuni, in vana attesa di una casa popolare di cui avrebbero diritto e di fronte a una onda anomala di sfratti, causati dalla crisi e dalla assenza di politiche pubbliche di sostegno, il disegno del governo sulla questione (Legge 80/2014) si presenta come un vero e proprio crimine sociale.

Ora il governo Renzi ha approvato un Decreto Legge (Decreto Lupi) che prevede che le case popolari, comunali e ALER, siano messe in vendita attraverso un’asta pubblica.

Il governo ha infatti trasmesso alla Conferenza Unificata Stato Regioni lo schema di decreto attuativo dell’art. 3 della Legge 80/2014 (cfr. Qui) che prevede il folle disegno di vendita all’asta del patrimonio dell’edilizia residenziale pubblica. il progetto del governo di accelerare il processo di dismissione delle case popolari vendendo gli alloggi all’asta, è devastante socialmente e significherebbe di fatto la fine dell’edilizia residenziale pubblica.

Si tratta di un provvedimento palesemente incostituzionale in quanto il governo vuole dettare norme su un patrimonio che è proprietà delle regioni e degli enti locali su cui essi e non il governo esercitano una competenza esclusiva.

Gli immobili interessati sono quelli attualmente con condomini misti, gli immobili fatiscenti, i locali commerciali, e quegli alloggi per i quali la manutenzione o la ristrutturazione hanno costi insostenibili per l’ente gestore, in pratica tutti visto che comuni e IACP dichiarano di non avere alcuna risorsa per le manutenzioni, gli immobili con alloggi fatiscenti potranno essere venduti in blocco. Il decreto Lupi riguarda di fatto potenzialmente tutte le case popolari.

Un disegno folle che, in pratica, si rivelerebbe un ennesimo grande favore alla speculazione immobiliare: si prevede, addirittura, che gli immobili definiti fatiscenti o i cui costi di manutenzione sono ritenuti troppo onerosi, possano essere venduti all’asta in blocco. Per esempio se i condomini ALER di Monterosso fossero dichiarati troppo onerosi da mantenere potrebbero rientrare nel piano vendite del decreto Lupi. E questi appartamenti per posizione, gradevolezza e centralità della zona e probabili costi di vendita,, considerato il rapporto qualità prezzo, sarebbero certamente molto appetibili per il mercato.

La Legge non concede agli inquilini, che vivono attualmente nelle case popolari, nemmeno la priorità per l’acquisto. Inoltre gli attuali assegnatari non potranno usufruire di un prezzo calmierato (per esempio il valore nominale catastale), infatti il prezzo di vendita all’asta sarà quello del valore di mercato degli immobili stabilito dalla competente agenzia delle entrate. L’unica garanzia, si fa per dire, scritta prevista per gli assegnatari è la prelazione sul prezzo di aggiudicazione dell’asta. Gli assegnatari dovranno esercitare il diritto di acquisto entro, soli, trenta giorni dalla data di aggiudicazione all’asta.

Le case popolari saranno così vendute al migliore offerente. Il risultato sarà trasformare gli assegnatari, oggi relativamente sicuri e garantiti, in precari, visto che il loro alloggio sarà comprato da un privato che potrebbe a sua volta affittarlo a prezzi proibitivi (500-600 euro al mese per un mono o bilocale). Oppure saranno costretti ad indebitarsi per l’acquisto degli alloggi.

Il 16 ottobre 2014 la Conferenza unificata ha sancito l’intesa prevista dall’articolo 3, comma 1, del decreto-legge 47 del 2014 convertito dalla legge 80 del 2014, sullo schema di decreto recante la definizione delle procedure di alienazione degli immobili pubblici;
i sindacati degli inquilini hanno chiesto il ritiro del decreto ed hanno organizzato mobilitazioni ed assemblee in tutte le città. 

Può destare stupore che la Conferenza Unificata abbia dato il relativo consenso nella seduta del 16 ottobre, in quanto si viene ad intervenire su patrimoni di proprietà di Regioni e ed enti locali. Si stabilisce, infatti, che le nuove norme, in deroga alle precedenti disposizioni procedurali previste dalle leggi vigenti, si applichino “agli immobili di proprietà dei comuni, degli enti pubblici anche territoriali, nonché degli istituti autonomi case popolari (gli IACP) comunque denominati”. Lo Stato, quindi, interviene dettando norme e criteri di alienazione su immobili non suoi e sui quali Regioni e comuni esercitano una competenza esclusiva.

Riassumiamo lo stato della proposta uscita dalla Conferenza Unificata del 16 ottobre:

  • Gli organi di gestione presentano i piani di vendita (addirittura divengono operativi con il silenzio assenso della Regione); c’è una graduatoria di priorità (condomini misti, immobili fatiscenti) ma la procedura si applica a tutto il patrimonio, senza salvaguardie; gli immobili fatiscenti o i cui costi di manutenzione sono “dichiarati” insostenibili possono essere ceduti in blocco; la tutela per gli assegnatari è il diritto di prelazione sulla base del prezzo di aggiudicazione dell’asta.

  • Il decreto demanda agli Istituti e alle Regioni l’individuazione di eventuali ulteriori forme di tutela che, comunque, vista l’attuale situazione deficitaria in materia di offerta di alloggi pubblici, non potrà essere quella dell’assegnazione di un alloggio alternativo.

Qual è il giro di affari potenziale di questa manovra? Malgrado l’edilizia residenziale pubblica sia lasciata al degrado e rappresenti sempre più un settore marginale dell’intervento pubblico, il suo valore rappresenta un “tesoro nascosto” e l’interesse a smobilizzarlo può essere alto.

Le case popolari gestite dagli Istituti o Aziende regionali sono poco più di 800 mila. Aggiungendo ad esse quelle di proprietà dei comuni e degli altri enti territoriali possiamo parlare di circa 1 milione di immobili. Il prezzo medio di vendita di un alloggio ERP nel 2011 è stato di 39.144 euro. Secondo Federcasa, il valore di mercato si aggira intorno ai 70/80 mila euro ad alloggio, per un totale quindi di 70/80 miliardi.

In ogni caso per lo stato questa cifra non riveste nessun significato strategico, infatti non è nulla se pensiamo che 80 miliardi è la spesa per gli interessi sul debito che l’Italia paga annualmente agli speculatori internazionali e che 80 miliardi è la cifra annuale che dal 2015 per anni dovremo trovare, in aggiunta agli interessi sul debito, per debellare il deficit statale e rientrare nei criteri rigoristi impostoci dalla troika comunitaria.

Perché c’è chi ha soldi da investire? Perché esistono immensi capitali derivanti sia da pratiche illecite accumulati dalla malavita organizzata sia dagli speculatori finanziari che speculando sul debito pubblico hanno accumulato tanti capitali che non sanno più dove investirli. Questi soggetti guardano con interesse ai beni comuni (l’acqua, i servizi, la sanità) e ai beni pubblici (case, monumenti, caserme). E’ una conseguenza dell’attuale iniquo sistema finanziario, che toglie soldi ai poveri e consente a pochi ricchi e disonesti di accumulare ricchezze enormi che devono trovare terreni di investimento.

Ma quale porzione degli assegnatari potrebbe riuscire ad acquistare l’alloggio in cui risiede, sulla base di una dismissione che parta dal prezzo di mercato? Ai prezzi con cui il patrimonio è stato finora messo in vendita (circa il 50% in meno del valore di mercato) hanno acquistato una percentuale che oscilla tra il 20 e il 25%. Si parla di vendere all’asta con priorità nei condomini misti. Essi esistono, però, in quanto già gli Istituti o i comuni hanno messo in vendita i palazzi che solo una parte dei residenti ha comprato. Come è pensabile che possano comprare oggi all’asta quando prima della crisi non hanno potuto acquistare l’alloggio a un prezzo molto inferiore?

Si calcola, restando ottimisti e non considerando l’avanzare della crisi economica, che dell’intera popolazione residente oggi nell’edilizia residenziale pubblica, non più del 10 – 15%, potrebbe affrontare l’acquisto all’asta o esercitare il previsto diritto di prelazione sulla base del prezzo di aggiudicazione. In pratica, si realizzerebbe il paradosso che potrebbero acquistare la casa popolare solo coloro che possiedono un reddito superiore alla decadenza (quelli che dovrebbero essere accompagnati verso il social housing, rimettendo l’alloggio nel circuito dell’affitto sociale).

In definitiva applicando il decreto Lupi si sommerebbero tre effetti negativi:

  • rischi speculativi molto alti (specialmente nel caso delle aste di interi fabbricati);

  • conseguenze sociali devastanti (se gli immobili abitati passano a terzi, lo sfratto degli abitanti è la logica conseguenza);

  • dissesto del comparto ERP, di fatto trasformato, più di quanto sia ora, in “bad company”, perché sarà concretamente mantenuto il patrimonio più degradato e senza interesse da parte del mercato.

Tre ragioni, ognuna di per sé valida, per affermare che sarebbe saggio ritirare un progetto che è al tempo stesso socialmente iniquo e senza prospettiva per il settore dell’edilizia residenziale pubblica.

Eppure, una strada alternativa sarebbe percorribile. Tre sono le mosse per renderla praticabile:

  • ritirare i processi di dismissione che mettono a rischio la coesione sociale,

  • investire sul recupero e riuso ai fini della residenza sociale del già costruito,

  • finanziare questa operazione cominciando a tagliare finalmente le unghie alla rendita immobiliare parassitaria.

In ogni caso la regione Campania in previsione del prossimo incontro della Conferenza Unificata sotto la spinta degli inquilini e dei loro sindacati ha chiesto il ritiro del Decreto, impegnando la giunta «ad assumere ogni iniziativa utile nei confronti del Governo nazionale per ottenere il ritiro del decreto e la sua modifica al fine di eliminare la previsione di vendita all’asta del patrimonio pubblico.» e similmente ha preso posizione qualche altra regione.

Ora bisogna spingere perché altri enti si dichiarino contrari al decreto Lupi, anche a Bergamo bisogna mobilitarsi affinché anche il comune di Bergamo prenda posizione contro questo imbroglio e spinga sulla regione Lombardia.

E’ ora che gli inquilini delle case popolari di Bergamo si facciano sentire con le loro voci sotto le finestre dell’assessore competente. (Francesco Macario, 06.12.14, Bergamo-Monterosso)

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