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Partito della Rifondazione Comunista – Bergamo | November 25, 2017

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(09.04.12) Appunti sulla lotta alla Fiber di Arcene

di Matteo Gaddi, responsabile dipartimento “Nord” Prc

Soltanto la lotta dei lavoratori della Fiber, sostenuti dalla Fiom di Bergamo, ha impedito l’ennesima delocalizzazione industriale. La Fiber ora è in concordato preventivo e si attendono le offerte di imprenditori interessati ad acquisire l’azienda. Dai Piani Industriali che verranno presentati dipenderà il destino dei 51 lavoratori.

La Fiber è una azienda della bassa bergamasca (Arcene) presente sul territorio da oltre 60 anni (prima era a Treviglio) che produce dispositivi elettromeccanici ed elettronici per l’automazione industriale: moduli di sicurezza, dispositivi di monitoraggio, temporizzatori, motori e motoriduttori per piccole movimentazioni, programmatori a camme, schede elettroniche. La fabbrica è costituita dal reparto di stampaggio plastica, dal reparto motori, dall’assemblaggio e dal magazzino (a Treviglio è rimasta una officina che serve al reparto di stampaggio). Lo scorso anno la proprietà comunica l’intenzione di delocalizzare la produzione in Romania sostenendo che i costi erano insostenibili; in caso contrario l’azienda sarebbe finita in fallimento. Prima di Natale venne comunicata ai dipendenti l’intenzione di mettere in mobilità 43 dipendenti su 51.

La delocalizzazione non costituiva una novità per la Fiber: i macchinari del reparto di produzione di motori (il cuore dello stabilimento) erano già stati trasferiti in Romania.

Ma l’annuncio della messa in mobilità, e quindi della dismissione completa dello stabilimento, suscitano una immediata reazione dei lavoratori che con un presidio di 24 ore al giorno bloccano l’uscita della merce chiedendo all’azienda di fare marcia indietro.

“Siamo stati tutti uniti fin dal primo momento, questa è stata la nostra forza…abbiamo bloccato l’uscita della merce ma al tempo stesso abbiamo continuato la produzione in modo da mantenere in vita la fabbrica”.

La posizione dei lavoratori non si è limitata alla difesa di quel che era rimasto: si è spinta sino a chiedere che venissero riportate nello stabilimento anche le macchine già trasferite in Romania.

Nel frattempo, infatti, la produzione che si teneva in Romania faceva arrivare in Italia i primi pezzi prodotti la cui qualità era molto bassa.

Di questo se ne resero conto per primi i più grossi clienti industriali della Fiber che protestarono arrivando ad esercitare pressioni su Confindustria Bergamo affinchè le lavorazioni venissero riportare ad Arcene.

Tra questi figurano grandi aziende multinazionali come Electrolux e aziende del territorio coma la NW di Val Brembo: per la prima la Fiber produce per i settori industriali (il cosiddetto elettrodomestico “grigio”; quindi cucine e mense di grandi dimensioni per ristoranti, ospedali ecc.); per la seconda i piccoli motori da installare nei distributori automatici di bevande e snack.

Questi clienti, abituati alla grande qualità dei prodotti Fiber, non erano nemmeno stati avvisati da parte dell’azienda dello spostamento delle produzioni ma non tardarono ad accorgersi del peggioramento.

Ma oltre al peggioramento della qualità dei motori (provenienti dalla Romania), furono anche i ritardi nella consegna di altri prodotti (rimasti in capo ad Arcene) ad esacerbare la situazione: la Fiber e questi grossi clienti industriali, erano legati da accordi commerciali di fornitura basati su precisi quantitativi di consegne settimanali “per cui fu sufficiente una settimana di presidio per far saltare le forniture previste e a creare grossi problemi anche alle produzioni dei nostri clienti…”.

Il blocco dell’uscita della merce ha determinato problemi anche alla catena internazionale di produzione della Fiber: non sono più arrivare le forniture ad una azienda svizzera la cui proprietà è sempre riconducibile alla Amministratrice Delegata ora dimissionaria.

Ed è proprio questa figura che viene ritenuta responsabile del rischio di fallimento della Fiber: “ha ereditato l’azienda dopo la morte del padre 20 anni fa; ma non si è mai interessata delle produzioni, non ha mai realizzato un solo investimento…ha trattato l’azienda come qualcosa da spremere senza metterci niente, anzi, togliendo il più possibile…”.

Questa gestione dissennata ha portato la Fiber sull’orlo del collasso, “l’azienda ha resistito per 20 anni grazie a due cose: a come era stata lasciata dal padre dell’A.D., ma soprattutto grazie alla bravura dei dipendenti che hanno fatto di tutto per mandare avanti l’azienda, spesso sostituendosi alla A.D. che, al contrario, metteva i bastoni tra le ruote”.

L’ennesimo triste esempio di imprenditoria che stoppa i progetti che le vengono proposti, che addirittura cerca di impedire l’acquisizione di ordini da parte degli uffici commerciale e che, dulcis in fundo, diversifica la produzione investendo…in un centro benessere !

Al contrario, tutte le possibilità di espansione e di diversificazione produttiva (industriale), non solo non sono mai state colte, ma sono state osteggiate o ignorate dalla proprietà. “Il prodotto è molto tecnico … quindi bisogna conoscerlo per poter valutare le scelte da compiere..ma la AD non ha mai capito questa azienda, i primi tempi non veniva nemmeno…quindi non dava mai risposte alle opportunità di crescita che si presentavano, non era in grado di valutare gli investimenti da fare…

La situazione di pesante indebitamento era dovuta anche ad una struttura societaria estremamente complessa fatta di diverse società: oltre alla Fiber, la Bigatti (una ex concorrente poi acquistata); la Gap (che si occupa soltanto di servizi commerciali – i dipendenti, infatti, hanno il CCNL del commercio); la Infib (società immobiliare del Gruppo)…”insomma, questa A.D. aveva in testa un modello societario simile a quello della FIAT, ma con 51 dipendenti…”.

Questo castello societario ha reso possibili transazioni finanziarie da una scatola all’altra impoverendo la Fiber anche con scelte logistiche inspiegabili: la produzione, ad esempio, avviene in un capannone ormai obsoleto con grande dispersione energetica e costi elevatissimi.

In occasione degli incontri tra le parti sociali successivi alla dichiarazione di messa in mobilità del personale, le giustificazioni addotte dalla proprietà riguardavano i costi relativi alla tassa rifiuti, alle spese di affitto e per il riscaldamento dell’immobile…

Nessun ragionamento, invece, sul fatto che i prodotti erano rimasti gli stessi di 20 anni fa, che non era stato realizzato nessun investimento, che l’azienda era sostanzialmente la stessa che aveva ereditato dal padre senza che le venisse apportato alcun miglioramento – ammodernamento.

Il disastro economico porta alle dimissioni della A.D. e al successivo Concordato Preventivo che, dalla vendita dell’azienda, conta di arrivare a coprire fino al 90% del debito accumulato.

Cinque-sei imprenditori hanno dichiarato l’intenzione di procedere a rilevare l’azienda i cui ordini nel frattempo sono lievitati, complice anche la chiusura (sempre per delocalizzazione in Romania) dello stabilimento svizzero.

“Adesso abbiamo una montagna di lavoro…talmente tanto che facendo 2 ore di sciopero a settimana per reggere il presidio siamo stati costretti a fare 6 nuove assunzioni…”.

Il destino della Fiber e dei suoi lavoratori, a questo punto, dipende dai Piani Industriali che verranno presentati dai possibili acquirenti: “dobbiamo vigilare…capire bene chi intende compare e sulla base di quale Piano…”.

Sono assai frequenti, infatti, i casi di aziende che in Concordato Preventivo vengono frazionate o spolpate consentendo a chi interviene di portare a casa a prezzi vantaggiosi solo parti della produzione e, soprattutto, soltanto parte della forza lavoro.

Anche a livello territoriale la preoccupazione non è venuta meno in considerazione del fatto che il destino della Fiber non riguarda solo i 51 dipendenti diretti, ma anche i 9 della Bigatti, i 27 della GAP, oltre all’indotto costituito da almeno 15 piccole aziende che svolgono al funzione di terzisti con attività di pre-montaggio o addirittura di realizzazione di parte dell’assemblaggio (si tratta di una esternalizzazione di un certo volume di attività svolte anche all’interno).

Gli effetti di una chiusura, quindi, non sarebbero indolori per il territorio: per questo il Comune di Arcene si è attivato da subito anche sostenendo il presidio fornendo la tenda e le attrezzature necessarie. Il Comune di Treviglio, invece, a guida leghista si è dimostrato assente .

Tra le forze politiche viene ricordato l’impegno di Rifondazione Comunista che con i circoli locali di Treviglio, Caravaggio e Dalmine ha organizzato, attraverso “Arancia Metalmeccanica”, una raccolta di fondi a sostegno della lotta dei lavoratori Fiber. (Matteo Gaddi, resp. nazionale dipartimento “Nord”, Prc)

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