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Partito della Rifondazione Comunista – Bergamo | September 20, 2017

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(10.05.13) Bergamo. A proposito dell’incontro “La Bergamo che vogliamo”

Comunicato stampa sull’incontro “LA BERGAMO CHE VOGLIAMO”, organizzato dal Coordinamento dei Comitati e associazioni dei quartieri 

   Secondo la definizione canonica la parola “Partecipazione” deriva dalla frase latina “partem capere”, vale a dire  prendere parte ad una azione o a un’impresa di comune interesse con la volontà di determinare insieme ad altri l’evolversi e lo sviluppo dell’ambiente umano (sociale, economico, politico, cittadino, urbanistico, etc.) circostante.

   Ne consegue che la partecipazione si basa sulla comunicazione diretta interpersonale e che viene ad essere morfologicamente e concettualmente il contrario esatto della delega, il cui significato consiste nel lasciare operare altri al proprio posto e nel lasciare che la volontà dei delegati si sostituisca a quella dei deleganti.

    La partecipazione si differenzia anche dall’acclamazione plebiscitaria tipica del sistema mediatico, o della manipolazione di massa (“establishment”) che dir si voglia, in cui in realtà più che “agire” si è “azionati”.  Vale a dire che ci si pone al seguito della volontà di un “dirigente”, irrilevante se visibile o se sub-liminale, e ci si abbandona all’impulso conformista che viene veicolato: l’impegno di pensare e di agire in conformità al proprio pensiero viene dolcemente e violentemente eliminato.

   La definizione canonica di “comunicazione di massa”, invece, è: tecnica con la quale gruppi specializzati elaborano, diffondono e divulgano rapidamente messaggi di diverso valore ad un pubblico anonimo, indifferenziato e disperso.

   A differenza della comunicazione interpersonale, che comporta lo scambio equo e bidirezionale di messaggi tra due o più persone, nelle comunicazioni di massa un unico messaggio raggiunge una folla di individui che non si conoscono fra loro, che non sono organizzati, che sono separati (fisicamente e/o psicologicamente) e che sono accomunati solo dal prestare attenzione per un tempo breve ad uno stesso argomento d’attrazione.

   Da notare come la “comunicazione di massa” abbia caratteristiche che sono intrinsecamente pure il contrario della “Comunicazione” in quanto tale. Questa ultima infatti è costruttiva e porta alla comprensione reciproca e alla attività comune per mezzo della sincerità e del riconoscimento della propria parzialità, che può essere migliorata e completata dai pensieri reciprocamente scambiati.

   La conseguenza della “comunicazione di massa” è la cosiddetta “cultura di massa”, caratterizzata da contenuti superficiali ed effimeri, che stimola la tendenza alla frammentazione, la riduzione dei contatti sociali interpersonali e più in generale la disgregazione di classe e l’incapacità a partecipare.

   La “comunicazione di massa” viene pertanto molto spesso a costituire impedimento allo sviluppo della “Partecipazione”.

   Non si può fare a meno di notare come, nonostante i proclami teorici e mediatici, il cosiddetto convegno “LA BERGAMO CHE VOGLIAMO – I partiti rispondono ai quartieri” abbia caratteristiche che lo fanno perfettamente ricadere negli ambiti della “comunicazione di massa” e della “cultura di massa” e che sono semplicemente incompatibili con la partecipazione, popolare o della “Società Civile” che dir si voglia. Anche se, assurdamente, proprio il sesto quesito che verrà proposto ai rappresentanti dei partiti sarà “La partecipazione dei cittadini al futuro della città”.

   Ad esaminarne l’impostazione si ha l’impressione che la regia derivi direttamente dai dibattiti velocissimi ed effimeri che vanno in onda su Tele-SKY e che lo scopo ultimo, più o meno abilmente camuffato, non sia per nulla la partecipazione ma, piuttosto, l’apertura sub-liminale della campagna elettorale per le Comunali da parte di professionisti della “comunicazione di massa” capaci di infiltrarsi nella domanda popolare di partecipazione per snaturarla, ribaltarla ai propri scopi e riuscire ad etero-dirigere una buona percentuale della cittadinanza, raccogliendone alla fine il consenso e la delega.

   “La Bergamo che vogliamo” è un argomento centrale che riguarda sia noi che i nostri discendenti ed il modello di sviluppo che sarà applicato non in un futuro lontano, ma a partire da domani.  Ne consegue che “la Bergamo che vogliamo” è un argomento troppo serio per lasciarlo nelle mani dei promotori della “comunicazione/cultura di massa” che, su sei domande principali almeno cinque le riducono al domandare all’oste se il suo vino è buono.

   Sarà anche una terminologia datata, ma non possiamo fare a meno di contestare un’iniziativa di questo genere. Si tratta infatti solo di un’ulteriore passo verso la riduzione della partecipazione popolare (tra l’altro contingentata nei tempi e sottoposta a tassazione preventiva) a semplice rapporto tra il singolo e l’amministrazione in questo caso con la parte maggioritaria del sistema politico dominante, individuato non si sa in base a quale criterio come maggiormente (maggioritariamente?) significativo. Come se chi avesse una certa percentuale di consenso avesse berlusconianamente ragione (sic!). Noi pensiamo invece a forme di democrazia realmente dirette e partecipative, in cui i soggetti organizzatisi sui temi e su proposte discutono liberamente in prima persona e decidono.

   Le motivazioni, oltre alle sopracitate “comunicative” incompatibili con quelle “partecipative”, riguardano le condizioni sociali ed il modello di sviluppo: non si parla di diritti popolari e di direzioni da prendere in questa iniziativa.

   Le questioni oggi dominanti, quali il lavoro, la casa, il modello di sviluppo e la cultura non rimangono sullo sfondo per il molto semplice motivo che non sono neppure lontanamente presenti. Alla faccia dei reali bisogni e della partecipazione.

   Ne consegue che seguiremo con estremo interesse il cosiddetto “dibattito”, ammesso che così si possa definire, ma che abbiamo seri dubbi sulla sua utilità e credibilità.

   Sicuramente il tentativo, implicito in questa iniziativa, di stabilire un oligopolio ed una gerarchia nelle iniziative di partecipazione popolare è già saltato prima ancora di iniziare e confermiamo la nostra autonomia di pensiero e di azione. (Bergamo, 10.05.13, Per i circoli cittadini di Bergamo del Partito della Rifondazione Comunista: Maria Pia Trevisani detta Mapi e Vittorio Armanni)

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