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Partito della Rifondazione Comunista – Bergamo | October 17, 2017

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(03.06.13) Precariato/pensioni. I giovani precari di oggi saranno i vecchi poveri di domani

Con le attuali regole pensionistiche i giovani precari di oggi saranno i vecchi poveri di domani

Contributo a cura di Vittorio Armanni, segreteria provinciale Prc-Bergamo

Di questi tempi, si dice spesso, che è molto alta la probabilità che chi è giovane e precario oggi sarà un vecchio povero domani.  Questa affermazione necessita di un riscontro.

In linea generale si arriva a questa conclusione attraverso un ragionamento molto semplice:

per avere una pensione bisogna lavorare un certo numero di anni e versare una certa quantità di contributi previdenziali. C’è quindi un legame strettissimo tra la qualità della vita lavorativa e ciò che si andrà a prendere di pensione, se una pensione si prenderà.

L’attuale condizione lavorativa dei giovani, segnata dal ritardo con cui si entra nel mondo del lavoro e dalla sua discontinuità, dà la garanzia di una pensione sicura e dignitosa?

Per rispondere è necessario innanzitutto comprendere quali sono le regole in materia di previdenza oggi vigenti in Italia.

 Com’è noto, l’ultimo intervento sul nostro regime pensionistico è stato fatto dal governo dei tecnici, presieduto da Monti. In estrema sintesi la riforma ha previsto un’accelerazione del passaggio dal sistema di calcolo retributivo a quello contributivo.

Se prima l’importo della pensione veniva calcolato in percentuale alle ultime buste paga percepite dal lavoratore, d’ora in avanti esso sarà calcolato soltanto sulla base dei contributi effettivamente versati. Scomparirà inoltre la pensione di anzianità, quella che si maturava combinando un certo numero di anni contributivi con l’età anagrafica.

Adesso, per andare in pensione, a valere saranno solo gli anni di contribuzione: 41 anni e un mese di contributi per le donne e 42 anni e un mese per gli uomini.

Per la pensione di vecchiaia saranno richiesti 66 anni per i maschi e 62 anni per le donne, a condizione che si siano maturati almeno vent’anni di contributi. Altrimenti l’asticella salirà a settant’anni.

 Non c’è dubbio che un sistema così congegnato penalizza fortemente, irrimediabilmente, le nuove generazioni. Non è necessario essere dei tecnici per capire che chi ha vissuto tutta la propria vita lavorativa passando da stati di non-occupazione ad impieghi temporanei con contratti flessibili non potrà mai e poi mai contare su una continuità contributiva, ma soprattutto su un certo numero di contributi, che gli consentano di raggiungere i livelli minimi richiesti per avere una pensione.

 Un esempio: un giovane nato intorno alla metà degli anni ottanta, che ha fatto regolarmente gli studi fino all’università, senza perdere un solo anno, trovando un impiego il giorno dopo aver conseguito la laurea e lavorando ininterrottamente per 42 anni con uno stipendio di media entità, dopo i sessant’anni, con questa riforma, potrebbe ricevere una pensione più o meno dignitosa.

Ma quanti sono in Italia i giovani  che immediatamente dopo il conseguimento del titolo di studio iniziano a lavorare con contratti a tempo indeterminato, per mansioni corrispondenti alla propria specializzazione?: Non più del 10%.

Cosa si deduce, da questo stato di cose? Che il governo  Monti , sostenuto da Pdl,PD e UDC, proseguendo su un sentiero già battuto dai precedenti governi, ha fatto una riforma del sistema pensionistico per il 10% dei giovani italiani, punendo il restante 90%. Ma non è finita qui.

Questa riforma ha aggiunto al danno la beffa. I precari sono sì precari, ma i contributi li versano anche loro. Sia che abbiano contratti di lavoro a tempo determinato, sia che abbiano contratti di collaborazione a progetto con partita Iva.

Negli ultimi anni sono aumentate abbondantemente le partite Iva nel nostro paese, ma non solo e non tanto perché sono nate nuove aziende o sono cresciuti vistosamente gli studi professionali: dietro la maggior parte di queste partite Iva ci sono lavoratori subordinati  mascherati. Sono state tante le aziende italiane ( ma anche la pubblica amministrazione non è stata da meno) che in questi anni hanno preso il proprio personale con contratti di collaborazione a progetto o trasformato un precedente rapporto di lavoro subordinato in una prestazione d’opera dietro fatturazione, per non avere vincoli contrattuali con i lavoratori, per non pagare contributi, per abbassare notevolmente il costo del personale.

Solo nel 2012 sono state circa 549.000 le nuove aperture di partita Iva  e più della metà di queste sono riferite a giovani di età inferiore ai 35 anni.

In tutti questi contratti di collaborazione c’è scritto sempre, a chiare lettere, una frase di questo tipo: “Le suddette attività hanno carattere professionale autonomo e non potranno mai essere configurate come rapporti di lavoro subordinato o di collaborazione”.

Si può immaginare il sollievo per un datore di lavoro, ma anche la frustrazione di un giovane, che deve vestire l’abito del libero professionista svolgendo di fatto un lavoro da subordinato.

A differenza di un lavoratore dipendente tradizionale, un collaboratore a progetto è tenuto a versare esso stesso i propri contributi, in rapporto al fatturato. E dove vanno questi contributi?

C’è un fondo dell’Inps, il Fondo Gestione Separata, in cui confluiscono i contributi di tutti i titolari di partite Iva non iscritti a particolari albi professionali. Si tratta di un salvadanaio che raccoglie di tutto, un pozzo profondo in cui finiscono ogni anno circa 8 miliardi di Euro.

Dovrebbe essere il salvadanaio in cui i precari, tanti lavoratori atipici e parasubordinati, ripongono i loro soldi per garantirsi una pensione domani. Ma, purtroppo per loro, non è così. Perché quei soldi serviranno certamente a tenere in ordine i conti della previdenza italiana ed a pagare l’assegno ai pensionati di oggi, ma non serviranno a pagare la pensione a chi ce li ha messi, sacrificando mediamente il 20% del proprio reddito.

Destino amaro e beffardo quello della generazione dei precari, vittime e cariatidi di un sistema che non sa valorizzare i suoi figli migliori.

Dagli 8 miliardi di euro l’anno attuali, secondo le stime dell’Istituto di previdenza (Inps), il fondo si attesterà intorno ai 17-18 miliardi negli anni ’30, andando a compensare parzialmente il deficit delle altre gestioni.

E che il sistema non sappia, non voglia, prendersi cura dei giovani è testimoniato anche da un altro aspetto implicito nel regime pensionistico: la discrasia tra volontà di rilancio dell’occupazione e innalzamento a limiti intollerabili dell’età pensionabile. Anche qui la conclusione si presenta in tutta la sua banalità: più alta sarà l’età prevista per andare in pensione, più lento  sarà il processo di ricambio  di persone giovani nelle postazioni lavorative.

 Noi pensiamo che l’attuale situazione italiana richiede un cambiamento radicale  sull’economia e sulla società. Soprattutto è necessario che venga rovesciata la logica che ha ispirato nell’ultimo ventennio i governi in tema di lavoro, di previdenza, di opportunità da offrire ai giovani.  Cambiamo questa società  che  mangia i propri figli e nega a loro una prospettiva di futuro. (Bergamo – 03.06.13 – a cura Vittorio Armanni)

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