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Partito della Rifondazione Comunista – Bergamo | October 17, 2017

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(11.11.14) I comuni dentro la crisi. Un contributo di “Sinistra per Caravaggio”

NON ESISTONO UOMINI DELLA PROVVIDENZA O “MOSSE” SALVIFICHE.

ESISTONO I POPOLI CHE FANNO LA STORIA, SE “SANNO DOVE VOGLIONO ANDARE”.

L’Amministrazione comunale ha approvato di recente un ulteriore aumento dell’addizionale IRPEF, del servizio di assistenza domiciliare, del trasporto alunni, un aumento complessivo della tassazione (TARI, TASI, IMU). Ha di fatto privatizzato il servizio pubblico Asilo nido. Lamenta ristrettezze economiche e finanziarie e impossibilità di spesa, imputate al taglio di trasferimenti di risorse dallo Stato e al Patto di Stabilità. Mentre per la crisi diminuiscono gli incassi da oneri di urbanizzazione e costruzione, il Comune cerca di recuperare soldi vendendo il patrimonio. Non finirà qui. Certo in capo agli amministratori locali ricade la responsabilità delle loro scelte.

E’ però questa la condizione lamentata dalla generalità dei comuni, che viene giustificata con la necessità di contenere il debito dello Stato. Ma occorre saper vedere anche al di là di quello che appare.

Questo stato di cose risponde in realtà a un preciso disegno: 1) Svuotare i comuni del loro compito e capacità di offrire servizi pubblici ai cittadini. Costringere i comuni a privatizzarli  e a metterli sul mercato. Costringerli, con l’austerità e in nome del debito, a svendere, per finanziarsi, territorio e servizi, immobili, partecipazioni in società di gestione di servizi pubblici.  2) Svuotarli di funzioni, renderli inutili, distruggerne il ruolo di luogo primario della partecipazione democratica, il più vicino al cittadino.

La Deutsche Bank calcola in 500 miliardi di Euro il valore complessivo di codesto patrimonio pubblico. Esso è a disposizione del grande capitale finanziario internazionale; è pronto per gli investimenti dei mercati finanziari, inondati in questi anni di denaro, a costo zero o quasi, dalle Banche centrali degli Stati (americana, giapponese, inglese).

Questa spoliazione dei comuni continuerà. Un esempio. Lo “sblocca Italia” e la “Legge di stabilità” di Renzi, oltre a prevedere ulteriori tagli agli enti locali, costringe alla fusione le società partecipate dai comuni che gestiscono servizi pubblici locali (rifiuti, trasporti, acqua). Le costringe alla quotazione in borsa. Costringe i comuni  a vendere ai privati le azioni di loro proprietà. Li ricatta con il permesso di usare nei bilanci i proventi della vendita volontaria delle azioni, sottraendo queste entrate ai vincoli del Patto di stabilità. E al contrario penalizza  i comuni che li vogliono gestire in proprio. Gli obiettivi sono chiari: la valorizzazione finanziaria e la privatizzazione di beni comuni e aziende pubbliche,  con conseguente aumento dei costi e peggiore qualità del servizio per l’utente, come esperienza insegna; l’annichilimento dei comuni;  il tentativo di metterli in difficoltà economiche crescenti nello svolgimento delle loro funzioni per costringerli a regalare il loro patrimonio e i servizi che gestiscono ( di sicuro e stabile rendimento)  alle disponibilità di investimento del capitale e della speculazione finanziaria.  Oltre a contenere il salario e precarizzare il lavoro, come è nei programmi del governo, si vuole  tagliare la spesa sociale (sanità, assistenza, istruzione, casa),  privatizzare i servizi e svendere il patrimonio per offrire al capitalismo neoliberista, in difficoltà nel fare profitti, nuove occasioni di guadagno, togliendo spazio al pubblico.

Si dice: “ lo esige il Patto di stabilità; servono austerità e sacrifici per sanare il debito; bisogna tagliare la spesa pubblica”.

In realtà il debito non è il frutto di un eccesso di spesa sociale da rimediare con l’austerità, i sacrifici e il taglio della spesa pubblica, che peraltro aggravano la crisi. Non abbiamo vissuto sopra i nostri mezzi, sperperando denaro. L’enorme debito pubblico è il prodotto della speculazione della finanza privata. Prima del 1981 non esisteva. Il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia concordavano  il tasso di interesse dei  titoli di stato da emettere per finanziare la spesa pubblica, che era sempre inferiore al tasso di inflazione. La Banca d’Italia ritirava i titoli invenduti. Si evitava così la speculazione; e il debito, crescendo meno dell’inflazione, tendeva a sgonfiarsi da solo. Nel 1981 il ministro Andreatta (governo Craxi) propose a Ciampi, governatore di BankItalia, che accettò, l’indipendenza della Banca Centrale. Le conseguenze ovvie della separazione furono le seguenti. La Banca d’Italia non fu più obbligata a ritirare i titoli invenduti. Il prezzo dei titoli di stato in vendita, e quindi i tassi di interesse, non vennero più fissati dallo Stato, ma dalla maggiore o minore richiesta dei compratori (finanza speculativa e banche). Va da sé che i tassi di interesse imposti dai compratori a libero mercato risultarono sempre superiori al tasso di inflazione. Il debito cominciò allora a gonfiarsi fino a raggiungere oggi oltre il 130% del PIL, più di 2.000 miliardi di Euro. In questo modo lo Stato ha ceduto la sua sovranità monetaria alle banche private e agli speculatori. Dal 1981 al 2007 ha pagato interessi medi sui titoli del 4,2% in più del tasso di inflazione. Nello stesso periodo,  invece di usarli per i propri cittadini, ha regalato alla speculazione almeno 780 miliardi di Euro,  pari a più della metà del debito pubblico accumulato. E oggi, per il divieto di attingere risorse presso la Banca Centrale Europea (BCE) ,  al tasso di interesse concesso a qualsiasi banca, è costretto a  reperirle sul mercato, regalando alla speculazione 75 miliardi di Euro di interesse all’anno.

Dunque il debito pubblico è prodotto da una vera e propria truffa legalizzata, cominciata con la lira, continuata con l’Euro e la BCE, che presta denaro a bassissimo prezzo non agli Stati, come dovrebbe essere nella logica dell’interesse pubblico, ma alle banche che poi li usano per speculare sul debito degli Stati.

Così pure, non è affatto vero che la spesa pubblica sia la causa del deficit e del debito. Infatti, escludendo la spesa per interessi sul debito, dal 1992 il bilancio dello stato è in attivo, la spesa pubblica (ruberie comprese) è inferiore alle entrate prelevate con le tasse e i tributi. Lo stato spende meno di quanto incassa. Vediamo perché. E’ accaduto nel 1992 che il governo Amato, usando lo spauracchio del debito, concordò l’abolizione della Scala mobile. Portò la Lira fuori dallo SME; la svalutò del 20-25%, facendo pagare la svalutazione ai salari non più difesi dalla scala mobile. Iniziò la serie di stangate “lacrime e sangue”, fatte di aumenti di tasse e tariffe e di tagli ai servizi pubblici e alle prestazioni sociali. Modificò il sistema di calcolo delle pensioni, riducendo  il tasso di copertura delle pensioni in rapporto ai salari. Con l’accordo sulla concertazione del ’93, inchiodò per sempre le richieste salariali all’inflazione programmata, più bassa di quella reale. Nel 1994 il governo Dini riformò le pensioni e, introducendo il sistema contributivo nel calcolo, pose le basi per le future pensioni da fame. Il risultato di tutto questo fu una pesantissima riduzione della spesa sociale e quindi della spesa pubblica. Di conseguenza si formò e consolidò nei bilanci dello Stato  un enorme avanzo, al netto degli interessi sul debito, di decine e decine di miliardi, mentre il deficit continuò a prodursi ogni anno unicamente per gli interessi usurai pagati dallo Stato. Questo avanzo non è stato usato per alimentare la domanda interna e quindi aiutare l’ economia. E’ servito anch’esso per finanziare la speculazione. Il trasferimento di soldi dalle tasche dei cittadini agli speculatori è proseguito e aumentato, senza che il debito si gonfiasse ulteriormente, sotto controllo, ma abbastanza grande per servire da spauracchio utilizzabile per giustificare il contenimento della spesa pubblica.

Si può uscire da questa situazione? Si può e il “come” sarà oggetto di un’altra riflessione. E’ preliminare invece “decolonizzare i cervelli”, non lasciarsi intimorire e paralizzare dallo spauracchio del debito, capire perché e come, e per iniziativa e responsabilità di chi, si è arrivati fin qui. Occorre capire e convincersi che i dettati del capitalismo neoliberista, che ispirano il governo dell’economia (e cioè la mano libera sulla prestazione di lavoro, la libera concorrenza e il libero mercato, senza regole), non sono  un dato di natura, non sono immodificabili.  Sono l’armamentario ideologico che orienta la guerra contro i popoli, condotta dai pochi che controllano e dirigono l’economia globale in nome dell’ interesse proprio e del capitale internazionale (imprese multinazionali, istituti finanziari, banche e finanza speculativa internazionali, personale politico e burocrati al loro servizio). Sono la stessa ideologia e gli stessi principi che fondano questa Europa neoliberista, costruita dai Governi nazionali, alla quale i Parlamenti hanno ceduto il potere di decisione in materia economica. Sono alla base dei Trattati che la fondano (Maastricht, Lisbona), del Fiscal compact e del Pareggio di bilancio che lo traduce nella Costituzione, che succhieranno agli italiani  per i prossimi 20 anni 50 miliardi di Euro all’anno in tasse, tagli dei servizi, svendita di patrimonio pubblico ed eternizzeranno l’austerità. Questi Trattati e provvedimenti sono stati votati da Centrodestra e Centrosinistra,  Centristi e Lega ( PdL, PD,Forza Italia, Lega, UdC, Nuovo Centro Destra, Fratelli d’Italia, Scelta Civica, IdV…). Tutti ne condividono gli indirizzi neoliberisti. Tutti quanti hanno costruito questa Europa non dei popoli, ma del capitalismo neoliberista.

Occorre capire come e perché si è arrivati qui, cominciando dal 1981, da quando, con la separazione della Banca d’Italia dal Ministero del Tesoro, si iniziò l’applicazione delle dottrine neoliberiste in Italia , proseguendo con le stangate di Amato, i Trattati europei….(Il primo paese a sperimentarle fu il Cile di Pinochet alla fine degli anni 70). Sapendo che il problema non è “Europa sì o no”, “euro sì o no”, ma è : “liberismo sì o no”, in Italia come in Europa.

Intanto USA ed Europa stanno negoziando, in tutta segretezza, un Trattato di Libero Scambio (TTIP) che abolisca i dazi doganali e uniformi i rispettivi regolamenti nazionali per eliminare ogni ostacolo alla libera circolazione delle merci, alla libertà di investimento e di gestione dei servizi, per creare un unico mercato che vale il 45% del PIL mondiale. La trattativa riguarda tutti gli aspetti e i campi della vita, esclusi, per ora, i prodotti culturali e audiovisivi. Ogni impresa potrà ricorrere a un apposito Tribunale Internazionale privato per verificare se una legge statale o regionale, o un regolamento comunale limitano la libertà di commercio e di investimento con conseguenti multe pesantissime e obbligo di modifica delle norme per gli enti pubblici portati in tribunale. Non porterà crescita economica, né dell’occupazione e dei redditi. La concorrenza al ribasso sui costi determinerà infatti una riduzione complessiva del PIL e dei posti di lavoro e un livellamento al ribasso delle regole e delle tutele dei cittadini (ad es. la scomparsa delle tutele del lavoro, leggasi contratti o Statuto dei lavoratori, per altro già in corso; la scomparsa dei prodotti DOC come i vini o il parmigiano reggiano, ecc…). Favorirà l’economia più forte (gli USA) e affosserà le economie più deboli in Europa. Servirà a creare nuove gerarchie e nuove aree di influenza e di egemonia economica e commerciale. Schiererà e subordinerà l’Europa agli USA: una NATO economica. Metterà in discussione salute e ambiente, diritti del lavoro, democrazia. Un popolo non avrà più infatti il potere di decidere le proprie leggi. I Parlamenti potranno legiferare solo rispettando i principi della libera concorrenza nel commercio e negli investimenti. Verrà dunque messo in discussione il cardine della democrazia moderna, acquisito con la Rivoluzione francese dalla borghesia in ascesa, secondo cui i popoli sono sovrani. Metterà davanti ai diritti dell’umanità il diritto dell’impresa a fare profitti ; avremo la certezza della guerra commerciale e i germi della guerra guerreggiata. E allora il cerchio si chiuderebbe ancora una volta.

La responsabilità e la ragione vera dell’aumento delle tasse locali, dell’assalto ai bilanci e ai patrimoni dei comuni, dell’erosione scientificamente condotta al ruolo dell’ente locale forse, senza forse, stanno qui: nella fame insaziabile del capitalismo neoliberista, condiviso anche da quasi tutte le forze politiche. Questo  al netto dell’operazione di colpevolizzazione gestita  da media e politici, imbevuti convintamente di questa ideologia, che agitano quotidianamente  i fantasmi del debito e della spesa pubblica, del presunto egoismo delle vecchie generazioni rispetto ai giovani, dei diritti da eliminare per non estenderli a tutti, dei servizi da comprare perché i soldi scarseggiano.

Ai cittadini e agli eletti ad amministrare la responsabilità e il compito di strappare le maschere, produrre consapevolezza per poi cambiare direzione agli eventi.

Sinistra per Caravaggio

Novembre 2014

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