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Partito della Rifondazione Comunista – Bergamo | October 19, 2017

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(28.05.12) Fatti di Rovetta. Resistenza, guerra di liberazione o guerra civile?

* Fatti di Rovetta. Resistenza, guerra di liberazione o guerra civile? Francesco Macario – segretario Prc/Fds – scrive a l’Eco di Bergamo.

Gentile direttore dell’Eco di Bergamo

Ho letto con meraviglia l’articolo pubblicato dal suo giornale in data 26 maggio 2012 a firma dello storico Roberto Chiarini.

Trovo francamente discutibile la tesi complessiva dell’articolo di Chiarini a iniziare dalla dichiarazione che in Italia non si sia svolta una guerra di liberazione ma una guerra civile (paragonabile alla guerra di secessione e alla rivoluzione francese, sic!). Infatti esiste una bella differenza tra chi come Claudio Pavone poneva l’accento sui tre caratteri della guerra (di liberazione, di classe e civile) svoltasi in Italia tra il 44 e il 45 e chi oggi pone l’accento esclusivamente sul carattere civile di quel conflitto. In ogni caso, a mio parere, perché si parli di guerra civile (come nei due casi citati nell’articolo) deve esistere il presupposto che entrambe le parti in conflitto si riconoscessero come parte dello stesso stato o della stessa nazione. Ora non vi è dubbio che una delle due parti in conflitto sul suolo del nostro paese alla fine del secondo conflitto mondiale aveva deciso, tradendo – per motivi ideologici – il proprio paese, di riconoscersi in un altro stato (molti reparti della RSI rispondevano direttamente ai tedeschi a cominciare dalla X MAS) e nelle ragioni di un’altra nazione (tramite la costituzione di uno stato fantoccio): la Germania di Hitler!

Un fenomeno simile è avvenuto anche in Francia (regime di Vichy), ma nessuno in quel paese pensa che vi si sia svolta una guerra civile, ma solo che dei francesi abbiano tradito la nazione e come traditori sono infatti stati perseguiti con ben maggiore durezza che nel nostro paese. Nelle Memorie De Gaulle afferma che 10.842 collaborazionisti sono stati giustiziati senza aver avuto un regolare processo. Solo 779 sono stati i collaborazionisti giudicati in tribunali regolari, gli altri furono giustiziati sommariamente all’atto della liberazione. Certo in Francia le cose non sono complicate da ciò che è invece avvenuto in Italia: cioè che abbiamo iniziato una guerra in un fronte e poi l’abbiamo terminata in un altro, ma ciò non può e non deve essere ragione di confusione nel giudizio storico sui fatti di allora, cioè che c’erano da un lato gli Italiani e dall’altro gli occupanti tedeschi, sostenuti da un gruppo di traditori.

Il carattere civile del conflitto diviene invece per Chiarini la premessa che serve per giungere alla solita conclusione, cioè, che essendo i fautori delle due parti in conflitto tutti cittadini italiani e tutti in buona fede nel sostenere i propri ideali (naturalmente senza mai spiegare con chiarezza quali erano gli “ideali” fascisti, anche se Chiarini deve ammettere che gli ideali opposti non erano equiparabili) la cosa andrebbe oggi conclusa con lo stabilire una memoria condivisa dalla quale – nelle prospettive del Paese – le istituzioni democratiche dovrebbero trarre nuova legittimazione. Peccato che, proprio la storia repubblicana degli ultimi sessanta anni dimostra, con un’innumerevole serie di episodi, come una delle due parti non intende affatto riconoscersi nella Repubblica nata dalla Resistenza. La questione attiene all’attualità politica e questo è il motivo per cui rimane attivo nel paese il conflitto tra fascisti e antifascisti con buona pace degli auspici degli storici come il nostro Chiarini.

Sul piano prettamente storico poi l’articolo risulta in alcuni passaggi infarcito di giudizi inesatti e palesi falsità.

Chiarini infatti sostiene:

1. L’esistenza di una conflittualità tra i patrioti locali e le formazioni partigiane venute “da fuori” e “arrogatesi il diritto di decidere le sorti dei legionari”. Come se i partigiani della  Brigata Giustizia e Libertà “Gabriele Camozzi” (che Chiarini denomina incredibilmente “Divisione orobica Giustizia e Libertà” confondendo la brigata con la denominazione dell’intera struttura partigiana) o i partigiani della Brigata Garibaldi “13 Martiri” fossero dei “foresti” e non cittadini dell’Alto Sebino e dell’alta Valle Seriana. Basta leggere i paesi di nascita dei partigiani inquisiti per i fatti di Rovetta, indicati negli atti del processo in cui alla fine furono assolti da un tribunale nel dopoguerra, per vedere ridicolizzata questa tesi.

Inoltre per sostenere questa tesi Chiarini dovrebbe spiegare come mai il neo costituito CLN di Rovetta (composta dal parroco, natio di altrove, e da due ex ufficiali dell’esercito giunti a Rovetta in qualità di sfollati, e questi sì avulsi completamente alla realtà sociale, politica e resistenziale della valle Seriana) sarebbe invece da considerarsi locale. Cosa ovviamente che si guarda bene dal fare. La tesi è la solita: i buoni partigiani locali contrapposti ai terribili partigiani forestieri assetati di sangue. Tesi che riecheggiano la posizione che ha sostenuto l’attuale sindaco di Rovetta in questi giorni per lavarsi le mani della questione delle ignobili cerimonie di stampo neonazista che si svolgono nel cimitero comunale: “fascisti e antifascisti sono tutti gente esterna a Rovetta”, una comunità che il sindaco vuole presentare come casualmente interessata dalla disputa al fine ovviamente di minimizzare le sue responsabilità nel non aver fatto rispettare i dettati costituzionali antifascisti, che ha giurato di sostenere.

2. Che l’agente Inglese del SOE chiamato “Moicano” (Paolo Poduje) fosse il redattore della sentenza di morte dei fucilati e che egli fosse il comandante inglese della Brigata Garibaldi “13 Martiri”. Ora le responsabilità nei fatti di Rovetta del Moicano, un cittadino istriano paracadutato in alta Val Seriana come agente inglese, sono note e da lui ammesse.

Ma il comandante della brigata comunista “13 Martiri”, che operava prevalentemente nell’Alto Sebino, come è noto, era l’antifascista loverese Giovanni Brasi “Montagna”. E nulla ha a che fare questa brigata, in quanto tale, con i fatti avvenuti a Rovetta. Un incredibile errore storico o la volontà di coinvolgere la più importante brigata comunista della bergamasca al fine di assecondare le note tesi che vogliono i comunisti assetati di sangue? In ogni caso una affermazione sconcertante.

3. Per ultimo, che non sarebbe dimostrato che i militi della Tagliamento si sarebbero macchiati di “azioni cruente” e che in parte sarebbero stati addirittura “arruolati forzosamente”. Sono queste affermazioni sconcertanti sul piano storico, perché la Tagliamento è un reparto le cui efferatezze sono più che note e addirittura oggetto di sentenze da parte dei tribunali nel primo dopoguerra. Lo stesso comandante della Tagliamento Zuccari e buona parte degli ufficiali del reparto sono stati infatti condannati per crimini di guerra. Ma gli stessi militi della Tagliamento fucilati a Rovetta erano appartenenti al reparto “Camiluccia”, fascisti romani a cui fu concesso addirittura la deroga sull’età minima richiesta ai militi della RSI per consentirne l’arruolamento volontario.

Insomma l’unica cosa condivisibile di quell’articolo sono le affermazioni finali del Chiarini sui fascisti: “Che senza la sconfitta della loro parte, saremmo rimasti ostaggio di un regime dittatoriale che un’eventuale vittoria avrebbe reso ancor più totalitario”, e su questo almeno i democratici dovrebbero non solo essere in accordo, ma sentirsi obbligati a comportarsi con maggiore coerenza.

Bergamo, 28 maggio 2012, Francesco Macario segretario della Federazione del PRC-FdS di Bergamo

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