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Partito della Rifondazione Comunista – Bergamo | October 21, 2017

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IX CONGRESSO RIFONDAZIONE COMUNISTA: INTERVISTA A PAOLO FERRERO

Il IX congresso del Partito della Rifondazione Comunista sta per entrare nel vivo e Paolo Ferrero, tra i sostenitori del documento n. 1 “Ricostruire la Sinistra”, accetta di rispondere a questa intervista realizzata da Matteo Melis della redazione del sito: http://www.rifondazionesavona.it che ripubblichiamo ringraziando i compagni di Savona.

Quello che Rifondazione sta per affrontare è un congresso straordinario. Tu cosa ti aspetti dal IX congresso del PRC? Quali saranno i nodi più importanti da sciogliere? Il risultato è così scontato come sembra?

Il punto fondamentale del congresso a me pare chiaro: come ridare piena efficacia all’azione di Rifondazione Comunista nel contesto della crisi economica, sociale ed istituzionale? Al fine di dare una risposta positiva a questa domanda di fondo il Documento 1 propone tre terreni prioritari di iniziativa.

In primo luogo rilanciare il Partito della Rifondazione Comunista e la prospettiva della rifondazione comunista. Si tratta quindi di riproporre il tema della trasformazione sociale radicale a partire dall’impossibilità per il capitale di affrontare la crisi in termini riformisti e nel contempo si tratta di riformare il partito al fine di renderlo più efficace per affrontare questo compito. Nel documento vi sono varie proposte che qui non riprendo.

In secondo luogo si tratta di costruire un polo della sinistra autonomo ed alternativo al centro destra e al centro sinistra. Per fare questo polo non basta rilanciare Rifondazione ma è necessario aggregare tutte le forze – culturali, sociali e politiche – che si pongono il tema dell’alternativa in termini che fuoriescono completamente dall’alternanza. Questa proposta si basa sulla consapevolezza che larga parte delle persone di sinistra non fanno oggi parte di rifondazione e che quindi è necessario essere promotori di un processo di aggregazione. Questa consapevolezza non è presente nel documento 2 ed in particolare nel Doc. 3 e questo è un grave errore.

In terzo luogo occorre operare per costruire un movimento di massa per la democrazia e contro le politiche di austerità. Vi sono positivi elementi di ripresa (pensiamo alle manifestazioni del 12 e del 19) ma non esiste un movimento unitario. Noi operiamo quindi per l’unificazione dei diversi movimenti e per la loro sedimentazione in strutture sul territorio.

Questi tre elementi su cui rilanciare il progetto politico di Rifondazione sono tra loro intrecciate e per uscire dalla sconfitta occorre perseguirle tutte e tre. Parimenti è del tutto evidente che per poter agire efficacemente su questi tre terreni, occorre avere una chiarezza estrema su almeno tre questioni.

In primo luogo servono obiettivi intermedi, che siano percepibili non solo come auspicabili ma anche come possibili da vasti strati popolari. E’ questa la funzione del Piano per il lavoro e della battaglia per la difesa e l’attuazione della Costituzione che rappresentano il cuore della proposta politica di fase del Documento 1. Senza obiettivi intermedi percepiti come praticabili le nostre parole d’ordine sono destinate a trasformarsi in pura propaganda parolaia incapace di interagire concretamente nella situazione data. In tutta franchezza mi pare che questa sia la condizione dei documenti 2 e 3: grandi frasi scarlatte – per citare Gramsci – incapaci di tradursi in “bandiere piantate nella testa della gente”, per citare Engels.

In secondo luogo occorre avere un ragionamento compiuto per quanto riguarda l’Europa, che rappresenta il principio sovraordinatore e legittimante le politiche di austerità. Noi proponiamo la disobbedienza ai trattati e quindi una strada che veda la ripresa di sovranità popolare a livello di stati nazionali, che costituiscono oggi l’unico livello a cui esiste una forma democratica di partecipazione. Non si tratta di rinchiudersi nell’orticello nazionale ma di scardinare questa Unione Europea che è tutt’uno con le politiche neoliberiste e di austerità. Per costruire l’Europa dei popoli è necessario scardinare in radice l’Europa di Maastricht e di Lisbona.

In terzo luogo serve una prospettiva e relazioni a livello europeo: centrale è nel Documento 1 il rafforzamento e la valorizzazione della Sinistra Europea. A differenza degli altri due documenti diamo un giudizio estremamente positivo della Sinistra Europea e riteniamo necessario agire il complesso degli obiettivi intermedi – dal piano del lavoro, alla difesa e rilancio della Costituzione, alla disobbedienza ai trattati – in relazione con le altre forze dell’alternativa in Europa.

Al Comitato Politico Nazionale convocato a seguito della sconfitta della lista “Rivoluzione Civile” si era parlato di “congresso lungo”, di “straordinario congresso”. Come giudichi questo percorso?

Ritengo che sia stato utile evitare di fare il congresso subito a ridosso della sconfitta elettorale di Rivoluzione Civile. Sarebbe stato un congresso di autoflagellazione in cui la sconfitta elettorale sarebbe stata assolutizzata con effetti dirompenti per il nostro progetto politico. A distanza di alcuni mesi siamo in grado di fare una valutazione più oggettiva della situazione: si vede chiaramente come il progetto di Grillo pur mantenendo un notevolissimo consenso non sia in grado di dare risposte alla crisi, si vede chiaramente il fallimento del progetto del PD. Parimenti risulta evidente come il progetto politico di SEL – nonostante la grande rendita di posizione data dalla presenza in parlamento ottenuta attraverso l’apparentamento con il PD – sia in crisi: Fare la sinistra di Renzi non è una gran prospettiva politica.

Parallelamente assistiamo ad una certa ripresa di mobilitazione sociale che ci parla di una possibilità e di una situazione non pacificata. In altri termini io penso che la partita è tutt’altro che finita, ma che anzi la situazione si modifica rapidissimamente e che la sconfitta elettorale di Rivoluzione Civile non è impedente il rilancio del nostro progetto politico. Questo si vede meglio oggi che non a ridosso delle elezioni.

Detto questo è del tutto evidente che il percorso che abbiamo messo in piedi in questi mesi è stato del tutto al di sotto delle necessità. Anche per carenze oggettive – penso alla mancanza di Liberazione cartacea – i momenti di discussione seminariali (sui 5 stelle, sulla crisi, sulla composizione sociale del paese, sulla crisi istituzionale) sono rimasti confinati tra i partecipanti agli stessi e non hanno aperto una sufficiente discussione nel partito. D’altra parte abbiamo invece fatto esperienze molto positive, come le assemblee dei segretari di circolo, che rappresentano un modello di partecipazione e di coinvolgimento del partito che deve diventare il modo normale di funzionare per praticare l’autoriforma del partito.

Abbiamo quindi fatto bene a non fare il congresso subito ma abbiamo utilizzato in modo insufficiente questi mesi al fine di dar vita a un vero processo di discussione allargata. Questo ci rimanda anche alla necessità di dotarci – come previsto nel documento – di strumenti di discussione e comunicazione interna efficaci pur in assenza del giornale cartaceo.

In molti settori del Partito forte è la critica al gruppo dirigente. Come ti poni rispetto alle richieste di dimissioni dello stesso? Le condividi?

La critica al gruppo dirigente è molto diffusa. Quando c’è una critica innanzitutto va ascoltata, cosa che ho fatto in questi mesi, cercando di ascoltare sia chi urlava più forte sia chi argomentava in modo più problematico. L’idea che me ne sono fatto è la seguente.

Da un lato è evidente che vi è la necessità di modificare radicalmente il modo di funzionare del partito, costruendo percorsi democratici reali, che permettano ad ogni militante di essere partecipe delle decisioni. Per questo proponiamo di istituzionalizzare le assemblee dei segretari di circolo, di fare referendum tra gli iscritti e le iscritte su ogni scelta rilevante (a partire dalle prossime elezioni europee), di costruire cioè una vera partecipazione democratica alle scelte del partito. Questo tema del rinnovamento e del cambiamento del modo di funzionare del partito va ben al di la dei singoli dirigenti ed è irrinunciabile. Il partito deve diventare una comunità, deve accorciare drasticamente la distanza tra i vari livelli di direzione e i compagni e le compagne dei circoli.

In secondo luogo vi è un problema di rinnovamento dei gruppi dirigenti e di verifica delle capacità dei singoli dirigenti che correttamente deve essere fatto e il congresso è il momento principe di questa verifica. Le logiche di appartenenza a correnti e cordate sono state in questi anni nefaste e hanno rappresentato nei fatti l’unico criterio attraverso cui selezionare i gruppi dirigenti. Da questo punto di vista penso che il rinnovamento dei gruppi dirigenti debba andare di pari passo con la modifica delle procedure attraverso cui si eleggono i gruppi dirigenti, valorizzando la concreta pratica di direzione politica e non la fedeltà a questo o quel dirigente. Questo tema si lega al tema della formazione dei quadri perché è evidente che abbiamo un enorme problema di formazione di un tessuto di dirigenti in grado di dirigere il partito a tutti i livelli. Non di dirigenti di corrente ma di dirigenti del Partito della Rifondazione Comunista.

Vi è invece un punto nella discussione che ha preso una piega che non condivido e che riguarda l’introiezione dentro Rifondazione Comunista della logica della rottamazione: si perdono le elezioni e allora si cambiano i gruppi dirigenti. L’ottanta per cento degli organismi dirigenti approvano la linea politica ma poi la responsabilità è di uno soltanto o al massimo della segretaria. Questa logica della ricerca del capro espiatorio non la condivido e la considero devastante per il nostro partito. Quando si perde bisogna discutere su cosa si è sbagliato e conseguentemente modificare l’indirizzo e se i dirigenti hanno mal operato nell’applicazione della linea decisa vanno cambiati. La centralità però deve stare sulla discussione politica, altrimenti il rischio è di trovarsi in una situazione in cui vi è chi usa il tema del rinnovamento semplicemente per cambiare la linea politica senza dirlo.

Con anni di sconfitte alle spalle il tema del ricambio generazionale è molto sentito, credi che la tua mozione sia in grado di portare un cambiamento di immagine ed un lavoro profondo sulle fondamenta del partito? Il PRC, ad esempio, è pronto per un segretario donna?

Io penso che dopo anni di sconfitte occorre discutere seriamente su come uscire da questa situazione di sconfitta, altrimenti si fa come il PD che si affida al giovane Renzi per coprire con l’immagine i disastri della sua linea politica. Il gruppo dirigente del PCdI si è scervellato per vent’anni su come ricostruire un radicamento nell’Italia fascista. La Cgil degli anni ’50, dopo la sconfitta alla Fiat si è arrovellata per anni su quale strada intraprendere per uscire dall’angolo. Se abbiamo un problema di persone le cambiamo, a partire dal segretario nazionale, ma questo non risolve il problema della discussione sulla costruzione di una linea e di una pratica politica adeguata per riprendere efficacia. Nel documento facciamo un bilancio di questi vent’anni cercando di individuare i problemi con cui ci siamo scontrati, di farne tesoro e di delineare conseguentemente l’indirizzo politico da seguire. Io considero questa parte del documento molto importante ma mi pare che la discussione su questi nodi, il confronto vero con i problemi che abbiamo, non sia sufficientemente al centro della discussione politica del congresso, quasi che i problemi che abbiamo fossero di natura estetica e non politica. Da questo punto di vista io credo che il documento numero 1 sia molto chiaro nell’individuare i problemi e nel cercare di dare risposte sia in termini di svolta politica che in termini di svolta organizzativa, che in termini di innovazione. Pensiamo solo alle innovazioni proposte sul tema dell’Europa come alla proposta della radicale democratizzazione nel nostro funzionamento interno. Per quanto riguarda una segretaria donna non mi pare proprio che questo potrebbe essere un problema in Rifondazione.

Finito il IX Congresso sarà possibile una collaborazione tra le varie anime del partito? Non credi che la cristallizzazione in correnti abbia fatto il proprio tempo? Secondo te è ancora attuale la “rifondazione comunista”?

Penso che la collaborazione tra le varie anime del partito non solo sia possibile ma necessaria, per questo io propongo da subito la gestione unitaria del partito tra tutte le anime e a tutti i livelli, dal circolo più piccolo al nazionale. Per favorire questo avevamo proposto di fare un unico documento a tesi emendabile ma questo non è stato possibile perché una parte di compagni e compagne ha deciso di dar vita ai documenti 2 e 3. A questo riguardo segnalo che la polemica dei compagni del doc. 3 sulle presunte violazioni antidemocratiche della maggioranza è destituita di ogni fondamento: non abbiamo fatto un regolamento che preveda l’elezione dei delegati su ogni singolo emendamento per il semplice motivo che si tratta di un meccanismo pressoché impossibile da applicare. Invito ognuno di voi a pensare come si dovrebbero suddividere i delegati di ogni circolo su un documento che ha ad oggi 6 emendamenti e che se fosse stato un documento unico ne avrebbe avuto almeno una decina. E’ evidente che si tratta di una cosa sostanzialmente impossibile, tant’è vero che non si è mai visto in Rifondazione un congresso i cui delegati fossero legati ai singoli emendamenti.

Per quanto riguarda la cristallizzazione delle correnti nel partito io ne penso tutto il male possibile, Infatti al Congresso di Napli abbiamo proposto lo scioglimento delle correnti e io per questo non ho più fatto riunioni di corrente dopo il congresso di Napoli. Personalmente penso che la dialettica politica non dovrebbe essere ingessata in strutture centralizzate ma dovrebbe valorizzare la libera espressione di ogni compagno e compagna. Questo è sostanzialmente impossibile fino a quando i gruppi dirigenti verranno eletti nei congressi con il sistema delle liste bloccate. A tal fine io auspicherei – si tratta evidentemente di una mia posizione personale – che una parte del gruppo dirigente a tutti i livelli – nazionale compreso – venga eletto sulla base del proprio incarico politico: ad esempio che il 30 % del CPN venga composto dai segretari regionali e provinciali delle federazioni più grandi, in modo da ridurre il peso diretto delle componenti e di valorizzare il lavoro politico concreto di direzione politica territoriale.

Per quanto riguarda la rifondazione comunista io penso che sia più attuale che mai. E’ palese che il capitalismo ha vinto ma non è in grado di dare una risposta ai problemi dell’umanità. Parallelamente, è del tutto evidente che l’esperienza del socialismo reale è stata fallimentare e certo non deve essere riproposta. Il comunismo è quindi più attuale che mai e per la prima volta nella storia l’umanità può passare dall’era della necessità all’era della libertà. Rifondare il comunismo quindi come grande proposta di un neoumanesimo del terzo millennio, in cui la ricchezza sociale potenziale diventi effettiva ricchezza di vita per tutti e tutte.

Quale è la tua posizione riguardo ai sei emendamenti al primo documento?

Il mio dissenso maggiore è con l’emendamento relativo al capitolo dell’unità della sinistra. In quell’emendamento si propone un cambio di linea politica, perché si propone di unire la sinistra senza mai citare il centro sinistra, facendo finta che il centro sinistra non esista. Invece è proprio questo il problema, perché sul nodo del rapporto con il centro sinistra abbiamo avuto tutte le scissioni dentro Rifondazione Comunista e da ultima si è scassata la Federazione della Sinistra. Il nostro problema non è genericamente di unire la sinistra – magari per dividersi a 6 mesi dalle prossime elezioni tra chi vuole fare una coalizione con il PD e chi no – il problema è di unire la sinistra che voglia costruire un progetto politico autonomo dal PD. La stessa cosa vale per l’unità tra i comunisti. Non si può porre questo tema se non si pone chiaramente il nodo dell’autonomia e dell’alternatività del nostro progetto politico rispetto al centro sinistra, pena il ripetere all’infinito le scissioni e le frantumazioni che abbiamo già visto. Così come sono per chiarire che l’unità dei comunisti non può avvenire attraverso lo scioglimento di Rifondazione Comunista – come propone il PdCI – ma deve avvenire sul terreno della rifondazione, che è il terreno più avanzato su cui oltre 20 anni fa si è risposto alla crisi e allo scioglimento del PCI.

Per quanto riguarda gli altri emendamenti, considero il testo del documento migliore di quello degli emendamenti, più corretto politicamente e più efficace, altrimenti li avrei firmati. Vale sulla questione dell’Euro come su quello dell’unità dei comunisti e del rinnovamento. Considero però il complesso di questi emendamenti delle semplici accentuazioni di questo o quell’aspetto della linea politica e non una linea politica alternativa. Mi pare quindi che definiscano una sacrosanta dialettica all’interno di una linea politica condivisa.

La politica italiana, anche a sinistra, è carente per non dire priva di respiro internazionale, malata di provincialismo. Secondo te da cosa dipende questa “miopia”? Credi si possa costruire una maggiore unità di intenti con le forze europee di sinistra?

Parto dalla fine. Noi abbiamo già oggi un Partito della Sinistra Europea, alla cui fondazione abbiamo dato un contributo decisivo. Io penso che non solo è auspicabile ma necessario far funzionare meglio e di più questo livello: come abbiamo detto più volte, l’Europa è un problema di politica interna, non un problema di politica estera. Ad esempio le elezioni europee prossime possono e debbono essere un laboratorio in questo senso. Per questo ho proposto mesi fa che Alexis Tsipras, il presidente di Syriza, fosse candidato alla presidenza dell’Unione Europea da tutti i partiti della sinistra europea. Questa proposta sta diventando realtà perché la presidenza del partito europeo ha fatto propria questo indirizzo. La campagna delle europee può quindi essere il terreno in cui costruire una lista di sinistra che faccia direttamente riferimento alla sinistra europea e appoggi esplicitamente la candidatura di Tsipras, costruendo così una campagna unitaria di grande impatto. Oltre a questo dobbiamo assolutamente riuscire a costruire campagne unificanti in tutti i paesi europei per combattere più efficacemente le politiche neoliberiste che rappresentano il veleno di questa Europa.

Detto questo il dibattito politico italiano non è sempre stato così provinciale. E’ il bipolarismo con la sua asfissiante dialettica tra berlusconiani ed antiberlusconiani che ha nascosto i problemi veri, le scelte politiche vere. Il provincialismo del dibattito politico italiano è la forma che ha assunto l’egemonia borghese dentro il bipolarismo: il problema è la casta, il problema è Berlusconi, e così via. Questo elemento ha prodotto una dialettica politica delirante in cui la destra è più antiliberista del centro sinistra e il centro sinistra è impegnato a spiegarci ogni giorno come l’unico modo per rinnovare l’Italia sia quello di uniformarsi ai voleri di Bruxelles. La rottura di questo provincialismo è quindi tutt’uno con la costruzione di un progetto di sinistra che sappia fondare nella storia nazionale il suo progetto di trasformazione. I sogni, le risorse e la forza per cambiare le cose non le possiamo importare, le possiamo e le dobbiamo trovare nella nostra realtà. Quando la sinistra italiana è stata una grande sinistra non lo è stata perché copiava disegni di altri ma perché ha saputo svolgere una funzione nazionale di emancipazione e di liberazione a partire dalle contraddizioni e dalle risorse presenti nel paese: pensiamo solo alla lotta partigiana come al ciclo di lotte degli anni ’70. La squalificazione della storia dell’Italia – da cui nasce il provincialismo – è in primo luogo un gigantesco tentativo di riscrivere la storia per cancellare il ruolo enorme che le classi subalterne e la sinistra hanno avuto nel rendere questo un paese civile dopo il disastro del fascismo.

La politica non è solo “elezioni”, ma Rifondazione come dovrebbe affrontare le prossime scadenze elettorali a partire dalle Elezioni Europee? Esistono ancora i margini per un rapporto con SEL o è ormai da considerarsi indissolubile il suo rapporto col PD? E con gli altri pezzi di sinistra (Ross@, PdCI, gli ex di Sinistra Critica, PCL)?

Nel Documento 1 avanziamo la proposta di costruire una lista unitaria di sinistra, su basi democratiche e partecipate, che abbia come riferimento chiaro ed esplicito la sinistra europea. Da questo punto di vista tutti coloro che sono disponibili a lavorare su questa prospettiva sono nostri compagni di strada. Indicativamente, lo spettro politico dei nostri interlocutori racchiude coloro che hanno fatto riferimento alle mobilitazioni del 12 e del 19 ottobre. Per quanto riguarda SEL io mi limito a constatare che ribadisce quotidianamente la scelta di collocarsi nel centro sinistra in Italia e nella famiglia dell’internazionale socialista a livello internazionale. Detto questo io penso che la proposta di una lista di sinistra vada fatta a tutti: se SEL riconferma la volontà di collocarsi nel partito socialista europeo non vi saranno grandi spazi di discussione, se SEL scegliesse di collocarsi in relazione alla sinistra europea al contrario si aprirebbe una grande opportunità di costruzione comune. Dal mio punto divista i progetti politici non possono che nascere e verificarsi sui contenuti e sulle concrete prospettive politiche.

Un tema spesso tabù per il PRC è il tema sindacale. Meglio lottare dentro la CGIL o impegnarsi a fondo per il salto di qualità del sindacato non concertativo?

Penso che il problema è costruire una sinistra sindacale che sappia mettere in relazione chi si batte per una modifica della linea della Cgil con chi opera nel sindacalismo di base. Rifondazione non può e non deve fare la scelta di una organizzazione ma operare per aggregare i lavoratori che lottano e aiutare lo sviluppo di una sinistra sindacale che non si chiuda nei muri della propria organizzazione.

Per chiudere. Perché un iscritto al IX Congresso di Rifondazione Comunista dovrebbe votare il documento da te sostenuto?

Perché il Documento 1 fa i conti con le difficoltà che noi comunisti e comuniste abbiamo e propone una strada attraverso cui uscirne senza affidarsi alla propaganda o alla demagogia. Danilo Montaldi diceva, “dobbiamo saper sognare” e poi aggiungeva “Lenin ha saputo dare forma organizzativa al sogno”. Ecco, questo mi pare il tratto distintivo del Documento 1: non smettere di sognare ma non smettere di misurarsi con la sostanza dei problemi reali, perché il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti, non uno slogan urlato più forte.

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