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Partito della Rifondazione Comunista – Bergamo | November 25, 2017

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(23-24.11.13) Bergamo. IX Congresso Prc. Relazione del segretario uscente

* Relazione al IX congresso provinciale della federazione di Bergamo del Partito della Rifondazione Comunista

di Francesco Macario, segretario provinciale uscente

 

Compagni e compagne apriamo questo congresso in un difficile momento per il nostro paese e non solo.

In questa fase, contrassegnata da una gigantesca crisi capitalistica, siamo impegnati a ripensare e rilanciare il senso e il progetto della Rifondazione Comunista.

Siamo consapevoli sia della nostra debolezza sia delle nostre ragioni. Ma è il radicamento e il tessuto militante ancora animato da passione e da generosità che ci dà il senso della forza delle nostre ragioni, nessuna forza politica della sinistra si avvicina, neanche lontanamente, al radicamento e ai livelli di militanza che il PRC ancora esprime in Italia e nella nostra provincia.

Oggi la federazione bergamasca di Rifondazione Comunista si presenta a questo congresso con 22 circoli territoriali distribuiti su tutto il territorio provinciale, dalla Val di Scalve e Treviglio, da Covo alla Val Brembana. La platea congressuale è di 424 compagni iscritti al partito. Con un consistente e attivo gruppo di Giovani Comunisti e seppur falcidiata rispetto al passato dalle riforme bipolari e maggioritarie con un discreto numero di figure istituzionali.

Al congresso partecipano 43 delegati eletti dai circoli (1 ogni 10 iscritti), 34 della prima mozione, 4 della seconda mozione e 5 della terza mozione. Tra i delegati le donne sono il 33% e i Giovani Comunisti il 30%.

Inizierei questo mio intervento col costatare che le nostre ragioni, quelle dei comunisti oggi si basano su una contraddizione evidente e fortissima esistente tra le politiche fondate sull’austerità, che stanno smontando pezzo per pezzo il sistema di diritti e del welfare in particolare in Europa, e le condizioni potenziali (pensiamo allo sviluppo della scienza, della tecnica, della produttività, del lavoro) che consentirebbero (ferma restando la compatibilità ambientale) per la prima volta all’umanità di affrontare positivamente i principali problemi di tutte e di tutti. Questa crisi non è infatti legata alla scarsità di risorse, bensì alla loro distribuzione.

Infatti invece di procedere verso una migliore giustizia sociale si stanno affermano politiche di austerità che aumentano le differenze sociali. Ciò avviene perché la crisi non è un incidente di percorso, ma è il frutto del totale dispiegarsi della vittoria del capitale su scala globale. La crisi non è infatti che il manifestarsi del carattere regressivo insito nei rapporti sociali capitalistici.

La globalizzazione neo-liberista (ovvero l’enorme processo di finanziarizzazione dell’economia, realizzato attraverso una crescita imperiosa del capitale finanziario) ha rappresentato la reazione capitalistica al ciclo di lotte del movimento operaio degli anni ’60 e ’70. Attraverso questa rivoluzione restauratrice, vi è stata la piena ripresa del comando da parte del capitale sulla forza lavoro. Con questa rivoluzione restauratrice è stato rovesciato il sistema scaturito dalla crisi del ’29 e dopo la seconda guerra mondiale, che prevedeva esplicitamente di impedire che la mera logica del mercato producesse una competizione esasperata, guerre e crescita brutale delle disuguaglianze tra ricchi e poveri.

L’origine della crisi sta nella vittoria del capitale nel corso degli ultimi decenni: c’è stato una crescita della massa salariale ben più lenta della capacità produttiva (a vantaggio della crescita della rendita finanziaria) e quindi una vera e propria contrazione dei consumi nei paesi avanzati.

La speculazione finanziaria e il credito al consumo – prima risposta data al problema – hanno creato un sistema instabile attraverso la produzione di bolle speculative: da qui l’innescarsi della crisi iniziata alla fine dello scorso decennio. Complessivamente la risposta alla crisi ha determinato l’aumento della concorrenza internazionale tra paesi e tra mercati, perseguita attraverso un’accentuazione delle stesse politiche che hanno causato la crisi.

Una crisi quindi non di scarsità, ma tipicamente di sovra produzione rispetto alla capacità di assorbimento dei beni prodotti dei mercati e in particolare dei ceti popolari, sottoposti a contrazione dei propri redditi, e posti nell’impossibilità di aumentare i consumi anzi nella necessità di ridurli.

Una crisi che nel nostro paese avrà, secondo i dati di un recente studio realizzato dall’Ufficio economico della Cgil, conseguenze durature. L’Italia ci impiegherà 13 anni per ritornare al livello del Pil del 2007 e ci vorranno ben 63 anni circa per ritrovare lo stesso livello occupazionale. Ammesso che ci si possa tornare.

Una crisi dei consumi che si somma alla crisi politica del dominio unipolare degli Stati Uniti e all’emersione di un mondo multipolare. Ed è per questo che assistiamo sul piano internazionale a politiche di potenza e a tendenze alla guerra sempre più accentuate (magari mascherate da guerre umanitarie – vedi l’ultimo conflitto Libico), non solo da parte degli Stati Uniti. La tendenze bellicista attraversa ormai anche i principali paesi europei compreso il nostro. La guerra già due volte è stata la modalità, con i due massacri mondiali, con cui il capitale è uscito dalle precedenti crisi di sovra produzione e questa rimane un’opzione ancora possibile.

L’Unione Europea, nel contesto della crisi, ha scelto di trasformare la crisi della speculazione finanziaria in una crisi dei debiti pubblici. Questa scelta ha permesso di costruire un’offensiva senza precedenti contro il movimento dei lavoratori, lo stato sociale, i beni comuni (tramite le privatizzazioni) e la democrazia e al contempo di operare il più rilevante trasferimento di risorse della storia dai ceti popolari a quelli oligarchici dominanti.

Ne è emersa un’Europa neoliberista a trazione tedesca. La scelta dell’Euro è stata sottovalutata anche da noi. In fin dei conti la Germania è entrata nell’era Euro con una sostanziale parità tra Marco e Euro mentre noi con una svalutazione della Lira sull’Euro del 50%. Cioè i concreto l’entrata nell’Euro è stata pagata sin dall’inizio in termini di potere d’acquisto dai ceti popolari che hanno visto sostanzialmente ridotta la loro capacità economica. Poi dalle imprese che non hanno più potuto godere della capacità dello stato nazionale di svalutare per riequilibrare la bilancia commerciale rafforzando le esportazioni. In seguito il combinato disposto tra le politiche monetariste e di rigore imposte ai singoli stati e la crisi di sovraproduzione globale ha generato una recessione e una crisi sociale devastante che è quella in cui noi viviamo.

Ai nostri occhi non esiste più alcun dubbio che l’Europa dell’euro e dell’austerità stia immiserendo i popoli più deboli. La politica di austerità imposta dai tedeschi tramite la BCE non è contingente. La politica di austerità è fissata dai rigidi trattati (sottoscritti ovviamente dal Parlamento italiano con l’adesione convinta del centrosinistra) del Fiscal Compact e del Two Pack. Questi trattati sono vincolanti e prevedono il rafforzamento della sorveglianza sulle politiche di bilancio degli stati europei: chi sgarrerà sulla strada dell’austerità e dell’abbattimento dello stato sociale verrà sanzionato.

Tuttavia non solo i premi Nobel dell’economia Joseph Stiglitz e Paul Krugman ma anche i ciechi comprendono che imporre l’austerità di bilancio in un periodo di recessione e di stagnazione non ha alcun senso; se non quello di rafforzare l’egemonia della Germania e dei paesi creditori del nord. La crisi viene fatta pagare ai più deboli e divide l’Europa. E infatti l’asimmetria tra i paesi forti e quelli meno competitivi dell’Europa continua a crescere come ormai anche Letta ammette pubblicamente.

Oggi è impossibile costruire politiche di fuoriuscita dalla crisi in Italia e in Europa senza mettere in discussione i trattati vigenti (Trattati di Maastricht, di Lisbona, costituzionale europeo), la Bce, il patto di stabilità e crescita, il fiscal compact.

Per questo noi comunisti avevamo ragione quando ci opponemmo a quei trattati, mentre sbagliavamo quando dichiarammo il nostro sostegno alla moneta unica, pensando che si potesse poi aprire un processo di democratizzazione dell’Ue.

Occorre oggi riconoscere il fallimento dell’Euro – la moneta unica nata per generare stabilità e sviluppo, ma che ha prodotto finora recessione e instabilità – rappresenta anche il fallimento del processo di unità europea per come si è svolto finora. Purtroppo euro, Unione Europea, sacrifici, austerità e autoritarismo costituiscono ormai quasi sinonimi per gran parte dell’opinione pubblica di destra e di sinistra. L’euro rappresenta infatti la principale e quasi unica “conquista” dell’Unione Europea. Questa UE non è riuscita – o meglio: non ha voluto – costruire una Europa sociale; non ha realizzato neppure una politica estera e una difesa comune. La politica di immigrazione extraeuropea è una politica repressiva di respingimenti.

Questa UE non è riuscita soprattutto a costruire una Europa con istituzioni democratiche; il Parlamento Europeo infatti, come noto, è scarsamente rappresentativo e praticamente non conta nulla visto che non può avviare iniziative di legge. Oggi in Europa chi decide veramente è la Commissione Europea che non è eletta ma è nominata su base intergovernativa.

La UE non è molto di più che l’Europa del mercato unico, della liberalizzazione dei capitali e dell’euro, cioè di un sistema di politica monetaria uguale e identico per 17 paesi molto diversi.

Ma ora non si tratta di rigettare l’idea di una Europa più unita, come sostengono le forze nazionalistiche e di della destra populista e fascista i nuovi “cento neri” che agitano la politica europea, ma di prendere atto che le politiche recessive ci stanno gradualmente massacrando sul piano sociale e che in questo contesto neo-coloniale di Unione Europea modellata dal rigorismo monetarista dalla Grande Germania, dalla Merkel e dai suoi predecessori (il socialista Gerhard Schroder), politiche riformistiche e di sviluppo sono praticamente impossibili. In questa fase l’unione politica è improponibile, a meno di non adottare in toto il modello tedesco di Unione Europea e di assoggettarsi semplicemente all’egemonia delle finanza tedesca.

Per questo oggi in tutta Europa i comunisti propongono la disobbedienza unilaterale ai trattati, con l’obiettivo di riguadagnare spazi di sovranità nazionale che permettano di modificare le politiche economiche e di costruire un’Europa più giusta e socialmente avanzata.

Invece oggi si assiste a una riduzione progressiva del ruolo dei parlamenti, a un attacco forsennato alle costituzioni democratiche nate dalla resistenza e di conseguenza a un’aggressione furibonda al sistema delle rappresentanze sociali a partire dai partiti e sindacati. Questo obiettivo è reso chiaro dalle parole del banchiere J.P. Morgan quando ha detto che in Europa bisogna farla finita con “le costituzioni di stampo sovietico”. La democrazia parlamentare sembra per i ceti dominati diventata un orpello ormai inutile e si pone al centro solo la questione della governabilità, ovviamente in senso liberista e monetarista, della società raggiunta anche tramite sistemi elettorali maggioritari e sostanzialmente sempre meno rappresentativi democraticamente. Insomma in Europa la democrazia così come l’abbiamo conosciuta dal dopo guerra ad oggi sembra sempre di più un lusso che i ceti dominanti non intendono più concedersi.

Ma oggi i dubbi sulla sopportabilità per tutti i paesi Ue delle politiche monetariste e del rigore attraversano anche la stessa BCE. Mario Draghi nel discorso al Forum della Suddeucht zeitung ha recentemente affermato che: “Più che di deflazione è più corretto parlare di prolungata bassa inflazione”. E con questa affermazione ha accentuato lo scontro con i tedeschi, che per bocca della Merkel chiudono addirittura sulla richiesta di riduzione delle esportazioni. Davanti a loro Draghi ha insistito molto sul concetto di inflazione bassa, anche perché, realisticamente parlando, ai suoi stessi occhi è l’unica arma da sfruttare in questo momento, per liberarsi dal piombo di una politica monetaria dominata dalle paure inflazionistiche della Germania.  In un altro passaggio Draghi ha sostenuto che anche se il taglio dei tassi operato recentemente dalla Bce ”ha provocato preoccupazione” in alcuni ambienti, ”abbiamo bisogno di una politica monetaria per 17 Stati, che è diversa da quella per un Paese solo”. Insomma, Draghi sta cercando di dare una unità di facciata all’Ue cavalcando la tigre monetarista, ma le speranze di affermare politiche diverse da quelle in corso sono nell’attuale contesto economico e politico risibili. Le politiche Europee sembrano ormai irriformabili dall’interno.

Le elezioni europee che si terranno tra qualche mese sono invece l’occasione di lancio di una nuova Internazionale Sociale, proprio per i caratteri della crisi l’Europa è un terreno di scontro chiaro: in alternativa ai socialdemocratici e ai popolari c’è la candidatura a presidente della Commissione di Alexis Tsipras, leader della greca Syriza.

In Italia le politiche neo-liberiste di questi decenni hanno aggravato le debolezze strutturali del nostro sistema economico e produttivo; hanno accentuato le disuguaglianze sociali e territoriali. Per questo, da noi la crisi economica è diventata crisi sociale, morale e politica.

Una crisi morale ben evidenziata da due dati recentemente emersi.

Il primo che dalle dichiarazioni del 2012 (e quindi relative al 2011), secondo un rapporto diffuso dal ministero dell’Economia, risulta che gli imprenditori hanno in media redditi più bassi dei dipendenti, di circa 200 euro.

Il secondo che riguarda gli stipendi dei manager pubblici italiani (la ricerca è aggiornata ai dati del 2011). Con uno stipendio medio di ben 650 mila dollari (circa 482 mila euro), i nostri senior manager pubblici sono i più pagati dell’area Ocse: oltre 250 mila dollari in più dei neozelandesi (secondi classificati con 397 mila) e quasi il triplo della media Ocse (232 mila). In Francia, un dirigente dello stesso livello guadagna in media 260 mila dollari, in Germania 231 mila, in Gran Bretagna 348 mila, negli Usa 275 mila dollari.

Credo che siano dati che si commentano da soli.

I fattori di fondo della crisi economica sono nel nostro paese strutturali: un’elevata e crescente disoccupazione; il crollo degli investimenti e della capacità produttiva, lo spostamento immane di ricchezza dal lavoro alla rendita e alla speculazione.

La morsa della crisi ha trasformato la vita degli italiani. Secondo il sondaggio della Doxa, 17,8 milioni di italiani vorrebbero modificare radicalmente la propria condizione e lasciarsi alle spalle la vita attuale. Sono aumentati di 3,3 milioni in un anno gli italiani che abbandonerebbero per sempre la propria routine. Il 37 per cento ha dovuto ridurre i consumi e comprare beni più economici, il 10 per cento esce meno di casa, il 9 per cento ha rinunciato alle vacanze e il 6 per cento usa meno l’auto preferendo i mezzi pubblici (che al contempo vengono tagliati dalle politiche di rigore o anche privatizzati come a Genova in questi giorni). Il 28 per cento degli intervistati tiene in considerazione chi vive in povertà e ha scoperto che in tempi di crisi ridurre lo spreco è un valore positivo. Sono soprattutto le giovani donne tra i 15 e i 40 anni, con figli e che vivono al sud e nelle isole ad aver subito gli effetti più duri della crisi economica.

Occorre inoltre prendere atto, come abbiamo già detto, che all’interno dell’attuale contesto europeo non è possibile avviare a livello nazionale quindi nemmeno in Italia nessuna vera politica di sviluppo sostenibile e di sinistra.

Tonino Perna scrive giustamente sul Manifesto dell’8 novembre che i governi nazionali prendono a pretesto l’Europa per attuare politiche economiche di destra. Ma è anche vero che la UE pretende effettivamente politiche di destra (vedi per esempio la famigerata lettera della BCE al governo italiano firmata da Mario Draghi e da Jean-Claude Trichet).

In Italia il governo Letta ha dimostrato, come il governo Monti in precedenza,di essere supino di fronte alla Merkel e alla UE ed è sostanzialmente eterodiretto. Ma neppure un ipotetico governo di sinistra potrebbe fare molto nel quadro di questa sistema a direzione tedesca.

La sinistra italiana dovrebbe svegliarsi dal suo torpore provinciale e dalle sue false certezze, dalle sue illusioni verso un’idea di Europa che, come il socialismo reale, nella realtà si dimostra opposta a quella che romanticamente sognava. Se la sinistra continuerà a rincorrere il centrosinistra e se non affronterà alla radice il problema dell’euro e della UE, lascerà alle destre, a Forza Italia, a Berlusconi e a Bossi, e anche a Beppe Grillo – che si proclama né di destra né di sinistra -, il monopolio della protesta crescente contro questa Europa guidata dalle banche tedesche, e verrà emarginata. Occorre una svolta.

Infatti in questo contesto Europeo e nazionale i governi Monti e Letta sono governi costituenti. Puntano ad un ridisegno complessivo dell’Italia, giustificato dall’emergenza economica e dal rispetto dei vincoli europei e basato sulla riduzione di democrazia, di welfare, sulla precarizzazione integrale del lavoro, sulle privatizzazioni e sui bassi salari.

Monti ha firmato il Fiscal Compact, introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione, manomesso l’articolo 18. Letta sta procedendo alla manomissione della Costituzione e ad un gigantesco piano di privatizzazioni. In sostanza sul piano economico e sociale le operazioni pesanti le ha fatte Monti: ha usato la paura per sfondare diritti del lavoro, pensioni, welfare. Letta prosegue e fa leva sulla rassicurazione per azioni di sfondamento sul piano costituzionale. La sua parte è demolire la Carta e introdurre il presidenzialismo. Nel paese è in corso un processo di costituzionalizzazione del neo-liberismo.

Di queste politiche sono responsabili i sostenitori delle larghe intese, Partito Democratico compreso. Il Pd non subisce questa rivoluzione conservatrice, ma ne è protagonista indiscusso. Con il bipolarismo hanno demolito la partecipazione, con il presidenzialismo gestiranno in forme plebiscitarie la crisi della politica.

Renzi, Cuperlo e anche Letta giurano che le larghe intese non si ripeteranno più. E’ possibile, ma una volta che avranno sfondato, riprenderanno il teatro nella forma del presidenzialismo. Renzi o Marina Berlusconi: lo scontro sarà anche feroce, ma le differenze sono insignificanti. Sono diversi sui diritti civili, ma pressoché uguali sulle questioni sociali ed economiche.

Il principale problema politico che abbiamo di fronte come sinistra è che nel nostro paese, a differenza che in altri, non si sia ancora manifestato sino ad ora un movimento politico che contesti globalmente questo attacco ai ceti popolari e alle loro condizioni di vita. Questo sia perché il pensiero neo-liberista si è fatto senso comune sia perché le posizioni dei sindacati confederali hanno contribuito a determinare una forte frammentarietà e una forte passivizzazione sociale. Certamente ha inciso il fatto che la scena politica, in questi vent’anni, sia stata occupata dallo scontro tra berlusconismo e antiberlusconismo e l’assenza di un conflitto sociale generale retroagisce negativamente sulle soggettività.

In questo contesto politico e sociale i Comunisti e le Comuniste devono lavorare per unificare i vari movimenti di lotta (No Tav, No Muos, lotte operaie e sociali, lotte contro gli sfratti, ecc.) in un grande movimento di opposizione al governo, all’Europa dei banchieri e al neoliberismo. I Comunisti e le Comuniste sono nati per unire non per dividere. Per unire le lavoratrici e i lavoratori, per unire le forze sociali e politiche antagoniste, per unire i movimenti. Dobbiamo, insomma, dare centralità al conflitto sociale.

A tal fine al centro della nostra proposta c’è il piano per il lavoro (presentato in una proposta di legge popolare) e per un’economia ambientale e sociale. Non esiste possibilità per il partito di uscire dalla condizione di emarginazione politica se non attraverso un duro e profondo lavoro di radicamento sociale del partito e di lavoro per la costruzione di un movimento di massa contro l’austerità.

Oggi il PRC propone in Italia sul piano politico la costituzione di un polo di sinistra autonomo e alternativo dal centrosinistra. Per far ciò è necessario avviare un processo fondativo di un soggetto politico unitario della sinistra di alternativa. Infatti, le frammentazioni e le divisioni della Sinistra italiana sono l’esito della radicale sconfitta sociale e politica degli ultimi decenni, ma anche dei nostri errori e limiti soggettivi. Ed è quindi pertanto indispensabile fare un salto di qualità che non ripercorra gli errori del passato. Il processo fondativo di un soggetto unitario della Sinistra deve darsi una piattaforma antiliberista che delinei l’uscita dalla crisi, e si deve connotare per l’autonomia e l’alterità rispetto al centrosinistra e con il riferimento in Europa al Partito della Sinistra Europea e del Gue.

I nostri interlocutori oggi sono, per capirci, l’arco di forze e di pratiche che va dal corteo del 12 ottobre, la “Via maestra”, a quello del 19 sul diritto all’abitare e contro la TAV, un percorso in cui si decida dal basso secondo il principio di “una testa un voto”. Infatti dobbiamo essere autocritici con noi stessi, le recenti esperienze della Federazione della Sinistra e di Rivoluzione Civile, coalizioni create in vitro con accordi di vertice, si sono rivelate due fallimenti. Anche perché molte delle forze di Rivoluzione Civile si sono trovate fuori dall’alleanza non per loro scelta, e questo ha pesato. Come certo ha pesato non aver messo al centro dei temi proposti la questione sociale.

Dobbiamo deciderci a non anteporre l’unità della sinistra alla sua collocazione. Ci abbiamo già provato, è sempre andata male. È successo con la Federazione: il Pdci voleva aggregarsi al Pd, e ci siamo spaccati. Tutte le scissioni del Prc sono avvenute su questo punto. Si può sbagliare, ma non si può ripetere sempre lo stesso errore.

Gli errori commessi vanno quindi compresi e vanno criticate le scelte sbagliate, ma questo non vuol dire lanciare una generico attacco a tutto campo al partito, mettendo tutto e tutti sullo stesso piano. In fin dei conti questi 22 anni hanno fatto si che il Prc fosse l’unico partito, che con i movimenti sociali, si è coerentemente e con forza opposto al neoliberismo nel nostro paese.

Dobbiamo capire gli errori commessi per non ripeterli, imparare dalla dura lezione della realtà e procedere col principio del “pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà”.

Dobbiamo lavorare per uscire dal leaderismo e per costruire veramente, per dirla ancora richiamando Gramsci, l’intellettuale collettivo dove ogni compagna e ogni compagno si senta nel suo agire quotidiano responsabile e dirigente.

Dobbiamo avviare un necessario rinnovamento del gruppo dirigente, anche a livello locale, attraverso la valorizzazione dei nostri e delle nostre giovani/e comunisti/e.

Dobbiamo insomma, coniugare elementi di continuità con elementi, anche profondi , di rinnovamento.

Dobbiamo migliorare la democrazia interna, utilizzando anche gli strumenti informatici per avviare forme di consultazione costanti del corpo militante del partito (veri e proprio referendum), al fine di coinvolgere pienamente, sulle principali scelte politiche, ogni iscritta e ogni iscritto.

Dobbiamo rilanciare il partito sociale, come metodo di lotta coerente con quanto affermiamo e che ci permetta di entrare in diretto contatto con le esigenze delle nostre classi.

Dobbiamo superare le correnti che in questi anni hanno cristallizzato le posizioni, a scapito della dialettica democratica. Ciò non vuol dire azzerare le sensibilità e diversità presenti al nostro interno, bensì significa farle interagire tra loro al fine di raggiungere sintesi in grado di rafforzare il nostro progetto comune, il nostro bene supremo, che porta il nome di Rifondazione Comunista.

Dobbiamo rilanciare l’autofinanziamento, il tesseramento e Liberazione informatica.

Dobbiamo rafforzare la nostra identità antifascista, antirazzista e internazionalista. Va rilanciata la lotta per la Pace e contro la guerra. Va superato, anche al nostro interno, il carattere monosessuato e sessista del partito aprendo una grande riflessione sulla differenza di genere. Troppo spesso anche il nostro partito riproduce al suo interno pratiche di stampo sessista che vanno assolutamente superate.

A Bergamo siamo impegnati nel sostegno alle lotte del lavoro, per la casa e ambientali.

In particolare nella lotta agli sfratti i nostri compagni e le nostre compagne, attraverso l’opera dell’Unione Inquilini che trova ospitalità presso la nostra sede, hanno condotto battaglie importanti per la difesa del diritto alla casa di molti e molte proletarie. Forte è anche il nostro sostegno e solidarietà alla lotta degli abitanti di Zingonia contro l’abbattimento delle torri.

Sul lavoro il partito, da quando è nato, ha solidarizzato e partecipato attivamente a molte lotte dei lavoratori e delle lavoratrici delle fabbriche in crisi. Questo impegno va intensificato anche attraverso la capacità di portare proposte concrete.

Sostenute le lotte ambientali contro la nuova autostrada Bergamo/Treviglio, la Brebemi, la Pedemontana, la Tav, le discariche di amianto, ecc. Ciò che è successo in Sardegna deve farci capire che le compatibilità ambientali non sono una moda culturale, ma un tema fondamentale della battaglia politica.

Siamo al centro della lotta contro i grandi centri commerciali. In questo senso il blocco definitivo della realizzazione del centro commerciale di Quintano è una vittoria ascrivibile all’impegno dei nostri compagni e delle nostre compagne del circolo della Valle Calepio. La lotta contro i nuovi centri commerciali non è solo una lotta di carattere ambientale ma anche lavorativo: noi solidarizziamo con i lavoratori e le lavoratrici del commercio per la riduzione drastica delle domeniche d’apertura.

Nel 2014 si terranno elezioni amministrative che coinvolgeranno la città di Bergamo e importanti comuni come Seriate, Dalmine, Albino, Romano di Lombardia, Lovere.

In città e nei comuni sopra i 15.000 abitanti il partito presenterà una propria lista o una lista di movimento, che, se ci saranno le condizioni politiche e programmatiche si confronterà con il centrosinistra al fine di costruire un’alternativa al centrodestra e alla Lega che permangono le forze culturalmente e politicamente dominanti nella bergamasca. In città, in questo senso, sono già state avviati confronti con le altre forze. Se ciò non sarà possibile si lavorerà per costruire aggregazioni di Sinistra alternativa.

Nei comuni sotto i 15.000 abitanti, il partito, dove è presente opererà prioritariamente per costruire liste unitarie.

Sia comunque chiaro sul piano politico generale per noi oggi è prioritario una nuova sinistra fuori dal centrosinistra rafforzando Rifondazione Comunista a partire dal lavoro sui temi sociali e dall’esperienza del partito sociale.

Questo non vuol dire che non discuteremo mai più con il Pd. Syriza oggi sfida il Pasok, e se il PRC avesse il 30% e il Pd il 10%, sfideremmo il Pd. Ma in Italia il 20% ce l’ha Grillo e non la sinistra.

Per questo è necessario tornare più costantemente tra le lavoratrici e i lavoratori, tornare davanti alle fabbriche e nei luoghi diffusi del mondo precario e della sofferenza sociale. Dobbiamo insomma, essere in grado di rappresentare per i lavoratori e le lavoratrici, per gli ultimi un’alternativa credibile, con proposte in grado di rispondere concretamente ai loro bisogni, facendo crescere inoltre nelle stesse e negli stessi la coscienza di classe.

Mai come oggi si avvera il monito della compagna Rosa Luxemburg: “O Socialismo o barbarie”. Per questo la nostra deve essere anche una battaglia per l’egemonia, per riconquistare nei territori e nei luoghi di lavoro le casematte, per riconquistare ad un’idea di trasformazione le teste delle classi popolari. Per far capire cioè con le lotte concrete per il lavoro, per la casa, per i diritti, che ogni vittoria anche di una sola lavoratrice e di un solo lavoratore e un primo passo sulla via della trasformazione dell’intera società.

Noi ci battiamo per una società più giusta in cui vengano anche superate le discriminazioni sessuali, contro gli stranieri, le minoranze etniche e religiose. Concetti scritti su molte carte ma mai sostanziati nella realtà e oggi messi in discussione dal permanere di concezioni patriarcali della società e dalla violenta ripresa di movimenti razzisti e xenofobi.

Un altro mondo possibile gridavamo a Genova nel 2001: un altro mondo dove non tutto è ridotto a merce; un altro mondo dove la socialità, le relazioni umane, la felicità sono i paradigmi su cui ognuno realizza i propri progetti di vita. Un altro mondo dove venga meno lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna.

Un altro mondo che noi chiamiamo ancora Comunismo.

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