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Partito della Rifondazione Comunista – Bergamo | November 21, 2017

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(10.04.11) Pienza (Siena). Ezio Locatelli ricorda la battaglia partigiana di Monticchiello nel 67° anniversario

PER NON DIMENTICARE

L’intervento di Ezio Locatelli nel 67° anniversario della battaglia partigiana di Monticchiello, 6 aprile 1944. Commemorazione promossa dall’Anpi di Monticchiello e dal Comune di Pienza (Medaglia d’Argento al valor militare per la lotta della Liberazione)

Anch’io vorrei ringraziare tutti voi, autorità, associazioni, cittadini che avete raccolto l’invito ad essere qui presenti ed in particolare permettetemi di ringraziare l’Anpi per l’invito che mi è stato rivolto a partecipare a questa giornata che dico subito, oltre che di commemorazione di uno degli episodi più significativi non soltanto della Resistenza senese ma della Resistenza italiana, credo che debba essere vissuta come una giornata di richiamo di responsabilità, di impegno civile e democratico per tutti noi che siamo qui in questa occasione.

Molti sono gli anni che sono trascorsi, esattamente 67, da quella che comunemente viene chiamata la “battaglia di Monticchiello”. Le testimonianze dei protagonisti di quell’epoca, raccolte in diversi scritti, ci riportano ad un’epoca drammatica e straordinaria al tempo stesso, l’epoca della dittatura e della guerra nazifascista, ma anche a quella che è stata la Resistenza antifascista, a quel patrimonio incommensurabile di vite semplici ed esemplari in lotta per una idea di rinascita democratica, di convivenza umana ispirata ai valori della libertà e della giustizia.

Torniamo, per un attimo, a quegli avvenimenti più volte raccontati e ai più noti, torniamo a quel lontano 6 aprile 1944. Una ottantina di giovani partigiani, appostati dentro le antiche mura di Monticchiello dopo undici interminabili ore di combattimento, respingono l’attacco delle formazioni fasciste nonostante l’assoluta preponderanza numerica di queste ultime. Questo grazie anche e soprattutto all’appoggio ricevuto da tutta la popolazione – e questo è un titolo di orgoglio di questa comunità- e ad una operazione di fuoco incrociato innescato di concerto con una squadra di partigiani scesi in soccorso dal Colle Mosca. E’ una straordinaria vittoria – i fascisti battono in ritirata dopo aver subito molte perdite – il cui risultato è anche di dare slancio al movimento di Liberazione che opera in provincia di Siena e non solo. Cadono in quella circostanza due partigiani che sono stati ricordati anche oggi davanti ai cippi che recano scolpiti i loro nomi: Mario Mencatelli, Medaglia d’Oro al valore Militare partigiano, e Capelli Marino.

Com’è ancora noto, a seguito della vittoria partigiana si scatena una rappresaglia delle forze naziste condotta non solo sul piano militare, ma come purtroppo torna tragicamente d’attualità in tante guerre recenti, condotta contro la popolazione civile, le loro abitazioni, i loro casolari, le vite di uomini e donne inermi. Nel caso di Monticchiello si può ben dire – come scrive Vittorio Meoni in “una vittoria partigiana” – che “soltanto la fortuna evitò una strage”, una delle tante che in quel periodo insanguinarono il nostro Paese.

Tanti sono gli anni trascorsi da questi avvenimenti. Viviamo in un’altra epoca. Quasi tutti noi che siamo di un’altra generazione e di un’altra generazione ancora vedono e rileggono questi episodi in lontananza, quasi come una leggenda. Ma è importante essere qui, così come lo sarà negli anni a venire, per mantenere vivo il significato di una lotta, per ricordare il contributo in termini di abnegazione, di coraggio, di vite umane, soprattutto da parte di molti giovani che furono forza pulsante di una lotta che non ha uguali nella storia italiana del ‘900. Lotta di Liberazione dell’Italia dalla dittatura fascista e dalla occupazione nazista ma oltre a lotta di libertà, lotta condotta con l’idea di una società in cui non ci fosse più sopraffazione, ingiustizia, razzismo, guerra. Ricordiamole queste cose! E guardate, non è solo un problema di memoria storica, ma di un antifascismo e di una cultura democratica che deve rivivere, sapersi rinnovare, sapere rispondere tanto più a fronte delle derive che minacciano le sorti del nostro Paese.

Viviamo in tempi in cui arroganza e arbitrio sembrano diventare le nuove regole. Pensiamo agli attacchi che vengono mossi alla Costituzione, allo Stato di diritto, alla divisione democratica dei poteri, al principio fondamentale di uguaglianza di fronte alla legge. Pensiamo agli attacchi che vengono mossi ad un altro dei principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale, il lavoro, lavoro non come merce, precarietà ma come fattore di crescita e di dignità. Pensiamo ai progetti secessionistici del nostro Paese, di cui quest’anno ricorrono i 150 anni di Unità, progetti che tendono a fare leva sulle disuguaglianze economiche, sociali e territoriali. Pensiamo all’attacco che viene mosso all’antifascismo come cultura di pace che ripudia la guerra. Rileggiamo le lettere dei condannati a morte della Resistenza. In questa straordinaria raccolta ritroviamo una delle espressioni più alte di questa cultura della pace.

Noi abbiamo il dovere di rispondere a tutto questo, a questa deriva che tende ad una rimozione storica o svalorizzazione dell’antifascismo come se l’antifascismo fosse un residuo culturale e non un valore fondativo della nostra identità democratica, della nostra convivenza civile, della nostra Costituzione. Abbiamo questo dovere, tanto più oggi a fronte di quel gruppo di senatori che si è fatto promotore di un disegno di legge avente per finalità la cancellazione del divieto di riorganizzazione del disciolto partito fascista. Una cosa vergognosa! Ma, va detto anche che questo tentativo di oltraggio alla nostra Costituzione è il segno dei tempi difficili che stiamo attraversando.

Contro il sonno della ragione Primo Levi avvertiva:”ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate, anche le nostre … un nuovo fascismo con il suo strascico di intolleranza, di sopraffazione, di servitù può nascere, magari in punta di piedi, facendosi chiamare con altri nomi”. Parole profetiche quelle di Primo Levi che ci fanno dire: nessuna sottovalutazione non solo dei residui identitari più duri, di settori che predicano e praticano la violenza, ma anche nessuna sottovalutazione, nessuna indifferenza nei confronti di quelle forme, quelle manifestazioni o di quelle politiche – diventati purtroppo elementi costitutivi di una visione e di una pratica politica diffusa – che fanno dell’intolleranza, della sopraffazione, del razzismo il proprio credo e il proprio fondamento.

In questi giorni tutti noi abbiamo potuto vedere la tragedia dei tanti migranti morti in mare, così come abbiamo potuto vedere i nuovi recinti di filo spinato, i nuovi campi di concentramento – giustamente rifiutati dalla Regione Toscana che ha attivato una politica dell’accoglienza – dentro cui sono state rinchiuse migliaia di persone: uomini, donne, bambini la cui sola colpa è di scappare dalla miseria e dalla guerra, di ambire al pari di tutti noi ad avere una vita dignitosa. Io credo che innanzi ad uno spettacolo di questo genere c’è solo una parola che possiamo e dobbiamo pronunciare: indignazione!

Mi vengono in mente le parole attualissime di uno dei nostri padri costituenti, Piero Calamandrei, riportate, a prefazione, nella prima edizione del libro “Guerra in Val D’Orcia” quando a proposito del contributo di conoscenza e dei nuovi compiti della Resistenza diceva: “rifiutatevi sempre di considerare un uomo meno uomo solo perché appartiene ad un’altra razza o un’altra religione o un altro partito”. “La necessità”, diceva ancora Calamandrei, “è di superare le tante mura apparentemente invalicabili, apparentemente senza porte e finestre, le nuove prigionie che non sono solo ai confini o all’interno degli Stati, ma che sono all’interno delle nostre coscienze, sono le mura del conformismo, del colonialismo, del nazionalismo, le mura che separano la miseria dal privilegio e dalla ricchezza spudorata e corrotta”.

Come abbattere queste mura? Con una idea della convivenza, della società i cui valori, com’è nelle radici della nostra Costituzione, trovino riferimento nell’idea di giustizia sociale, nella difesa dei diritti, della dignità delle persone, nei valori della pace, nella partecipazione democratica. Ebbene questi mi sembrano alcuni dei terreni su cui siamo chiamati ad esercitare una rinnovata coscienza storica, civile e insieme una rinnovata spinta democratica di cui ha bisogno il nostro Paese. Far diventate l’antifascismo, gli ideali che furono della Resistenza, della Liberazione riferimento per l’iniziativa attuale e perciò stesso ideali in grado di parlare ai giovani, di proporsi con idee nuove.

Questo, credo, è il miglior tributo, un tributo non rituale, che possiamo dare alla vita e al sacrificio di tanti combattenti per la libertà e la giustizia le cui aspirazioni, le cui voci dovremo più che mai tenere vive.

Ascoltiamole ancora una volta queste aspirazioni e queste voci, ascoltiamole e raccogliamole perché esse hanno da dirci non solo del nostro passato, ma anche da dirci e insegnarci molto sui compiti, i doveri, le responsabilità che competono a noi tutti, per l’oggi e per il futuro.

Viva la Resistenza !

Viva la Costituzione antifascista!

Monticchiello/Pienza 10 aprile 2011

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